Il Festival di Sanremo ha l'aura affettuosa e scemotta di tante vecchie abitudini domestiche, e il taglio critico-sociologico con il quale lo si è vivisezionato negli anni dell'impegno politico ha lasciato il posto a una quieta, indulgente sopportazione. Nessuno si chiede più se le sue canzoni rendano omaggio o rechino oltraggio all'animo popolare, né se la sua progressiva trasformazione in agorà televisiva (è il massimo evento mediatico di questo paese, il che è tutto dire) sia un avvenimento solenne o un caso di demenza collettiva. Sanremo è Sanremo, come dice il gingle autistico che lo accompagna da sempre, e non è il caso di porsi altre domande. Non fosse che quest' anno, in questo clima pre o parabellico, e con la Rai che rantola sotto il calcagno di Mediaset, il Festival ha qualcosa di precario, di vagamente terminale. Se non possiamo guardare all' Ariston, e a Baudo, come a istituzioni in pericolo (il senso del ridicolo ce lo impedisce), ci capita però di mettere anche Sanremo nell' ormai folto novero dei connotati nazionali a rischio - visto che il clima di maggioranza è, appunto, cambiare i connotati alla nazione. Oddio, morire per Sanremo non sarebbe urgente quanto morire per Danzica (e del resto, neppure per Danzica si ritenne così urgente morire...). E' che la natura Rai del Festival (e la natura sanremese della Rai) ci appare assodata e consueta, fa parte del nostro paesaggio antico, i fiori e la sigla dell' Eurovisione (c'è ancora? è come se ci fosse), l'ufficialità notarile del concorso e delle giurie, l' essere su RaiUno come suggello dell' essere inevitabile, perfino il decoro censorio di Baudo versus Sgarbi: insomma, quel primato familista e perbenista, quel tono sorvegliato e festosamente ipocrita, quella cerimoniosità da «signore e signori buonasera» che da Filogamo a Baudo in fondo non ha conosciuto che qualche variazione scapigliata (Fazio) ma sempre restando nell' alveo del gran varietà serale per il "pubblico medio", con politici preti e carabinieri idealmente in prima fila, quel Festival lì, insomma, come potrebbe sopravvivere senza essere Rai, o con una Rai che non è più la Rai? L' azienda arriva a Sanremo stremata e, come dire, pesantemente infiltrata da dirigenti che per gusto e stile (l' orientamento politico conta meno) potrebbero essere cittadini onorari di Cologno Monzese. Si gioca il Festival come una delle poche certezze rimastele, come un pezzo di identità quasi isolato, ormai, in un palinsesto sempre più indistinguibile dalla concorrenza. Intere fette di programmazione (si pensi al pomeriggio) hanno le stesse facce, le stesse parole, le stesse intenzioni della tivù commerciale. C' è uno scardinamento sempre più veloce di quel «format» cinquantennale che è lo stile Rai, telegiornali sempre più leggeri e gossipari rimpiazzano il guscio vuoto dei vecchi tigì politico-velinari, varietà sempre più chiapputi soffocano la memoria dei grandi e nobili varietà del passato, la cultura è al confino sul satellite (per giunta strozzato finanziariamente)... Se tocca cercare nel Festival le tracce residue dell' orgoglio aziendale, come un sintomo di vitalità e di identità, è perché molto del resto è già stato avvilito e sbaraccato. Baudo non è Borrelli, ma resistere-resistere-resistere è la tacita parola d' ordine che circolerà, per una settimana, attorno all' Ariston. Dopotutto, è proprio dal varietà e dalla fiction che è iniziata l' irresistibile ascesa del berlusconismo, è stato Dallas, ben prima di Previti, il bacillo vittorioso. Da qualche anno si parla di un passaggio del Festival a Mediaset, ma da qualche mese è all' ordine del giorno ben altro, e cioè il passaggio della Rai a Mediaset. Baudo, che non è Borrelli ma non è neanche Natalia Estrada, lo sa. Seguiremo Sanremo, quest' anno, anche per capire che cosa e quanto la vecchia Rai è ancora in grado di opporre, di suo, all' accorpamento strisciante della televisione pubblica a quella privata. In una parola sola, al regime mediatico definitivo. Quanto alla guerra, anche lì: gli assestamenti o gli oscuramenti, i toni e i modi che saranno decisi in caso di bombardamento diranno quanto di Rai (ipocrita ma sensibile al lutto) è rimasto in Rai. Ma speriamo che la prova sia risparmiata: non a Baudo, in questo caso, ma alla popolazione civile irachena e al mondo intero.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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