Al bar da mattina a sera, anzi spesso fino a mezzanotte. La vita di Tullio Boni e Laura Todisco fino a dieci anni fa era questa. Al bar da mattina a sera, in un angolo di Città Studi, dove la gente corre e quando si ferma, si ferma solo per un panino e una coca-cola. Lui, 77 anni, trentino di Rovereto, lei, 75, milanese-milanese. Pensione minima di esercenti, 400 euro lui, 448 lei, compreso l’aumento arrivato in marzo ("prima superavo di poco i 300 euro"). Per ventinove anni, casa-bar, bar-casa. "Non è una situazione da disperati - dice Laura -, se ci fosse solo la pensione, sì, lo sarebbe, ma per fortuna con tutto il lavoro fatto siamo riusciti a metterci da parte qualcosa, e poi la casa è nostra, però le spese ci sono". Appartamento di settanta metri quadri al primo piano di una palazzina di trent’anni fa. "O mio Dio, g’u da netà ul tapèt...". Devo pulire il tappeto, dice la signora Laura chiusa nella sua elegante camicetta bianca. Poi si alza, si allontana, torna con un pettine, e lo passa amorevolmente sulla testa bianca di suo marito. Grandi quadri in sala con cornici dorate: un vaso di fiori, una ballerina sulle punte, un paesaggio di montagne innevate. Lampadario a gocce pendenti. Un salottino a fiori celeste e viola. "Per evitare guai, è sempre meglio avere qualcosa da parte, comunque grazie a Dio siamo ancora in gamba". E’ la signora Laura a parlare, suo marito Tullio, sprofondato al suo fianco sul divano, preferisce stare ad ascoltare. Ogni tanto si limita ad allargare le braccia, alzando gli occhi al cielo. Lascia che a sorridere sia sua moglie: "La donna in pensione non ci va mai... con tutto quel che c’è da fare in casa". E’ lei a fare la spesa, all’Unes, tutte le mattine. Per un totale di? "Tra il pane, una roba e l’altra, più o meno 25 euro al giorno ci vogliono, senza privarci di niente. La spesa grossa non la facciamo, personalmente non mi va di tenere tanta roba nel freezer, preferiamo uscire ogni giorno, almeno ci muoviamo un po’". Il pranzo prevede sempre la pastasciutta e un secondo "di fantasia", "quasi sempre carne, e qualche volta pure il dolce". Se poi si aggiunge la luce, il gas, il telefono, le spese condominiali, "per vestirsi ci sono le liquidazioni, bisogna fare un pochettino attenzione, poi ora con l’euro è aumentato tutto, alimenti e vestiti, non c’è paragone".
Rispetto al passato, la vita da pensionati è un’altra cosa, come venir fuori da un tunnel lungo trent’anni: "Ormai possiamo permetterci di svegliarci alle otto e mezza, mentre prima alle sette eravamo già in piedi a sgobbare". Lavoro duro? Ora è Tullio a rispondere: "Più che duro era un sacrificio, non c’era orario, avevamo da pagare i debiti e dovevamo tenere aperto il più possibile". Oggi, l’unico impegno vero è aiutare il figlio Giancarlo per qualche ora in edicola, il tempo giusto per permettergli di andare a prendere il bambino a Milano2, dove frequenta la seconda media. Poi, il pomeriggio si va a San Babila per un caffè, qualche volta con gli amici: "Abbiamo l’abbonamento del tram, 62 euro al mese in due, e possiamo girare come vogliamo. Nessuno ci toglie la passeggiata del pomeriggio, un paio d’ore. Sem vecc’, ma sem ammò autosufficienti". Traduzione quasi superflua: siamo vecchi, ma ancora autosufficienti. "Per star bene, l’ideale sarebbe avere tre milioni al mese, ma anche così non posso lamentarmi di certo, per l’amor di Dio". 1.500 euro. I conti si fanno ancora in vecchie lire. "Non abbiamo vizi, né cinema né teatro, cosa vuole, sem vecc’ e scappa la voglia". L’ultima volta, al cinema, Tullio e Laura hanno visto "La vita è bella". Piaciuto? "Molto, molto". E a Tullio? Risponde Laura: "Lui al cinema si addormentava anche da giovane". Stavolta sorride anche Tullio.
Non sorride più appena si parla della sua Inter: "Lui è un nerazzurro sfegatato", dice Laura. Va ancora allo stadio? "No, ormai, no". E all’epoca di Herrera? Alza le spalle, come per dire: non è che fosse poi una gran cosa. La signora Laura racconta di aver finito la seconda Avviamento e di aver cominciato a cucire a tredici anni, poi racconta di quando lavorava all’Upim di piazza San Babila: "Mio padre era rigido e non potevo sgarrare, via Bagutta e Corso Vittorio li ho visti solo da sposata". Tullio, invece, arrivato a Milano quindicenne, lavorava nella tabaccheria dello zio. Gli amici di oggi? E’ sua moglie a rispondere: "Pochi, io ci ho quattro fratelli, i nipotini, ci si telefona e qualche volta ci si pratica. La domenica ci vediamo a messa con gli amici e qualche volta si va pure a vedere un museo, con la Pina e con gli altri, ma mio marito si stanca subito. In genere, se non c’è mio nipote, si sta soli, ci facciamo compagnia noi due, la sera si guarda la tv fino alle undici e mezzo, un po’ di tutto tranne quelle telenovele... Uscire, mai la sera, e stiamo pure attenti a non aprire la porta agli estranei, una volta non c’era da aver paura, ma oggi, con tutto quel che si vede in giro, meglio stare chiusi in casa". E oltre alla televisione? "Musica, mi piace tutta la musica, la musica leggera, l’opera mi è stata inculcata da piccola, son cose che non vanno più via... Da bambina andavo alla Scala, ma oggi ho tutti i cd di Verdi e per me è una passione. Ma vede, l’unica cosa nella vecchiaia è la salute, se stai bene ti entusiasma tutto, e poi a Milano non ti stanchi, se invece non stai bene ti senti una frana".
Tra gli entusiasmi ci sono le vacanze: prima in montagna, poi a Gatteo a Mare quindici giorni, agosto a casa, perché "in agosto non ci siamo mai mossi, stiamo troppo bene a Milano". Tra gli entusiasmi c’è anche il ricordo di una crociera per il venticinquesimo di matrimonio, nell’82: "Abbiamo fatto tutto il Mediterraneo, Palermo, Napoli, Palma di Maiorca, a mio marito dava un po’ fastidio l’odore di nafta della nave, ma per il resto è stata una pacchia. In crociera ti senti miliardario anche se sei un poveretto. Mio marito andava lì al bar e diceva: mi faccia un caffè, tanto la vita è una beffa".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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