UDINE - Il loro orecchio è incollato al cellulare, lo sguardo agli annunci di lavoro. Sono stranieri speciali: italiani che camminano dentro scarpe di extracomunitari. Argentini che tornano qui, nella terra dei padri, per sfuggire alla bancarotta del loro Paese, che sbarcano pensando di essere immigrati di serie A, e invece si scoprono italiani di seconda classe. Italiani in attesa di cittadinanza. Fermi nel guado. Destini appesi a una carta bollata, a un certificato di nascita.
"Ci vogliono tanti mesi, talvolta un anno, perché un italiano d´Argentina diventi italiano d´Italia. Trafile pazzesche. Nel frattempo, la legge gli impedisce di lavorare e tutti i suoi risparmi, già falcidiati dalla svalutazione, si volatilizzano". Clara Veneziani ha 43 anni, è bionda e minuta. E´ arrivata in Friuli nel marzo del 2002 con tre dei suoi quattro figli, con cui condivide un´unica stanza. Ci ha messo sette mesi e mezzo per farcela. Alla fine, racconta, "ho pianto per un giorno intero, tanto era lo stress che avevo accumulato". Ora deve ricominciare daccapo per i figli, e non ha ancora un lavoro. Non un euro da spendere.
Sempre la stessa storia della baracca Italia. Se non ti rivolgi allo Stato e resti nell´illegalità, tutto funziona. Lavoro in nero, casa in nero, vita nell´ombra, protezione autogestita dai clan familiari. Ma se rivendichi un diritto e ti palesi a uno sportello, da quel momento sei perduto. La burocrazia di identifica, ti inchioda in una rete di norme, ti impedisce di fare qualsiasi cosa. Per questo oggi un italiano d´Argentina, nel suo primo anno di permanenza in Italia, è più svantaggiato di un algerino.
Ti dicono: "Fatti la cittadinanza in Argentina, così eviterai problemi in Italia". Così ti dicono. Ma provaci un po´. Il tuo consolato è sempre chiuso, non risponde alle tue lettere, ai tuoi fax, alle tue mail. Non inoltra richieste di documenti anagrafici alla madrepatria. Alla sua porta, trovi davanti a te file chilometriche di questuanti messi in riga dalla Polizia. E quando arrivi alla fine di quella fila, ti danno un biglietto che dice: torna nel 2007. Allora tu parti alla disperata, sai che all´arrivo puoi avere un permesso turistico di sessanta giorni, ma non sai che devi sborsare una cauzione in banca di 1800 euro. A Buenos Aires, oggi, ti ci vogliono anni per mettere insieme una cifra così.
Poi ti infliggono altri sessanta giorni di purgatorio, per un secondo permesso di soggiorno, quello dedicato all´attesa della cittadinanza. Un tagliandino che ti viene consegnato spesso allo scadere del termine. Intanto chiedi la residenza, ma non basta dimostrare che hai un tetto. Devi aspettare che i vigili vadano a verificare. Un altro mese se va bene. Intanto, raccogli le prove della tua italianità, cerchi nei Comuni e nelle parrocchie la storia dei tuoi antenati, collezioni pile di documenti. Il più difficile da trovare è l´atto che dimostra che in Argentina non hai mai rinunciato alla tua nazionalità d´origine. Come cercare un ago nel pagliaio; e il pagliaio è la baraonda della burocrazia argentina. Solo quando hai raccolto tutte queste scartoffie, comincia l´attesa della cittadinanza vera.
"Finché sei argentino, nessuno ti può aiutare" spiega Fernando Cagnacci, 33 anni, di cui uno in attesa dell´italianità certificata. Le associazioni "etniche", come l´Ente friulani nel mondo o le organizzazioni dei veneti, non possono far niente. Le regioni non ti possono dare sussidi. Le mutue non possono erogare assistenza medica. I Comuni idem, se non hai una busta paga.
Nessuno può garantirti, quando cerchi un appartamento in affitto, se non hai uno straccio di lavoro regolare. Ma il lavoro regolare lo hai solo con la cittadinanza, così il cane si morde la coda. E tu ti sveni, distruggi il tuo patrimonio per sopravvivere in attesa che il pezzo di carta arrivi. "Manca un ente che ti spieghi cosa fare, quali suono i tuoi diritti, come muoverti in modo non dispendioso", brontola Sandra Romanello, 29 anni, famiglia di Basaldella, che pure è arrivata qui già con la cittadinanza, trovando un lavoro sicuro.
Sorride della sua piccola odissea Luciana Drigani, 21 anni, figlia adottiva di un friulano d´Argentina. E´ qui da 17 mesi e 16 li ha consumati in attesa di quel pezzo di carta. A Buenos Aires le pratiche le aveva fatte tutte, persino in ambasciata le avevano detto: vai tranquilla, basta un piccolo certificato. Ma quel piccolo certificato, connesso con la sua adozione, il Comune del padre, Gonars, non glielo voleva proprio dare. Così è cominciato un indecoroso palleggiamento di responsabilità fra anagrafe, questura e tribunale dei minori. E´ finita bene, ma nel frattempo Luciana, non potendo lavorare, ha perso tutto quello che aveva.
Con quel pezzo di carta in mano, pensi almeno che sia finita. E invece è solo l´inizio. Gli immigrati dall´Argentina sono spesso laureati e la laurea argentina non vale niente in Italia. Un medico deve sgobbare altri tre anni d´esami per avere l´equipollenza. E quando magari la ottiene, scopre che non c´è bisogno di lui, che il pianeta Italia non cerca cervelli ma solo braccia. Manodopera di basso livello. Di nuovo, l´algerino più avvantaggiato dell´italiano di serie B. Anche con la legge Bossi-Fini sull´immigrazione.
A Elisa Jussig, 30 anni, architetto, è andata meglio. Rientrata per sposarsi con uno delle sue valli, ha avuto presto il documento e un buon lavoro. Ma questo non le impedisce di vedere i difetti dell´Italia, di averne persino paura. "Vedo qui molti dei segnali anticipatori della crisi argentina. La gente ha perso la ricchezza del linguaggio, segno che il pensiero si inaridisce. I giovani specialmente. La tv è inguardabile. La gente legge meno che da noi, la coscienza civica diminuisce, chi è onesto resta solo. Il condono è un segnale terribile, premia chi non paga le tasse. Esattamente come in Argentina. Il collasso sociale e culturale è venuto molto prima di quello economico".
Trovi quello che trovi. Lavoretti. Giovanna Zolia, 60 anni, è tornata nella sua Trieste dopo aver perso tutto, anche il suo lavoro di agente immobiliare. Oggi fa la cuoca in un club sportivo, tira avanti con una paghetta. Sua figlia, 28 anni, mamma a sua volta di una bambina di otto, ha una buona laurea ma la città più anziana d´Italia le offre un solo lavoro: pulire e assistere vecchi soli. Fare la "badante" insomma, come le ucraine o le filippine. "Eppure - dice Gianna - non siamo illegali. Oggi siamo italiane a tutti gli effetti". D´altra parte, dice, che fai? "In Argentina è peggio. La corruzione, la delinquenza sono terribili".
Ti dicono: "L´Italia lancia all´estero l´immagine della quarta, quinta potenza mondiale. E noi siamo attirati da quella chimera. Nessuno ti dice: attenti, qui non c´è lavoro, state a casa, aspettate, l´Europa già scoppia di immigrati. E´ così che nasce il rancore per la madrepatria". Fernando Cagnacci è da mesi in attesa dei documenti ed è convinto che la burocrazia italiana sia più lenta persino di quella argentina: "Mi viene il sospetto che queste lentezze sia il modo per costruire una griglia. Ma se non ci vogliono, lo dicano chiaro, invece di tenerci a bagnomaria e farci consumare tutti in nostri risparmi".
Altra delusione, i parenti. I nuovi arrivati pensano: l´Argentina ha accolto milioni di italiani, l´Italia accoglierà noi. Invece torni e trovi che nessuno si ricorda più di te, che devi arrangiarti. Il Veneto: tanta brava gente, dicono, ma ci guarda come stranieri. Trieste: tanta buona volontà, ma è una città di vecchi, che se ne frega dei giovani. Il Friuli, poi, dice una friulana di ritorno, lavora, lavora, ma è diventato egoista. "Non so cosa gli ha preso, qui si credono una razza, ti chiedono la tua genealogia, ti guardano come una cicala che balla e canta. Ti dicono che per forza l´Argentina è finita così. A Roma mi sento più accettata. Qui al Nord non c´è vita sociale, tutti stano blindati in casa".
All´Ente Friulani nel mondo conoscono bene questa delusione, sanno che Italia e Nordest non sono dei bengodi, ma posti dove si sgobba e il lavoro non c´è per tutti. "Bisogna smantellare il nostro mito", dice Fernando Clavora, direttore dell´ente. "Lavoriamo da tempo per dare agli argentini informazioni realistiche su di noi, spiegare quali profili professionali ci servono davvero, evitare illusioni, impedire partenze allo sbaraglio. Per questo abbiamo raccolto migliaia di schede, fatto una selezione sulla base delle domande reali del mercato. Così tutto funziona. Un´esperienza pilota, che all´estero ci copiano. Persino la nostra Regione è arrivata dopo".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>