Ha vinto di nuovo il Paese profondo, l'anima cattolica della provincia subalpina, il piccolo imprenditore, la borghesia, i contadini. Ha vinto su tutto. Su Haider, per cominciare, sull'anima liberal-populista e xenofoba, ridotta a quasi un terzo della sua consistenza in parlamento. Ha vinto sui socialisti, che parevano testa a testa nelle proiezioni fatte alla vigilia. Ha vinto sui sondaggi, che come altrove non hanno catturato il borbottio dello stomaco del Paese. Ha vinto su Vienna rossa, sulla capitale imperiale, sulla metropoli che resta oggi l'unica isola solidamente socialdemocratica del Paese. Vienna come Berlino e Roma, Monaco o Parigi.
Città 'rosse', vetrine dell'alternativa possibile, ma anche illusioni ottiche per chi da lì tenta di capire gli eventi. Basta parlare con la gente dopo il voto, un voto massiccio, quasi plebiscitario, che da destra a sinistra ha mobilitato l'Austria come mai dal 1945. Basta sentire Luise Figlmueller, piccola imprenditrice dell'Hinterland viennese. Capire che "ha vinto la paura del cambiamento in un paese aggrappato alle conquiste sociali del suo solido welfare, ma anche impensierito dal vetero-egualitarismo dei social-democratici, sentiti incapaci di dare all'economia la spinta necessaria per restare in Europa e reggere allo choc dell'allargamento a Est". Basta cercare tra i contadini della Bassa Austria, impensieriti dai contraccolpi di un possibile cambiamento, determinati ad appoggiare la continuità, dunque il cancelliere Schuessel, baluardo contro i "comunisti", ma anche contro le pretese del babau populista Haider.
Che choc, per gli uomini dell'onda bruna che tre anni fa sfondò fin quasi al 27% dei suffragi, diventando per un breve momento il primo partito austriaco, e oggi ridotti a posizione subalterna, senza forza contrattuale. Pare la Lega nella coabitazione con Berlusconi, incapace di reggere al ruolo di governo, ma ormai troppo debole per tornare alla trincea dell'opposizione. "Eine schwere niederlage", una batosta durissima, dicono al quartier generale del partito senza nascondersi dietro le parole. Herbert Haupt, l'ex ministro degli Affari sociali mandato in lizza all'ultimo momento dopo il ritiro di Haider dalle scene, ha il faccione stravolto dalla stanchezza, la voce roca. Alla vigilia aveva detto: "Se non arriviamo al 15 per cento mi dimetto". È sceso al 10 e ammette di dover "considerare un ritiro dalla scena".
Aria pesante, da resa dei conti. Contro Haider, naturalmente, che ora è accusato di aver distrutto in pochissimo tempo un patrimonio unico di visibilità e immagine, di avere distrutto dall'interno la coalizione di governo e soprattutto di avere scatenato nel partito un clima di "cannibalismo" che ha disorientato gli elettori. Anche il trucido Hillmar Kabas, noto per le sue uscite xenofobe, accusa: "Abbiamo fatto buone riforme, ridotto il deficit del Paese, ma abbiamo avuto il torto di non parlare con una sola voce". Un'allusione di nuovo a Haider e ai suoi attacchi fuori tempo all'ex alleato Schuessel, definito in campagna elettorale "maniaco" e "inaffidabile". Anche Karl Schweizer, segretario del partito, scarica l'ex capo: "Non mi sento personalmente responsabile di questa sconfitta".
Haider intanto tace, blindato nel suo bunker di governatore della Carinzia, in attesa della resa dei conti che i Freiheitlichen avranno oggi a Vienna per decidere se governare o no. Non riesce a rassegnarsi, dicono. Mentre la stampa straniera ancora lo cerca, l'Austria lo ha dimenticato, sepolto politicamente, non vuol più sapere niente di lui. L'unico spazio in cui può ancora contare è dentro il partito, il giocattolo che gli sfugge di mano e che, dicono, cerca di rompere in tutti i modi. Di certo il piccolo Führer della Carinzia tenterà di recuperare la leadership per riportare il movimento a quel ruolo d'opposizione che gli è più congeniale. Per questo il povero Haupt oggi è un uomo dimezzato non solo dalla sconfitta, ma anche dai veti e dagli imprevedibili umori del suo ex capo che lo rendono incapace di dichiarare qualsiasi cosa, se non "a titolo personale".
Intanto, nel mega-container socialista di fronte al Burgtheater, fra succhi di mela e sedie Thonet, tagli la delusione col coltello, nonostante le soddisfazioni ufficiali del leader Alfred Gusenbauer, nonostante il guadagno elettorale del 3 e passa per cento. "Ha giocato negativamente il fattore tedesco ti dicono dunque più del timore delle tasse di Schuessel ha influito la paura che l'Austria, in mano alla sinistra, faccia bancarotta". Ma altri vanno oltre nell'autocritica, spiegano che la questione è tutta dentro il partito, dicono che i socialisti hanno scontato la debolezza della loro opposizione: "Abbiamo governato ininterrottamente per vent'anni, e questo ha impigrito la nostra capacità di lotta". Resta, in tutti, la sorpresa per un voto moderato che ha superato persino le previsioni del cancelliere.
Un ciclone per l'Austria. Lo senti nel tifo da stadio in casa dei popolari, dai caroselli d'auto con i bandieroni targati Schuessel. Mai tanti voti hanno cambiato padrone, dice il politologo Frits Plasser, almeno 800mila. E mai tanta gente ha votato dal dopoguerra, mai tanto grande è stata l'incertezza sui risultati fino all'ultimo giorno. Fino all'ultimo non si è saputo quale alleanza avrebbe avuto i numeri per governare. "Per la prima volta - dicono i verdi - ogni singolo cittadino ha avuto la sensazione di contare nel voto, di esercitare una scelta decisiva per la storia del Paese. Certamente l'Austria ha percepito d'esser al centro di un'attenzione internazionale che mai la piccola patria subalpina aveva preteso di avere in passato.
E ora, quale governo? La logica del bipolarismo imporrebbe una riedizione del governo precedente, ma Schuessel potrebbe avere problemi a governare con un partito quello di Haider così duramente punito dagli elettori e lacerato al punto di essere ingovernabile. Ed ecco spalancarsi la vecchia tentazione dell'abbraccio fra destra e sinistra nel nome d'una Grosse Koalition: ma molti austriaci guardano a questa possibilità come a un disastro, una jattura che finirebbe per ingessare il sistema, schiacciare le opposizioni e offrire magari ai vincitori la tentazione di blindare la vittoria, cambiando la Costituzione con una maggioranza schiacciante.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>