Dieci anni dopo Tangentopoli, quando le parole della colpa furono "corrotti" e "concussi", ci ritroviamo adesso in una ricca storiaccia di "compari". E´ il comparaggio il reato che brucia sulle prime pagine di questi giorni. E al di là dello specifico giuridico ("illecito accordo tra medici e case farmaceutiche"), la parola evoca una solida e perfino allegra solidarietà sociale tra i pattuenti.
Un paese di compari, dove una mano lava l´altra, dove ci si aiuta e favorisce tra pari-grado, dove il già precario confine tra la semplice disinvoltura e l´illegalità viene sommerso e cancellato da una fitta prassi quotidiana di favori, convenienze, incentivi, regali, viaggi a scrocco... Se la prima Tangentopoli venne cassata (non si sa con quanta ragione) come la ribellione di una "società civile" angariata e stanca dei soprusi di un Palazzo avido, che le spillava denaro con il ricatto del lavoro, come definire, adesso, questa montagna di "creste" e benefits concordati soprattutto tra soggetti privati? Qui non c´è il dazio esoso imposto ai poveri imprenditori da politici con l´amante e la corrente da mantenere. Non c´è lo strozzo dei potenti nullafacenti ai danni di industriose vittime, che confessavano in lacrime ai giudici di essere stati costretti a pagare per poter mandare avanti la baracca e garantire il posto agli operai. Qui c´è la concorde e indisturbata capacità di lucrare sulla malattia, industria e medici, commercianti e scienziati, tutti insieme appassionatamente, spremendo ulteriori gocce di grasso dalla vacca sacra della sanità pubblica.
Questo è uno scandalo democratico. E´ uno scandalo ben spalmato sulle fibre e le giunture della società, coinvolge impiegati d´azienda con la loro brava valigetta di campionario e stimati primari, tecnici d´ospedale e organizzatori di convegni sul lago, ingrassa i tour-operator dei charter "scientifici" carichi di dottori che vanno in vacanza gratis in cambio di qualche ricetta mirata, è uno scandalo che è servito a tutti, a volte appesantendo di qualche milioncino i già scardinati bilanci della salute pubblica, a volte nemmeno quello, era già tutto nei budget aziendali, alla voce "pubbliche relazioni".
Non viene il sospetto che, magari, la lettura di Tangentopoli fu, a suo tempo, leggermente ottimista? Tutto quell´imputare al Palazzo, e solo a quello, alla classe politica, e solo a quella, il male della corruzione? Quanto "comparaggio" ci fu, già all´epoca? Quanta concordia, quanta amicizia tra il corrotto e il concusso, quante e quali reciproche convenienze? E soprattutto, quanto si assomigliavano, già allora, la classe dirigente e la famosa "società civile", che da che mondo è mondo, e da che democrazia è democrazia, sono le due facce della stessa medaglia? Chi li aveva votati e blanditi, quei potenti che si presero le monetine e vennero sputati e minacciati di cappio?
Se oggi, dieci anni dopo un repulisti così drammatico e ferino, ci ritroviamo a parlare di tangenti sulle valvole cardiache, di farmaci ordinati in cambio di regalie, di una diffusa corruzione ambientale che considera lecito alzare la posta anche al capezzale dei moribondi, non vorrà dire che la corruzione è una malattia del corpo sociale, è un vizio culturale profondo, e che quella classe dirigente scellerata era la legittima espressione di una società moralmente molto disinvolta? Torna d´attualità, tra l´altro, l´ardua domanda che ci si pose allora: rubare per il partito è più o meno grave che rubare per se stessi? Tra il tesoriere di corrente che incassa le buste per pagare le impiegate e la sede e il primario che specula sui by-pass per pagarsi la villa al mare, dove sta il peggio?
L´amara verità - una delle tante, e tutte amare - può essere questa: Tangentopoli fu un tragico e necessario blitz della magistratura, appoggiata da una fetta importante di pubblica opinione, per porre argine a un livello abnorme e intollerabile di corruzione politica, di avidità politica, di sfrontatezza politica. Ma nella coscienza profonda del paese, Tangentopoli è anche stato un gigantesco alibi, una auto-assoluzione di massa per evitare accuratamente di chiedersi come mai proprio questa società avesse generato quel tipo di classe dirigente. Diceva un fortunato slogan, "Capitale corrotta, nazione infetta". Bisognerebbe imparare a leggerlo anche a rovescio. Nei palazzi si ruba quando il furto è accettato e accettabile anche in strada, per esempio tra normalissimi professionisti che normalmente scelgono un farmaco per andare in vacanza a scrocco.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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