Esistono due modi per opporsi ad una guerra contro l´Iraq. Il primo è semplice ma sbagliato; il secondo è giusto tuttavia difficile. Il primo consiste nel confutare che il regime iracheno sia particolarmente odioso e che si collochi in una dimensione poco chiara, al di là della sfera in cui operano i paesi normali, oppure nell´asserire che per quanto odioso sia, tuttavia non rappresenta una minaccia significativa per i paesi confinanti o per la pace del mondo. Forse, nonostante Saddam lo neghi, il suo governo sta effettivamente cercando di acquisire armi nucleari. Però anche altri governi fanno la stessa cosa, e se e quando l´Iraq dovesse anche riuscire a sviluppare simili armi - così continua il ragionamento - si potrebbe affrontare il problema facendo ricorso alla consueta politica della deterrenza, esattamente nello stesso modo in cui gli Stati Uniti e l´Unione Sovietica si tennero reciprocamente a bada durante gli anni della Guerra Fredda.
Ovviamente se questo ragionamento fosse corretto, non ci sarebbe ragione alcuna per attaccare l´Iraq. E neppure vi sarebbe motivo di servirsi di un rigoroso sistema di ispezioni, o dell´embargo - tuttora in vigore - , o delle no-fly zones nel nord e nel sud del paese. Sembra che sia questa l´ottica prescelta da alcuni degli organizzatori dei movimenti che si oppongono alla guerra e che protestano a gran voce sia qui che in Europa, così come pare proprio che questa sia l´opinione sbandierata dai portavoce delle grandi dimostrazioni contro la guerra. Ritengo invece che molti dei manifestanti non condividano questo parere, come non lo condivide del resto la maggior parte degli oppositori reali e teorici della politica estera di Bush. Tuttavia dobbiamo ammettere il persistere di una tentazione specifica da parte delle politiche che si oppongono alla guerra: il fatto che pretendano che in realtà, in giro, non ci sia alcun nemico.
Questa loro pretesa, ovviamente, rende tutto più semplice, ma è assolutamente sbagliata. La tirannia e la brutalità del regime iracheno sono ben note a tutti, e non è possibile negare che esistano. L´uso che il regime ha fatto delle armi chimiche in un passato ancora recente; la sconsideratezza con la quale ha invaso prima l´Iran e poi il Kuwait; la retorica della minaccia e della violenza, standard comunemente adottati a Baghdad; quanto accadde negli anni '90, quando le ispezioni delle Nazioni Unite furono sistematicamente ostacolate; la crudele repressione delle sommosse che avevano fatto seguito alla Guerra del Golfo del 1991; la tortura e l´assassinio metodico degli oppositori politici - come è possibile che seri movimenti politici ignorino tutto ciò?
D´altro canto, non è pensabile che qualcuno accetti l´idea che l´Iraq abbia armi nucleari, ma poi metta in atto la politica della deterrenza allo scopo di impedire che ne faccia effettivamente uso. Non soltanto non è affatto scontato che con un regime come quello di Saddam la deterrenza abbia chance di successo: l´equilibrio della politica di deterrenza che ne risulterebbe, come se non bastasse, sarebbe altamente instabile. Questo perché non sarebbero coinvolti soltanto gli Stati Uniti e l´Iraq: il sistema dovrebbe includere anche un rapporto di deterrenza tra l´Iraq e Israele. Se l´Iraq avesse il permesso di acquisire potenzialità nucleari, Israele dovrebbe poter acquisire ciò di cui non dispone al momento, ovvero la capacità di rispondere ad un attacco. E di conseguenza nel Mediterraneo e nell´Oceano Indiano dovrebbero potersi muovere navi israeliane con armi nucleari a bordo e in costante stato di allerta. Si tratterebbe di una forma di "deterrenza" in senso tradizionale, ma è pura follia scommettere in questa direzione.
Il giusto modo di opporsi ad una guerra consiste nel ritenere che l´attuale sistema di contenimento e di controllo funziona e può essere ulteriormente migliorato. Questo significa che dovremmo prendere atto degli orrori del regime iracheno e della minaccia che esso costituisce, e in seguito puntare a risolvere questi pericoli tramite misure di coercizione, prima di pensare ad una guerra. Questa non è una politica facile da difendere, perché sappiamo molto bene quali misure coercitive siano necessarie e sappiamo anche quanto siano costose e che cosa implichino.
Prima di tutto l´embargo, tuttora in vigore: sarebbe opportuno e doveroso modificarlo, in modo tale che alla popolazione civile fosse accessibile una gamma più vasta di prodotti indispensabili, continuando nel contempo ad escludere forniture militari di ogni genere e prodotti tecnologici necessari allo sviluppo di armi di distruzione di massa. Per quanto "intelligenti" possano essere le sanzioni, tuttavia, esse rappresenterebbero soltanto un blocco parziale delle merci, una semplice restrizione del commercio, e tenendo conto di come Saddam investe i fondi a sua disposizione, le sanzioni si limiterebbero in realtà ad imporre ulteriori ristrettezze soltanto ai comuni cittadini iracheni. Onestamente, dobbiamo dire che è il governo iracheno a portare la responsabilità delle ristrettezze irachene, perché avrebbe potuto spendere differentemente quel denaro. Ma anche se questo è un fatto incontestabilmente riconosciuto, affermarlo non rende più tollerabile la loro situazione: bambini denutriti, ospedali privi di medicinali, declino dei tassi di longevità sono tutte conseguenze (indirette) dell´embargo.
Secondariamente, le no-fly zones che impediscono agli aerei iracheni di sorvolare un´area grande approssimativamente quanto metà del paese esigono un costante controllo da parte degli americani, il che a sua volta impone una media di due bombardamenti alla settimana su postazioni radar o antiaeree. Finora nessun aereo o pilota è andato perduto e credo che siano pochi i civili rimasti uccisi o feriti nel corso di questi raid aerei. Si tratta ciò nondimeno di un´attività costosa e rischiosa, e se anche non contempla azioni di guerra vera e propria, non ne è poi molto distante. D´altra parte se Saddam avesse carta bianca nel nord e nel sud dell´Iraq, contro i Curdi e gli Sciiti, la conseguenza più probabile sarebbe una repressione così brutale da giustificare - forse da esigere addirittura - un intervento militare per ragioni umanitarie. E si arriverebbe quindi ad una guerra nel pieno senso della parola.
Terzo, le ispezioni delle Nazioni Unite: queste dovrebbero continuare a tempo indeterminato, quasi entrare nella routine del panorama iracheno. Perché sia nel caso in cui gli ispettori trovassero e distruggessero le armi di sterminio (alcune delle quali sono molto facili da nascondere), sia nel caso in cui non ci riuscissero, costituirebbero di per sé un impedimento di rilievo frapposto al dispiegamento di simili armi. Finché gli ispettori si potranno muovere nel paese in piena libertà e senza vedersi negato alcun accesso, seguendo la tabella di marcia che loro stessi deliberano, l´Iraq si troverà sotto un crescente controllo. Il regime delle ispezioni però fallirebbe, come avvenne negli anni Novanta, qualora non ci fosse una palese disponibilità a ricorrere all´uso della forza per continuare a imporlo. Questo significa che nelle vicinanze ci devono essere delle truppe, esattamente come quelle che il governo americano ha attualmente schierato e dispiegato. Ovviamente sarebbe auspicabile che queste truppe non fossero composte unicamente da soldati americani, e anche in questo caso mantenere in loco un dispiegamento di tale fatta presupporrebbe costi e rischi molto elevati, indipendentemente da chi debba poi sostenerli.
Patrocinare l´embargo, il controllo aereo americano e il regime di ispezioni delle Nazioni Unite è un modo giusto di opporsi - e di evitare - una guerra. Eppure questo dà adito ad un´altra obiezione, quella secondo cui una guerra breve, che ponga fine all´embargo, al bombardamento bisettimanale e al regime delle ispezioni sarebbe politicamente preferibile a questa propensione che induce ad "evitare" la guerra. Una guerra breve, un nuovo regime, un Iraq demilitarizzato, cibo e medicine che affluiscono copiosi nei porti iracheni non sarebbero maggiormente auspicabili, rispetto ad un sistema permanente di coercizione e di controllo? Sì, forse. Ma chi ci garantisce che la guerra sarebbe davvero breve, e che le ripercussioni nella regione e altrove sarebbero circoscritte?
Noi diciamo che la guerra è "l´ultima risorsa" per gli imprevedibili, inattesi, inintenzionali e inevitabili orrori che la guerra sempre comporta. In realtà la guerra non è mai l´ultima risorsa, in quanto il concetto di "ultimo" è una condizione metafisica che nella vita reale non è oggettivamente raggiungibile: esiste sempre la possibilità di fare ancora altro, o di ripeterlo, prima di passare a fare quello che definiamo essere proprio l´"ultima" cosa. Il concetto di "ultimo" è una pura precauzione, una precauzione tuttavia indispensabile che induce, prima di dare "briglia sciolta alla guerra", a cercare attentamente ogni possibile alternativa.
Ancora adesso, perfino all´ultimo momento, esistono sempre delle alternative, ed è questo il migliore ragionamento da opporre contro la guerra. Credo che si tratti di un´argomentazione condivisa da molti, anche se non è facile patrocinarla in una manifestazione. Che cosa si potrebbe mai scrivere sui cartelli? Quali slogan si potrebbero urlare? Contro la guerra occorrerebbe una campagna molto complessa, in cui i manifestanti fossero disponibili a prendere atto e ad ammettere le difficoltà e i costi delle loro politiche. Oppure, e meglio ancora, occorrerebbe una campagna che non si focalizzasse soltanto sulla guerra (e che possa pertanto andare oltre) - una campagna a favore di un forte sistema internazionale, concepito e strutturato in modo tale da poter sconfiggere le aggressioni, fermare i massacri e la pulizia etnica, tenere sotto controllo le armi di distruzione di massa, e garantire l´incolumità fisica di tutti gli esseri umani. La triplice restrizione imposta al regime di Saddam costituisce soltanto un esempio - un esempio molto importante, per altro - di come dovrebbe funzionare un simile sistema.
Questo sistema internazionale, però, dovrebbe essere il prodotto di molti Stati, non di uno soltanto. Dovrebbero esserci molte parti, non una soltanto, pronte ad assumersi le responsabilità del successo di un simile sistema. Oggi il regime di ispezioni delle Nazioni Unite sta dando frutti in Iraq soltanto in ragione di quello che molti americani liberali e di sinistra - e anche molti europei - hanno definito l´incessante minaccia statunitense di andare in guerra. Senza quella minaccia, infatti, i diplomatici delle Nazioni Unite starebbero ancora discutendo con i diplomatici iracheni, lavorando strenuamente senza mai trovare un accordo definitivo sui dettagli previsti per il sistema delle ispezioni; gli ispettori non avrebbero nemmeno preparato le valigie (e molti leader europei direbbero che si tratta di una cosa positiva). Alcuni di noi sono quasi imbarazzati, quando pensano a come la minaccia che abbiamo sbandierato è stata la ragione principale grazie alla quale si è arrivati alla definizione di un rigoroso regime di ispezioni, e come la messa in atto di questo apparato sia tuttora il migliore ragionamento da opporre alla guerra.
Certo, sarebbe stato molto meglio se la minaccia statunitense non si fosse resa necessaria - se la minaccia fosse arrivata, per esempio, dalla Francia o dalla Russia, i partner commerciali più importanti dell´Iraq, la cui riluttanza a prendere di petto Saddam e a mostrare i muscoli con il progetto delle Nazioni Unite ha costituito una delle cause determinanti del fallimento delle ispezioni negli anni '90. E´ proprio questo che richiede l´internazionalismo: che altri Stati - oltre agli Stati Uniti - si assumano la responsabilità di far rispettare la supremazia della legge globale e siano pronti per questo fine ultimo a scendere in campo, sia politicamente che militarmente. Gli internazionalisti americani - siamo un buon numero, ma non ancora abbastanza - dovrebbero stigmatizzare le tendenze all´unilateralismo dell´amministrazione Bush e il rifiuto a collaborare con gli altri Stati in una consistente compagine di questioni, che vanno dal riscaldamento del pianeta al Tribunale Penale Internazionale.
Il multilateralismo richiede collaborazione al di fuori degli Stati Uniti. Sarebbe più facile essere convincenti in merito alla giustezza della nostra posizione se fosse palese che nella società internazionale ci sono altri attori in grado di agire indipendentemente e se necessario fare anche ricorso all´uso della forza, pronti a entrare in azione ovunque debbano, in Bosnia come in Rwanda o in Iraq. Quando manifestiamo contro una seconda Guerra del Golfo, al tempo stesso dovremmo promuovere questo tipo di responsabilità multilaterale. Questo significa che dobbiamo esercitare precise pressioni non soltanto su Bush e company, ma anche sui leader francesi, tedeschi, russi e cinesi, che sebbene abbiano di recente dato il loro sostegno affinché continuino le ispezioni a vasto raggio, in passato e in differenti occasioni sono stati molto solleciti a mostrarsi indulgenti nei confronti di Saddam. Se questa guerra evitabile sarà infine combattuta, tutti loro ne condivideranno la responsabilità, al pari degli Stati Uniti. E quando la guerra sarà finita, dovrebbero risponderne tutti.

(Traduzione di Anna Bissanti)

copyright "The New York Review of Books"/"la Repubblica")
Michael Walzer

Michael Walzer

Michael Walzer (1935), filosofo della morale e della politica, tra i più importanti negli Stati Uniti, ha insegnato all’Università di Princeton e a Harvard, è professore emerito di scienze sociali all’Institute for Advanced Studies di Princeton e collabora con la rivista “Dissent”. Tra i suoi libri pubblicati in italiano ricordiamo: Esodo e rivoluzione (Feltrinelli, 1986), Sfere di giustizia (Feltrinelli, 1987), Interpretazione e critica sociale (Edizioni Lavoro, 1990), Guerre giuste e ingiuste (Liguori, 1990), L’intellettuale militante (il Mulino, 1991), Che cosa significa essere americani (Marsilio, 1992), La rivoluzione dei santi (Claudiana, 1996), Sulla tolleranza (Laterza, 1998), Politica e profezia (Edizioni Lavoro, 1998), Geografia della morale (Dedalo, 1999), Ragione e passione (Feltrinelli, 2001), Il filo della politica (Diabasis, 2002).

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