Il problema centrale della nostra giustizia è e rimane quello della durata eccessiva dei processi": con queste parole il presidente Ciampi ha sintetizzato l´analisi sulla crisi della giustizia in Italia. Un´analisi condivisa da tutti ed in particolare dai magistrati. Che però sono vittime, alla fine, di un singolare paradosso. Vorrebbero che il loro lavoro fosse celere ed efficace. Così non è, per cause che in minima parte sono loro riconducibili. E tuttavia le conseguenze di questa situazione ricadono (oltre che sugli "utenti" volta a volta direttamente interessati) proprio sui magistrati. Perché se io fossi uno dei tanti cittadini che deve attendere per lustri, per non dire decenni, la conclusione definitiva di una vertenza civile o di una causa penale, la reazione più immediata sarebbe - anche per me - di "prendermela con i giudici". E infatti sono loro che hanno il compito di gestire i tempi del processo. E´ a loro che spetta di concluderlo con una sentenza. Ed è a loro pertanto che si indirizzano il risentimento e l´indignazione per la durata irragionevole dei processi, per una giustizia ritardata che è giustizia denegata, con palese violazione di uno dei diritti fondamentali dei cittadini.
Di qui la nostra amarezza. L´amarezza di appartenere ad una categoria accusata di non lavorare come dovrebbe. Un´accusa devastante per chi (ed è la stragrande maggioranza dei magistrati) spesso lavora anche oltre il dovuto e vede che il suo impegno non apporta alcun miglioramento al "servizio-giustizia". Ci si può anche sentire a posto con la propria coscienza, ma è la coscienza professionale dell´intera istituzione che viene messa in discussione agli occhi dell´opinione pubblica. Anche per rompere questa spirale perversa, i magistrati (lo han detto per bocca dell´Anm) "sono pronti alla sfida della professionalità". Vale a dire che sono essi stessi a segnalare la necessità e l´urgenza di migliorare il sistema di reclutamento, la formazione iniziale e l´aggiornamento professionale. Attuando una "Scuola della magistratura" che rinunzi ad ogni erosione del ruolo del Csm e valorizzi invece l´offerta formativa, ricca e articolata, che ormai da parecchi anni proprio il Csm ha realizzato a livello sia nazionale che decentrato.
Sono gli stessi magistrati a chiedere che la loro produttività sia adeguatamente valutata. Si tratta di un compito difficile, a causa della grande disparità dell´attività dei vari uffici e della disomogeneità delle loro condizioni organizzative. Ma è un compito possibile, che la commissione mista Ministro/Csm ha assolto con un buon lavoro preparatorio, rimasto però senza sviluppi.
La magistratura associata chiede "un nuovo e più rigoroso sistema di valutazione della professionalità", con "cadenze quadriennali e con conseguenze anche sulla retribuzione in caso di valutazione negativa", senza intaccare, al tempo stesso, "la progressione per scatti di anzianità del sistema retributivo, garanzia imprescindibile per l´indipendenza di ogni singolo magistrato, del tutto coerente col principio costituzionale in base a cui i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni".
Tanto premesso, resta per altro fermo che le principali cause - quelle "vere" - dell´inefficienza del sistema giustizia risiedono altrove, come tutti gli uffici del distretto (sia pure con accenti diversi) concordemente denunziano. Queste cause - oggi - sono soprattutto le seguenti: l´organico del personale amministrativo soffre una scopertura del 13 per cento su scala nazionale, alla quale non viene posto rimedio perché le assunzioni sono bloccate. Tale scopertura, unitamente ad innovazioni processuali, rende drammatica - in particolare - la situazione delle notificazioni. Non vengono banditi i concorsi per l´aumento di organico di 1000 magistrati, già previsto dalla legge. I fondi destinati alla giustizia hanno subito un taglio del 10%. L´insufficienza delle risorse finanziarie rischia di pregiudicare i molti aspetti positivi, in termini di efficienza, trasparenza e misurabilità dell´azione giudiziaria, che erano stati consentiti dalla crescita di informatizzazione degli uffici (la Procura della Repubblica di Torino, ad esempio, denunzia il possibile blocco dei collegamenti telematici tra i diversi uffici e tra questi ed i sistemi centrali dell´amministrazione, fino all´impossibilità di richiedere in tempo utile i certificati penali o di verificare se un imputato è detenuto; mentre la mancata assistenza tecnica potrebbe condurre al degrado e allo spreco del patrimonio informatico già esistente; in particolare vanificando - sul versante della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia - lo sforzo organizzativo e finanziario compiuto per dotare l´Italia di una banca dati capace di rendere più incisiva la lotta al crimine organizzato, proprio nel momento in cui l´Europa ha scelto il modello italiano per la banca dati di Eurojust).
Alle cause di oggi, contingenti, si aggiungono quelle "strutturali": la pessima distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio nazionale; la torrenziale e disorganica produzione legislativa (in materia penale), che ha trasformato il processo in un percorso ad ostacoli, confuso le garanzie con i cavilli, moltiplicato le occasioni per espedienti dilatori in favore degli imputati che possono contare su difensori costosi ed agguerriti; mentre le garanzie "verso il basso", quelle riguardanti gli imputati "comuni", per non dire dei "poveracci", si sono sensibilmente ridotte; dando vita, di fatto, ad un doppio binario processuale (denunziato anche dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione) che non è né giusto né equo. E´ su queste cause, contingenti e strutturali, che bisognerebbe intervenire: per razionalizzare e snellire le procedure e ancor più per migliorare l´organizzazione dei servizi giudiziari. Invece le principali riforme attuate o in cantiere (Csm; ordinamento giudiziario; separazione delle carriere; controllo "politico" sulla priorità nella trattazione degli affari penali; svincolo della Pg dal Pm; legge Cirami; proposte di immunità parlamentare; progetto Pittelli), quelle che scatenano polemiche e contrapposizioni laceranti, non ridurranno neanche di un giorno la durata interminabile dei processi e non aumenteranno neanche di un millimetro il livello di efficienza del sistema giustizia. Semmai, anzi, complicheranno le cose, rallentando ulteriormente i processi e rendendo ancor più barocche le procedure. E tutto questo, forse, perché tali riforme sono pensate con prevalente, se non esclusivo, riferimento alla giustizia che preme agli imputati che possono e contano, senza considerare la giustizia ordinaria o del quotidiano, che interessa "soltanto" i cittadini comuni. A fronte di questa situazione, in un recente incontro con il Csm, il ministro della Giustizia ha dichiarato, con franchezza, che "è inutile iniettare nuove risorse in un sistema che le spreca perché è inefficiente". Per cui, elevata l´età pensionabile a 75 anni, il ministro non darà corso all´assunzione di altri magistrati finché non saranno modificati l´ordinamento giudiziario ed i meccanismi di concorso e non prenderà provvedimenti per la copertura del ruolo del personale amministrativo e degli ufficiali giudiziari. Mentre il Dipartimento dell´organizzazione giudiziaria (con una circolare del 5 marzo 2002) invitava i Capi delle Corti d´Appello a limitarsi alle spese "strettamente necessarie per il funzionamento minimale" dei loro uffici. Dunque, una gestione della giustizia tesa non ad un recupero di efficienza ma al "funzionamento minimale" degli uffici. Quasi che la Costituzione non attribuisse proprio al ministro - e a lui soltanto - la responsabilità per "l´organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia". Si delineano, a questo punto, i contorni di un quadro - piuttosto cupo - che presenta magistrati disarmati e tuttavia sempre più spesso indicati - a torto - come unici o principali responsabili dello sfascio della giustizia. Il quadro, poi, si incupisce ulteriormente se si considera quella specie di malvezzo nazionale che è diventato - in certi ambienti - l´attacco ai magistrati, condotto intrecciando luoghi comuni e falsità in una ripetizione così ossessiva che alla fine anche le deformazioni più sfacciate si trasformano in... verità subite con passiva rassegnazione (gli aggressori si preoccupano sempre di precisare che le loro accuse sono rivolte soltanto ad una parte della magistratura, ma è una parte sempre "mobile", destinata cioè ad allargarsi per ricomprendere tutti i magistrati - pm e giudicanti - che di volta in volta siano chiamati a prendere iniziative o provvedimenti considerati - o anche solo temuti - come "scomodi": per cui, in verità, è l´intero ordine giudiziario ad essere coinvolto, ciò che comporta pesanti interferenze e condizionamenti sulla normalità del funzionamento della giustizia). Alla fine, gli effetti sull´immagine, sul prestigio e sulla credibilità della magistratura non possono che essere devastanti. E quando il sondaggista di turno "scopre" che l´indice di gradimento della magistratura diminuisce, invece di notare che sarebbe ben strano (nella situazione data) se non fosse così, i risultati dei sondaggi vengono assunti come... conferma che i magistrati sono inaffidabili. Un corto circuito, che alimenta la propaganda strumentale. Ma con una conseguenza ulteriore piuttosto grave: il calo di credibilità della magistratura non può che indebolire la linea di resistenza contro gli attacchi portati all´indipendenza dei giudici da chi vorrebbe sottrarsi al vincolo di legalità (che senso ha, come si può difendere chi non ispira fiducia?). Di qui l´ipotesi che l´inefficienza del sistema giustizia possa essere finalizzata, di fatto, ad un "raffreddamento" della magistratura tutte le volte che il controllo di legalità si indirizzi verso certi interessi, restii a considerarsi eguali agli altri di fronte alla legge. Tutti questi problemi potrebbero attenuarsi se finalmente si instaurassero rapporti più corretti fra politica e magistratura: nel pieno, reciproco rispetto di ruoli e competenze (a partire dall´incontrovertibile "primato" della politica), mettendo in campo tutte le forze che hanno come riferimento l´interesse comune. Questa è la posta in gioco. E non si tratta di prendere posizioni di parte. Il primato della legalità, l´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non sono - infatti - questioni di destra o di sinistra. Sono questioni di tutti. Delle quali tutti dobbiamo farci carico, ricercando insieme soluzioni di interesse generale. Se non vogliamo (l´ammonimento è di un grande musicista, Claudio Abbado) essere "colpevoli di omissione contro la democrazia"…
... Se la giustizia è la virtù che si esprime nell´impegno di riconoscere e rispettare il diritto di ognuno, dandogli ciò che gli spetta secondo la ragione e la legge, allora la giustizia non è soltanto una virtù individuale. E´ una componente essenziale della vita comunitaria. Indispensabile perché siano attuati le libertà ed i diritti, senza prevaricazioni; perché siano rimossi gli ostacoli che limitano l´eguaglianza; perché la legalità sia intesa come insieme di regole condivise, individuate tenendo conto delle esigenze di tutti e da tutti rispettate, frenando onnipotenze ed egoismi; perché la legalità così intesa sia effettivo cemento della convivenza civile; perché si realizzi una pace sociale e non la guerra continua. In quanto strumento per garantire diritti individuali e collettivi, la giustizia è anche organizzazione che lo Stato predispone a tutela di quei diritti. Come ci ricorda il paradosso del costituzionalista inglese, secondo cui l´esercito e la flotta dell´Inghilterra hanno una sola funzione: rendere possibile che il giudice emani le sue sentenze. Dunque l´organizzazione statuale della giustizia è un tema fondamentale per regolare ed armonizzare il divenire della vita sociale. Per attuare i diritti più facilmente calpestabili da parte del potere collettivo o dei piccoli poteri individuali. E´ per questo che il potere (ce lo insegna la storia) ha sempre cercato di asservire a sé la giustizia. Ed è per questo che la Costituzione repubblicana, con una grande conquista, ha affermato per la prima volta alcuni fondamentali principi: nessuno può scegliersi il giudice preferito o imporre un giudice diverso da quello precostituito per legge; il giudice deve essere sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni all´ordine giudiziario e a qualsiasi subordinazione anche all´interno di esso; non possono essere istituiti giudici straordinari o speciali; la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere ed esercita un autogoverno attraverso il Csm; i magistrati si distinguono solo per funzioni; i magistrati sono inamovibili; l´azione penale è obbligatoria e non disponibile. In Italia questa organizzazione della giustizia, soprattutto nell´ultimo decennio, ha funzionato: la giustizia non si è limitata a perseguire i deboli e gli emarginati nella scala sociale, ma ha cominciato (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) a perseguire anche i delitti commessi dai "colletti bianchi" e a controllare - come doveva - il corretto esercizio del potere; l´indipendenza del giudice non solo dai poteri esterni ma anche da quelli interni (con il superamento della gerarchia) ha reso impossibili forme spurie di controllo attraverso la cooptazione da parte dei vertici del potere; il superamento del sistema della "carriera" (che comporta speranze e timori) ha assicurato una vera indipendenza del magistrato, che può - se lo vuole - agire davvero "sine spe ac metu". Ma nella misura in cui ha funzionato, la giustizia ha creato - nel nostro Paese - vistose preoccupazioni nel potere. Di qui vari tentativi (talora vere e proprie campagne) per drasticamente ridimensionare la magistratura e per "sterilizzare" la sua indipendenza. Nella Costituzione repubblicana è scritto il progetto di uno Stato vissuto non come espressione degli interessi e della forza di una classe dominante o di qualcuno, ma come garante dei diritti di tutti. Oggi, invece, assistiamo con inquietudine a diffusi tentativi di rivedere questo progetto costituzionale, per ritornare ad un vecchio modello, in forza del quale lo "status" ed i diritti dei cittadini dipendono non tanto dalle regole, quanto piuttosto dai rapporti di forza. Tali tentativi presuppongono - appunto - il ridimensionamento della magistratura, in quanto soggetto indipendente incaricato di rendere le regole effettive ed eguali per tutti. Indipendenza della magistratura, effettività delle regole, uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge sono un tutto unico. La posta in gioco è il permanere dell´unitarietà di questi concetti. Che in democrazia sono essenziali. E irrinunziabili.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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