Roma - Ha lavorato per una vita in una azienda di telecomunicazioni. Ma ora Oscar Mattei è mago o meglio prestigiatore, esperto di sassi e collezionista di sculture naturali, paleontologo e conferenziere, pittore, ricamatore di arazzi, poeta, fumettista, giocattolaio, micologo, vinaio, orologiaio. Lo conoscono tutti ad Acilia, quartiere Dragoncello, nei pressi di Ostia. Arrivato al gruppo Cge (ossia Compagnia Generale di Elettricità) nel ’52 come apprendista, ha percorso i vari livelli come imp iegato e ha finito come quadro, occupandosi di gestione del personale («Sono un ragioniere che meritava molto di più»). Ma dall’89 è un uomo libero e felice. A 69 anni dice senza mezzi termini: «Questa è l’età più bella».
Sua moglie, Ines Malatesta , 66 anni, sorride: «Non si spaventi, mio marito è un mostro». In effetti, Oscar è un mostro di energia, un vulcano di idee, un getto continuo di parole, un dilettante di buongusto e un perfezionista allegro che vorrebbe essere sempre circondato da amici, come quando invita a casa gli ex colleghi, magari per le fettuccine ai funghi: «Si mette la prolunga al tavolo e 40 persone ci stanno». Con quattro figli, una femmina e tre maschi (uno dei quali adottato), vorrebbe un bambino in affidamento. Ma Ines («Sta tirando i calci», scherza Oscar) non ci sente e dice: «Mi fa paura la sofferenza, un giorno se ne andrebbe e io non sopporto il distacco. E poi ne abbiamo già fatte tante nella vita».
Per Oscar l’entusiasmo vince su tutto. E l’entusiasmo non è certo ricordare le poche vacanze all’estero: Parigi, Londra, Vienna (un viaggio per due vinto da sua moglie in un concorso dell’Atac). L’entusiasmo è andare la domenica mattina a vedere qualche mostra in città («Andiamo coi mezzi, ci fermiamo a mangiare una pizza con la mortadella e torniamo»). L’entusiasmo sono i giocattoli di legno che ha costruito e ha brevettato, i suoi fittissimi arazzi di argomento sacro, i quadri a olio, figurativi e astratti, il fragolino appena imbottigliato, le sue vignette di satira politica, apre ritagli di giornali, la collezione di pietre che sembrano profili di vecchi, cani, cavalli, il monopattino costruito per i nipotini, i fucili di legno con una molletta e un elastico, i pendoli e i cucù che ha riparato, le navi in miniatura fabbricate qualche anno fa. L’entusiasmo è aver letto i racconti di Gogol. Parla con slancio delle lezioni che impartisce nelle scuole della sua circoscrizione: «Porto i miei ventitré pannelli e la collezione di fossili per meglio illustrare l’evoluzione dell’uomo, faccio anche delle mostre, tutto gratuitamente, non ci ricavo niente, anzi ci spendo». Ma la pensione di 1.500 euro in fondo basta («Sono tra gli ultimi fortunati usciti con l’80 per cento»), anche se, fa presente il signor Oscar, «in questi giorni mi si è spezzato un dente e non posso permettermi di spendere 1.900 euro per ripararlo.
Questo è un periodo un po’ nero, abbiamo fatto il lavoro del tetto, abbiamo pagato il mutuo e l’assicurazion e e finiamo l’anno con qualche difficoltà». Non si direbbe, con questa casetta su due piani con giardino, la Panda Young parcheggiata fuori, i tre televisori («Due regalati»), le poltroncine imbottite, le vetrinette eleganti. Però «abbiamo una gesti one di massima economia»: la spesa settimanale all’ipermercato («E se ne parte un terzo della pensione»), il mutuo (circa 4 mila euro l’anno), le «bollette dolorose» dell’elettricità, dell’acqua, del gas («Ma accendendo lo scaldabagni soltanto per la doccia si risparmia eccome»), le assicurazioni (dell’auto, della casa), i vestiti ai saldi o riadattati. «Non mi vergogno di utilizzare gli abiti smessi dai miei figli; e poi per le scarpe non ho mai speso più di 30 euro, mentre Ines è più esigentina, non dico elegante ma vuole andare in giro come si deve, con la messa in piega ». Anche colpa dell’euro? «Sì, perché con tutti quegli spiccioli sembra una contabilità da pezzenti e non ti accorgi di spendere». Gestione di massima economia, Ines? «Io ho fatto la seconda elementare e so' laureata in vita di tutti i giorni. Lui però non mi ha fatto mai mancare niente, ora mi dà una parte della pensione e mi dice: fai quello che vuoi, non voglio saperne. Io sono pantalonaia, ho arrangiato qualcosina ogni tanto, ma non ho mai lavorato davvero. Anzi, direi che ho fatto la mamma a tempo pieno e ora faccio la nonna, con cinque nipoti». E poi? E poi c’è il Teatro Sistina una volta ogni due mesi circa e la vita sociale: «Faccio parte della Confraternita della Madonna del Carmine di Trastevere e il sabato pomeriggio mi occupo di andare a trova' i bambini malati, gli portiamo i giocattoli per conforto, per l’Immacolata ci siamo presentate dal Papa e per la Chiesa di Sant’Agata vestiamo la Madonna. Oppure andiamo a vendere la roba per beneficenza». Oscar fa una smorfia che potrebbe significare dissenso. Ma non è: «Io sono un po' in lotta, ma non lo metta nell’intervista». In lotta? «Sono contrario a dichiararmi credente. Ogni tanto accompagno le suore di Santa Teresa all’aeroporto. Una volta le ho rimproverate perché mi hanno detto: "Tu per noi sei un papà". Ho risposto: "Non dite più quella parola, essere padre è un’altra cosa". Sono cristiano, ma ho visto troppe anime pie in processione dire: ari mortacci e cose del genere. Se la religione non è radicale ed è il massimo della tolleranza aiuta, illumina e dà uno scopo, altrimenti». Rivela di aver sempre votato a sinistra come suo padre, anche dopo aver rinunciato alla tessera del Pci («Sono uscito quando ho conosciuto certe verità aberranti»). «Io - butta là Ines - credo che qualcuno di superiore a noi ci sta, so' di poche parole e non faccio tanti ragionamenti come lui». C’è una fotografia, sul tavolino del salotto, con nonni e nipoti: «La cosa più bella è averli tutti vicini - dice Oscar -: qui la tavola è sempre apparecchiata, poi magari mangiano, bevono e se ne vanno, ma l’importante è sentirsi amati ed essere rispettati». Caffè? Caffè. Due biscotti? Due biscotti. Ines guarda suo marito che ripete: «Eh su, Ines, prendiamolo ‘sto bambino in affidamento». Niente da fare, la Signora, come la chiama Oscar, alza gli occhi al cielo: «Lui è sempre stato un tipo estroso e quando lavorava doveva stare quieto e non pensava ad altro. Adesso può sfogarsi, lavora con il filo, dipinge, insegna, di tutto di più». I nipoti e i bambini del quartiere lo chiamano nonno Mago, perché si diverte a fare giochi di prestigio con un cilindro in testa. Ma, a differenza di Ines, Oscar non sembra credere ai miracoli. Lei gioca al Superenalotto e lui non vuol saperne: «La più grossa disgrazia sarebbe che mia moglie vincesse. Direi: ora che devo mori' , tutti questi soldi, mannaggia la jella. E poi, con tutti quei soldi, alla fine rischi di annoiarti: e se ti annoi è la fine».
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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