Digiunano i preti, come sarebbe del resto loro dovere nel mercoledì delle ceneri (se non seguono il rito ambrosiano), ma questa volta per gratificare la carne anziché per mortificarla. Cosa c'è di più mortificante, per la carne, di una bomba che ti piomba in testa? Prendendo atto della storica novità decidono di restare senza pranzo (o a scelta senza cena) anche molti mangiapreti, seguiti a ruota da chi li trova solo un po' antipatici. Tra quelli che invece solitamente li incensano, quando parlano di famiglia e tradizione post-tridentina, c'è invece qualche imbarazzo in più. Tant' èvero che Berlusconi, al posto di aderire al digiuno per la pace promosso dal Vaticano, ha preferito giocare d'anticipo andando ieri a colazione dal papa. Così rifocillato, potrebbe anche astenersi oggi dal cibo, ma se l'alleanza con l'amico americano gli impone l'obbligo istituzionale delle fettuccine, si può star certi che avrà diffidato uno scelto manipolo di fidi dal consumare spuntini in presenza di telecamere.
Anche se così non fosse, perché in in Italia la libertà è di casa, c'è già un diluvio di crisi di inappetenza di centrodestra, perché come dice Vittorio Emanuele di Savoia, (dopotutto) Dio è più importante dei politici. La voglia di pace, insomma, dilaga. E lo sciopero della fame di massa non provoca neppure le proteste dei commercianti del settore, ben consapevoli che a ritornare sovrappreso si fa presto.
Dilaga sulle tavole degli italiani, al posto delle consuete vivande, e sventola dalle nostre finestre con i colori dell'arcobaleno, che qualche fesso ha avuto il coraggio di trovare disdicevoli perché assomigliano a quelli della bandiera gay. Ha invaso le piazze, le conversazioni al bar o dal parrucchiere e i varietà televisivi.
Fino a investire come un piccolo ciclone il festival di Sanremo, baluardo dell'Italia spensierata dove secondo le regole aziendali, parafrasando un celebre aforisma del ventennio, "si canta e non si fa politica". Ah sì? E allora archeologiche glorie della canzone italiana giurano che si presenteranno al microfono del teatro Ariston a stomaco vuoto, mentre più giovani virgulti canori (tutto è relativo) si fanno fotografare a più non posso contornati da simboli pacifisti.
E ancora: Vittorio Agnoletto e don Vitaliano della Sala hanno gettato nel panico la direzione artistica (Baudo) e politica Rai (del Noce, Saccà) con la popolare richiesta di leggere dal palco del festival un messaggio contro la guerra. Richiesta respinta, in nome del diritto del pubblico al divertimento, anche se Agnoletto e don Vitaliano sono stati ammessi, con regolare biglietto, come spettatori. In altri tempi sarebbero forse stati solo accompagnati neanche tanto gentilmente alla porta come semplici provocatori.
Cosa c'è di clamoroso e di bello in tutti questi fatti e gesti che a tratti possono sembrare futili, se commisurati alla tragedia di una guerra già decisa da chi è certo di potersi permettere di farla e vincerla? Che la fame di pace dilaga a tal punto da impadronirsi di tutti i linguaggi disponibili, compresi quelli banali nati dall'esigenza di fare evadere in qualche da modo dalla realtà le masse. Nell'egemonia culturale della destra si incunea una maggioranza pacifista che mette nell'angolo i guerrafondai e (forse) anche un po' di normale stupidità. Non è poco.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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