Nassiriya - Tra fiorentine e spigole alla brace innaffiate di Rosso di Montalcino e Pinot grigio, le maschere antigas alla cintola dei carabinieri si notano appena. Loro ci scherzano sopra. «Sì, ci hanno detto che c' è un "allarme chimico", dobbiamo essere pronti» dicono allegramente, intenti a preparare il cenone principesco attorno alle braci oscurate da zanzariere e teli mimetici per evitare di essere notati dalla città illuminata al di là dell' Eufrate. Un allarme che dura solo un paio d' ore, prima degli auguri di mezzanotte è già un' ombra lontana. E i carabinieri brindano al prossimo anno, mentre le maschere antigas sono già ammonticchiate in un angolo, protetti dai cingolati disposti a raggiera. Eppure l' allarme c' è stato. «Da canali di intelligence ci hanno comunicato la possibilità di un attacco con armi chimiche e noi, come da procedura, abbiamo distribuito le maschere» dichiarava appena dopo il brindisi di Capodanno il colonnello Carmelo Burgio, che ha preso il comando dei circa 400 carabinieri a Nassiriya subito dopo l' attentato del 12 novembre. Possibile? Armi chimiche in Iraq? Se Bush potesse provarlo farebbe un salto di gioia e Tony Blair sarebbe molto meno preoccupato per il suo futuro politico. Segnali più rassicuranti giungono dal portavoce della Brigata Sassari (che guida l' intera missione composta da oltre 2.800 soldati), colonnello Gianfranco Scalas. «C' è stato un generico allarme attentati, anche non convenzionali, in tutto il mondo. E l' Iraq non fa certo eccezione. Ma le nostre unità specializzate contro la minaccia chimica non sono neppure state mobilitate» tagliava corto nel suo ufficio ieri sera. «Qui i pericoli sono altri, più tangibili: auto-bomba (sono segnalate a Nassiriya una Caprice azzurra e una Peugeot rossa) attentati kamikaze, spari contro gli elicotteri, banditismo diffuso». La tensione si avverte quando si segue i militari. Anche nel breve tragitto fra le tre basi dove sono dislocati i contingenti italiani, una quindicina di chilometri, viaggiano sempre almeno due auto in pieno assetto di guerra. Ieri mattina hanno scortato con il colpo in canna persino i parenti delle 9 vittime irachene, morte il 12 novembre assieme ai 19 italiani, venute al quartier generale della Sassari per ricevere mille euro a testa, risultato di collette tra i soldati e nel villaggio sardo di Ploaghe. Nel primo pomeriggio, i corpi di pronto intervento della Sassari (i Dimonios) accorrono per controllare la folla, dopo che dei banditi hanno attaccato una pompa di benzina. Sul posto c' è già la polizia locale irachena. Parte un colpo, che fa esplodere il serbatoio: un bambino muore carbonizzato. Poi gli italiani riportano la calma. Ma è il terrorismo il vero pericolo in agguato. Da Bagdad arriva la notizia di un attentato suicida, compiuto la notte di Capodanno, nel ristorante «Nabil», uno dei più noti tra gli occidentali e gli iracheni benestanti nella capitale. Qui gli americani trattarono con le tribù sunnite di Falluja, in aprile. I morti sono otto, oltre 35 i feriti. Tra loro alcuni giornalisti del Los Angeles Times e altri occidentali. Dopo gli attacchi all' Onu, alle ambasciate, agli alberghi e alla Croce Rossa, i terroristi continuano nelle operazioni per dimostrare che il Paese è in preda al caos. Un caos che per ora gli italiani di Nassiriya dimostrano di saper controllare. In prima linea sono gli elicotteristi del 15° stormo dell' aeronautica militare, di stanza nella grande base americana di Tallil. Con loro ieri abbiamo sorvolato i maggiori siti archeologici della regione. Un' ora di pattuglia per tre compiti «tradizionali»: combattere i tombaroli, verificare le linee elettriche, cercare eventuali auto-bomba già segnalate dall' intelligence. «Sino all' attentato contro la base dei carabinieri noi volavamo ovunque. Da allora invece evitiamo i maggiori centri urbani, potrebbero spararci, come hanno già fatto con gli americani» spiega il capitano Dario De Liguoro. Sino a ora non è mai avvenuto. «Stiamo molto attenti, studiamo il terreno, dove notiamo uomini armati preferiamo mandare pattuglie di terra». Dall' alto si osserva bene il tipo di territorio affidato agli italiani: le zone paludose tra il Tigri e l' Eufrate si stagliano contro il giallo del deserto. Ogni tanto compaiono vecchie postazioni dell' esercito di Saddam e case d' argilla in mezzo al nulla, dove non capisci se la gente che agita le mani in aria sta mandando un saluto o sta invece caricando il fucile.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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