La solitudine e l’abbandono, forse più dell’enfisema polmonare che domenica lo ha costretto al ricovero, hanno provocato la morte del poeta Peter Russell. Parente del filosofo Bertrand, inglese di Bristol, nato nel settembre del ’21, considerato uno dei grandi del modernismo novecentesco, candidato al Nobel, Russell viveva in Italia dall’82 quando, con la seconda moglie e i tre figli arrivò a Pian di Scò, nel Valdarno, dove andò ad abitare alla Turbina, un vecchio mulino in collina. Un paio d’anni fa, letterati e amici inviarono un appello al presidente della Repubblica per fargli ottenere la cittadinanza italiana, che è arrivata proprio nello scorso dicembre. La cittadinanza gli avrebbe dato la possibilità di ottenere qualche aiuto economico, magari il vitalizio della legge Bacchelli. Ma Russell si considerava comunque in esilio, con pochi amici, che andavano a trovarlo nella casa di riposo a Castelfranco di Sopra (Arezzo), era quasi del tutto cieco anche se l’assistenza non gli mancava e continuava a scrivere poesie e lettere. L’ultimo appello risale a pochi giorni fa. Vi si alludeva a una resa del poeta. "Diceva che non aveva più voglia di lottare per vivere" afferma l’amico Leonello Rabatti.
Russell è stato un poeta fluviale. Pubblicò i suoi primi versi nel ’39 e da allora produsse un corpus sterminato. Più che a Shakespeare, si ispirò a Petrarca, del quale apprezzava "la purezza musicale". Il sonetto, diceva, "è una forma del pensiero" e lui ne scrisse quasi tremila, composizioni pacate, con parole semplici e visioni estatiche: "La casa è quieta, tutto è immobile / Io ho scritto tutta la notte. / I primi raggi dell’alba sopra la collina / Riempiono l’intera valle con la loro pace". Ma alla fine anche con molta disperazione: "Angoscia del tempo che passa / Ma non mi porta con sé... Terrore del vuoto / Asfissia / Sepolto vivo...". Definito "un moderno antico", Russell amava i ritmi semplici, l’osservazione della quotidianità e il richiamo alle mitologie, i simboli della natura che comunicano speranza ed energia vitale. Giuseppe Conte, nella prefazione alla raccolta La catena d’oro , ha scritto che Russell appartiene alla minuta schiera dei poeti che trasmettono "una tempesta, anzi un uragano di visioni". Poeta metafisico e coltissimo, con echi che vanno da Sant’Agostino a Foscolo, da Góngora a Coleridge.
A Castelfranco, negli ultimi anni, passava i suoi giorni fumando Nazionali senza filtro, seduto a un tavolino pieno di appunti e di lettere, che le infermiere gli avevano sistemato sotto una finestra. Non riusciva a trattenere le lacrime quando ricordava William Butler Yeats, che considerava "il più grande di tutti, una voce universale": "Nel ’39, ero a scuola quando seppi della sua morte e scoppiai a piangere. Pound diceva che la poesia è adorazione degli eroi e il mio eroe era Yeats". Pound fu suo amico ("lo vidi in un party a casa sua il giorno prima che morisse, era molto debole ma aveva la mente asciutta"). Quand’era studente, Eliot gli offrì dei soldi perché continuasse a scrivere ("lottavo per sopravvivere e lui mi aiutò"). Montale e Landolfi li conobbe alle Giubbe Rosse, il leggendario caffè di Firenze. Ungaretti lo incontrò nel ’50 a Venezia ("era un tipo molto accogliente, aveva già letto tutti i miei libri"). Quasimodo andava a trovarlo a Londra quando, già Nobel, "era stufo degli onori pubblici". Girò per mezzo mondo. Anzi, per il mondo intero. Combatte in Birmania con le truppe indiane, per otto anni è nell’aviazione britannica: in Germania, in Estremo Oriente, in Africa e in Olanda, dove nel ’44 riesce a salvarsi da un attacco tedesco attraversando il Reno a nuoto. Soggiorna poi in Francia, Canada, Stati Uniti, Cina, Iran, Italia. Prima a Venezia, in seguito a Firenze come professore universitario. A Pian di Scò rimane ad abitare solo con il figlio minore. Ma non si può dire che il soggiorno italiano sia stato fortunato. Nel ’90 un incendio gli manda in cenere parte dell’archivio e della preziosa biblioteca di trentamila volumi: "Colpa di un ghiro - diceva - che saltando da mucchio a mucchio ha fatto precipitare alcuni libri nel camino". Una sera di aprile del ’91 viene colpito da collasso e ricoverato a Castelfranco di Sopra. Le sue carte (tra cui epistolari dei maggiori poeti del Novecento) e la biblioteca rimangono alla Turbina e lui ne soffre. Ha lasciato il tutto al comune di Pian di Scò, che ha già chiesto all’Università di Arezzo di avviare la catalogazione. Il 21 febbraio prossimo si terrà la prima assemblea della Fondazione Russell. Il vecchio Peter vi parteciperà dall’alto. I suoi libri sono usciti in traduzione da editori minori. L’ultimo, La catena d’oro, è edito da Paideia.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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