Dice che finalmente in Lombardia si potrà studiare Carlo Porta (anticlericale feroce, e grande sfottitore dei ricchi: Formigoni e Berlusconi ci pensino due volte). Che gli studenti veneti sapranno, infine, che la Serenissima non fu solo il pretesto per una recente piazzata di beoni in San Marco. E i calabresi, per controbilanciare quell´anticristo di Campanella, potranno rivalutare il cardinale Ruffo, e i forconi della Santa Fede.
Delizie della scuola devoluta prossima ventura: bisognerà pure giustificare tutti quei miliardi di euro, riempiendo almeno qualche spicchio di programma scolastico con pezzi di cultura local. Cose che si studiavano anche prima, magari, però disperse nel bieco calderone centralista, risorgimental-repubblicano, e non ancora inquadrate nel loro glorioso specifico provinciale. Per i devolutori, si sa, l´Italia è un paese-Frankenstein, cucito in fretta e furia con il fil di ferro di una ragion di Stato improvvisata e imparaticcia, nato dall´oltraggio anticattolico di Porta Pia, voluto da un minoranza laica, borghese e urbana che niente sapeva e ancor meno sa oggi dell´anima popolare delle campagne e delle valli.
Adesso provano a scucirla, l´Italia, e ogni Regione avrà licenza di portarsi via il suo lacerto, di "definire parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico", e a seconda che abbia o non abbia l´assessore "giusto", provvederà a far presente quanto, della propria identità, è stato violato dal grande inganno unitario. Ne vedremo delle belle, e ne vedranno delle brutte, potete scommetterci, i poveri provveditori agli studi, che diventeranno una sorta di prefetti maltollerati, longa manus statalista e romana che cercherà di occultare tra le tante scartoffie anche la richiesta della Regione Tale di introdurre "urka!" tra le interiezioni. Sarà, nella migliore delle ipotesi, un notevole casino, con competenze sdoppiate, circolari che si accavallano, programmi tirati come coperte troppo corte, e Regioni nobilissime ma di gracile autonomia culturale che si sforzeranno di architettare, per non sfigurare, un proprio pedigree raccogliticcio.
Perché niente è penoso, in questa vera e propria rivalsa reazionaria spacciata per "federalismo", quanto lo sforzo di dare dignità "statale" all´identità di statarelli improvvisati ricalcando sulla carta geografica i confini amministrativi delle molte (troppe) regioni italiane. Ecco i dialetti diventare "lingue", incravattando la loro nobilissima spontaneità come villani rifatti. Prevedibile lo studio delle storie locali come Verità Tradite, in una sorta di revisionismo di campanile sempre più minuto e pedante. Immaginabile, con l´indebolimento della scuola unitaria pubblica, il ruolo della televisione (di questa televisione!) come unico collante culturale e linguistico buono per tutte le latitudini...
Ma per fortuna: con quali insegnanti sarà possibile una virata sia pure parziale della scuola in senso localista? La classe docente italiana, buona o cattiva che sia, si è formata dentro ben altro senso comune, quello magari retorico e magari forzato dell´Italietta risorgimentale, Garibaldi e Mazzini, De Amicis e Manzoni, nei casi più fortunati anche Nievo e Gioberti. Nessuno si è dato particolare pena per stabilire che Leopardi era marchigiano, Pascoli romagnolo e Volta lombardo - seppure ci è ben noto, fin dalle elementari, che esiste uno specifico etnico importante, in Italia, per ogni italiano.
Il dramma di questa classe di governo e della sua "rivoluzione" è anche la fortuna residua di questo paese: non hanno classe dirigente diffusa, i devolutori, non hanno quadri sulle cui spalle far camminare le loro riforme laceranti, i loro programmi urticanti. Non solo il Molise, volesse molisizzare la sua scuola, manca di un corpo docente abbastanza molisano. Anche Lombardia e Piemonte, Sicilia e Veneto, non troveranno mai, a meno di un esborso pazzesco di quattrini e di fiato sprecato, tanti insegnanti "devoluti" quanti ne servirebbero per ribaltare i programmi scolastici al punto di snaturarne la vecchia impostazione umanistica, italiana e gentiliana.
Probabile, allora, che la devoluzione scolastica si traduca nella semplice e sterile immissione, qua e là, di qualche pensata folkloristica, di qualche forzatura localistica, perfino di qualche utile riscoperta, e rivalutazione, di episodi e gesta trascurati dai vecchi programmi. Resta la domanda, rafforzata dagli studi internazionali (ieri l´ultimo) sul cattivo stato dell´istruzione in Italia: serve a qualcuno, serve a qualcosa l´idea di gravare la scuola italiana anche del compito di far felice Bossi, uno che se ha studiato il Porta non ha comunque imparato niente?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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