Mano pesante con le droghe leggere. Il vicepremier Fini invita, su un tema così delicato e controverso, a "non lanciare anatemi", ma è il primo a non dare il buon esempio: la nuova legge italiana contro le tossicodipendenze ha, dell'anatema, tutti i crismi. La foglia di fico è l'annullamento delle condanne (solo quelle meno gravi, comunque) in caso di resipiscente "percorso di recupero" da parte del reo.
La sostanza è lo stato di criminalità affibbiato ai consumatori di cannabis, è l'equiparazione ottusa tra droghe pesanti e leggere, è il rischio di confusione permanente tra spacciatori e possessori di dosi personali "non modiche", insomma è il contrario esatto della legalizzazione indiscriminata: il suo opposto estremismo. Un programma duramente repressivo, da destra fobica, che farà felice qualche comunità-sceriffo ma ha già gettato nel panico i molti operatori che su quel fronte di sofferenza hanno accumulato esperienze e competenze tutt'altro che punitive.
Mentre la sinistra continua a stordirsi e avvilirsi con la sua droga personale, che è la lana caprina, è quasi incredibile come la destra riesca a far spavaldamente convivere al suo interno differenze ideologiche siderali: come quella che separa la cultura "liberal" dal cupore carcerario di sortite come questa dell'onorevole Fini. Il quale, candidamente, sottolinea come lo spirito della nuova legge punisca "non l'abuso, ma l'uso stesso" delle sostanze stupefacenti.
E' il famigerato Stato Etico (quello aborrito dai liberal di governo) nella sua accezione più moralista e intrusiva.
La cosa più interessante, a questo punto, non sarà soffermarsi sulle (scontate) reazioni negative dell'opposizione. Sarà attendere al varco i liberali di maggioranza (tra i quali non mancano gli antiproibizionisti), per valutarne il grado di indipendenza e combattività. Già sulla devolution, poco più di un ticchio personale dell'onorevole Bossi, molti musi lunghi dei centristi e perfino dei nazionalisti spinti, alla Storace, si sono presto tramutati in pazienti alzate di spalle, nel nome della coesione della maggioranza, o se preferite di una logica di potere molto spregiudicata.
Ma una legge come quella annunciata da Gianfranco Fini, che spezza ogni vincolo anche esile con la tolleranza per le libertà individuali (anche la libertà di mettere a repentaglio la propria salute, esattamente come fanno tabagisti, alcolisti e bulimici), e annette per intero al codice penale un campo che dovrebbe e potrebbe essere squisitamente terapeutico, e di recupero sociale e umano, come potrà essere votata da quei larghi settori della maggioranza che, almeno nominalmente, si professano liberali o addirittura libertari, e militano in una coalizione che si chiama "casa delle libertà"? C'è grande confusione, in tema di libertà.
Ci sono ministri-turbo favorevoli all'abolizione dei limiti di velocità, ministri garantisti che vedono in quasi ogni iter giudiziario lo strapotere arbitrario della pubblica accusa, e più in generale abbondano gli alleggeritori dei poteri dello Stato, ritenuto impiccione, occhiuto, pletorico e zavorratore dell'iniziativa individuale. Come mai proprio sulle droghe scatti questo rigurgito statalista/poliziesco, è un mistero tutto da indagare. Vivremo in un paese che condona volentieri ogni abuso fiscale e edilizio, e depenalizza molti reati politico-economici, ma è incapace di varare anche un mezzo indulto per i carcerati comuni e spedisce i gendarmi ai giardinetti per incastrare gli studentelli che si fanno una canna?
E se questo dovesse essere il quadro, potremmo sapere, almeno, da quale delle due destre siamo governati, quella che soccorre gli evasori fiscali o quella che vuole incarcerare i fricchettoni? O sono le due facce dello stesso potere, permissivo con i forti che possono pagare la parcella a torpedoni di avvocati, spietato con gli spaesati che non sanno neanche dove abitano, gli avvocati, nella loro Giamaica di fumo?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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