Treviso - Tangenziale di Mestre, cinque della sera, venti chilometri prima del "tappo", la confluenza con la Belluno-Treviso. Lampeggianti accesi, tanfo di freni, muraglie parallele di Tir immobili, un camion di ortofrutta impazzito che fa slalom tra le bestemmie. Sempre così, ogni maledetto giorno. Ogni volta pensi: uscendone, mi salverò dal delirio. E speri: quando sarà allargata la tangenziale, il Nordest tornerà scorrevole. Una buona volta. Balle. Prova a imboccare al tramonto la Statale 245 per Castelfranco. Il bello comincia lì, quando esci dal fiume ed entri nel labirinto. Tre gomiti e un semaforo, tre gomiti e un semaforo, lavori in corso. Appena il fiume luminoso si ingolfa nel reticolo delle strade romane scatta una micidiale compressione del tempo e dello spazio. La media scende a trenta, poi a venti. Un supplizio di Tàntalo. Un cartello indica già Trento, le Prealpi innevate sono lì a portata di mano nella luce liquida della sera, ma non le raggiungi mai. Sempre lì, stessa distanza, boia can.
Di colpo il Veneto diventa sterminato. Pelarino, Trivignano, Noale. Non sono tre paesi. Sono un unico villeggio lineare a zig-zag. Ordine, pulizia svizzera, ma dove sono gli spazi vuoti? Il modello Nordest ha intasato tutto. Par di leggere le pagine gialle. Serre, motocicli, moda intima, allevamenti di polli, materassi, ceramiche, agenzie immobiliari, reggipetti, golf club, hi-fi, pizzerie, acquariologia, motocicli. Solo i campanili ti dicono che qui c´era un paese e lì un altro. Scorzé, semaforo e lavori in corso. Trebaséleghe, la media scende a quindici. Se ne vanno quieti i veneti in coda. Rassegnati, in ordine. Il Veneto ha paura. Paura della guerra, a giudicare dalle bandiere arcobaleno esposte anche sulle fabbriche. Paura cattolica, ma anche paura economica: che il Pil crolli, che la macchina rallenti. Un altro pianeta, rispetto alla rabbia negra dei lumbard, in coda su un´altra tangenziale, fra Bergamo e Viale Certosa.
A Resana - sullo sfondo le torri di Castelfranco e le Dolomiti - il labirinto finisce e comincia la Statale 53, Treviso-Vicenza. Eccola la linea mitica dello sviluppo, l´ombelico fra le due province più ricche d´Italia. Finalmente si va? No, nemmeno qui c´è salvezza. E´ peggio della tangenziale. Lo stradone di Mestre, almeno, sorvola il Veneto; è un fiume sovrannazionale, una processione di bestioni tedeschi, ungheresi, turchi, cechi, ucraini, sloveni, bielorussi. Questo, invece, è il Veneto profondo. È il fiume dell´economia che si imbottiglia nel velodromo più lento del mondo. Un fiume di schei a passo d´uomo. La pazzia assoluta. Ormai è notte, comincia la grande fuga dai capannoni. Un secondo fiume luminoso si sovrappone a quello dei camion e, insieme, si scontrano con un terzo fiume, la Statale 47, col traffico Nord-Sud, sulla linea del Brenta. Risultato: tra Fontaniva e Galliera, prima e dopo il semaforo di Cittadella, la media scende a cinque. Ormai è un Texas di concessionarie luccicanti e centri commerciali, pieno di macchine e camion, camion e macchine. Uniche cose vive, gli immigrati; più neri della notte. Camminano, pedalano, si dileguano.
Bar Meall, periferia Nord di Cittadella, sullo stradone per Bassano. Un avventore: "Dieci anni fa si stava mezz´ora da Padova a qui, oggi un´ora e dieci. Per trenta chilometri". Conclusione: "Oramai sempre più zente la va in treno". Poco più in là, a Pozzetto, nella chiesa del Santissimo redentore, c´è un´assemblea contro lo stradone "che te spaca le recie", ti rompe le orecchie dal rumore. Un po´ della vecchia rabbia veneta almeno qui comincia ad affiorare. Cinquemila firme hanno raccolto. E a Mestre altri comitati hanno occupato la tangenziale della vergogna, il 15 febbraio, con le biciclette. Ma è tutta gente che abita sulla strada; figli con bronchite cronica, esaurimento nervoso fisso. Gli automobilisti, invece, se ne fottono dell´ecologia. Vogliono solo fare in fretta. Casa-lavoro, casa-lavoro. "Xe na vergogna!" urlano in presa diretta sulla frequenza 94.600 di GV-Radio. "No se ne pol più!". Ma se poi gli infliggono le targhe alterne, si lamentano con le stesse parole. Il Veneto che si morde la coda.
Di nuovo a Nord, sotto le stelle d´inverno, verso Bassano del Grappa, finché la Statale 47 spacca in due il paese di Rosà. Per lungo, come una mela, fra il bar Centrale e il campanile. Ormai siamo tutti fermi, si va solo a senso alternato. Poi si gira per Rossano ed è ormai un triangolo delle Bermuda, il traffico è una fila di processionarie immobili. Si torna sulla 53, di nuovo l´aorta della locomotiva veneta che pompa a rilento, sfiora l´apoplessia, l´ictus, l´infarto. In una bruschetteria di Istrana raccontano di Pierferdinando Casini, che uscì dall´autostrada a Vicenza Nord calcolando di arrivare in mezz´ora a Treviso. Ci mise un´ora e mezzo, nonostante le auto blu di scorta e i sorpassi ministeriali. All´arrivo, schiumò: "E´ una vergogna, i veneti hanno ragione a protestare". Ma quelli di Istrana lo sanno bene. Sono solo parole. "Se Berlusconi provasse ad allargare questa strada, perderebbe all´istante tutti i voti che ha preso".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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