Bagdad e Bassora sono sotto le bombe da oltre dieci giorni. Bassora è anche assediata. Centinaia di miglia di persone sono allo stremo, senza viveri, senz'acqua, senza elettricità, senza medicine. La Croce Rossa internazionale ha segnalato che la vita di almeno centomila bambini è in grave pericolo. Si stanno diffondendo i primi casi di colera. Città strategiche come Najaf e Nasiriyah, sulla strada per Bagdad, sono state colpite anche con le devastanti cluster bombs e con l'uso di proiettili all'uranio impoverito. Si prevede che ordigni micidiali come gli air fuel explosives, già largamente sperimentati nel 1991, come la nuovissima superbomba MOAB e come le prime armi nucleari tattiche prodotte dall'industria bellica americana verranno usate per la "soluzione finale". L'Iraq Body Count (www.iraqbodycount.org), una organizzazione indipendente che seleziona, controlla e aggiorna in tempo reale i dati relativi alle vittime civili della guerra, calcola che sinora il loro numero si aggira fra le 565 e le 724 unità. I morti fra i combattenti iracheni sono migliaia. Soltanto nella battaglia attorno a Naiaf sono stati sterminati oltre mille soldati del battaglione Medina della Guardia Repubblicana. Il loro attacco è stato sprezzantemente giudicato "futile and fanatical" dai commentatori americani. Nel frattempo l'ora decisiva per la conquista di Bagdad si sta avvicinando. Altre migliaia - probabilmente decine di migliaia - di vittime civili e militari verranno immolate per la "liberazione" di quello che resterà del popolo iracheno, delle sue città, dei suoi monumenti, della sua antica civiltà mesopotamica.
L'American Enterprise Institute, che raccoglie l'avanguardia intellettuale dell'amministrazione Bush, sostiene che è ormai necessario l'allargamento del conflitto all'Iran. Lo riferisce William Pfaff, uno dei più autorevoli commentatori dello Herald International Tribune. Michael Ledeen, esponente di spicco dell'Enterprise Institute, ha dichiarato che la guerra contro l'Iraq è una "guerra epocale", perchè è stata studiata per "cambiare completamente il mondo" (a war to remake the world). Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, in visita al Congresso americano, aveva già sostenuto che era necessario allargare subito il conflitto anche alla Siria e alla Libia, per confiscarne gli armamenti nucleari. E il sottosegretario di Stato John Bolton gli aveva fatto eco annunciando che il primo colpo, dopo la liberazione dell'Iraq, sarebbe stato inferto alla Corea del Nord.
Questo è lo scenario apocalittico nel quale gli Stati uniti e i loro alleati anglofoni e israeliani stanno inabissando l'umanità intera, mentre il mondo assiste impotente nonostante la vittoria morale del pacifismo. Le Nazioni unite sono in frantumi. Il diritto internazionale è nelle mani di diplomatici e di giuristi complici o impotenti. Discutono se lo sterminio della popolazione irachena da parte degli aggressori possa essere considerato un crimine di guerra, visto che non è facile provare che l'uccisione dei civili è intenzionale. La nuova Corte penale internazionale (ICC), per bocca del suo vicepresidente Elizabeth Odio, si augura candidamente che sia il Consiglio di Sicurezza a denunciare al tribunale i responsabili statunitensi di crimini di guerra. Giuristi e giudici internazionali ricordano sempre più quegli intellettuali di cui Bertold Brecht diceva che dipingono nature morte sulle pareti di una nave che affonda.
E già si profila anche in Iraq il cono d'ombra della vendetta terroristica. Il terrorismo suicida, con la sua sfida mortale, sembra ormai la sola replica possibile al terrorismo dei mezzi di distruzione di massa. Esprime l'odio per il mondo e per la vita da parte di coloro cui è stato tolto tutto. Non solo il Medio oriente, ma il mondo intero rischia di diventare un'unica Palestina. Forse non a torto Jean Baudrillard ha sostenuto che il kamikaze palestinese, vittima di una umiliazione insostenibile, è il prodotto specifico della globalizzazione egemonica. E forse è anche il simbolo della fine della civiltà occidentale e dei suoi valori.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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