"L´ho messo dentro e dunque son contento". È il tormentino che accompagna una nuova campagna tv (si pubblicizzano chiodi a espansione: che ridere). Ultimo dei motti di spirito di genere fallico che sempre più spesso allietano, oltre al già sboccatissimo dire comune, il verbo pubblicitario-televisivo. Un istante prima che andasse in onda quello spot riempitivo (ecco, ho fatto anch´io la mia battuta sessuale: a conferma della contagiosità) il telegiornale del mattino che lo ospitava ha trasmesso un servizio-soffietto su una trasmissione satirica della stessa rete.
Scegliendo, come sunto di un´ora di battute, la seguente: "Secondo me sei una gran bella fica". Non ho particolari titoli per dare l´abbrivio a un dibattito sulla volgarità mediatica. Sono tra i non molti giornalisti che ogni tanto usano il turpiloquio, e naturalmente quando lo faccio mi sento emulo di Rabelais e non di Taricone, mentre a qualche lettore, magari, faccio l´effetto-Taricone. Solo che, perfino nella mia abbastanza rappresentativa medietà (a mezzo, linguisticamente parlando, tra un documento pontificio e un bar di rione), sempre più spesso mi si rivoltano stomaco e cervello di fronte all´invasività sbracata e soffocante della battuta sessuale in pubblico: non più come companatico o come eccezionale pimento, ma come pane quotidiano, o come tic nervoso che finisce per scempiare il volto di ogni discorso.
Poiché vengo da una generazione che fu, a sua volta, duramene censurata dai padri in quanto scostumata, ho bene in mente che il limite primo di ogni impulso censorio è l´età, o meglio l´insieme di abitudini e convinzioni che ognuno ha assemblato nel corso degli anni. A mio padre, per esempio, ripugnava che io portassi i capelli lunghi. Ci soffriva veramente, ma non tanto quanto poteva bastarmi per acconciarmi alla sua misura, rinunciando alla mia. Non ci sarà dunque lo stesso iato - mi domando - tra me e per esempio i concorrenti del Grande Fratello, che ai miei occhi parlano, si portano e perfino si siedono così sbracatamente (gambe larghe, sempre, e spesso mani sulle balle, come direbbero al telegiornale) da farmi sentire a disagio; e desiderare, come una zia anziana, di telefonare a Cinecittà per chiedere se per piacere possono, almeno ogni tanto, stare più composti? Non dico con le braccia in seconda, come quando si andava noi alle elementari, ma quel tanto che basta a non far pensare che la vita genitale sia la sola a tenerci occupati, noi del 2003...
Voglio dire: al mio disgusto cerco sempre di fare la tara dei miei gusti, e capisco bene che ciò che per me è volgare o irritante magari lo è (anche) per una certa anchilosi del mio giudizio, per la declinante elasticità del mio sguardo di fronte ai tempi e ai modi che cambiano. Detto questo, il profluvio di "vaffa", di barzellette sui preservativi, di confidenze ginecologiche nei talk-show e negli altri show; il trucco da entraineuse e da scanna-turiste che ogni giovanotta e giovanotto esibiscono anche nei palinsesti del mattino; l´ossessione sessuale delle pubblicità video e pure murali (vedi, lungo tutte le strade italiane, l´elegantissimo primo piano di una mutanda femminile che erutta fiamme); beh, non sarà veramente troppo? Non sarà il rovesciamento meccanico e irriflessivo del moralismo sessuofobo, il suo opposto estremismo, come se si fosse passati, in una sola generazione, dal rogo di "Ultimo tango" alla palpata di chiappe in uno studio tivù saltando a pie´ pari la fase (matura) del rispetto del corpo, e di se stessi? È come se ci fosse stato un "libera tutti" gratuito e dunque immeritato.
Come se i vecchi muri dell´ipocrisia fossero crollati per collasso naturale, senza che uno sforzo virtuoso, un percorso consapevole avesse portato ad abbatterli. Le nostre madri e sorelle maggiori dovevano andare a scuola con i capelli raccolti, e venivano richiamate alla decenza se indossavano i pantaloni: era un paese cattolico, antifemminile prima che antifemminista, partorirai con dolore, e se metti le gonne corte non lamentarti se ti stuprano. Le nostre figlie e sorelle minori non hanno neppure idea della quantità di cocci sopra i quali camminano, i frantumi delle vecchie morali sessuali, le chiavi arrugginite della galera familista. Ma forse possono farsene un´idea, di quel passato, proprio a partire dalle raffiche di battute sconce, galanterie da casino, allusioni pesanti delle quali sono rese partecipi dal mattino alla sera. La spavalderia verbale e il turpiloquio continuo potrebbero essere la tipica maniera di darsi coraggio dei maschi spaventati e spaesati, che non hanno fatto in tempo, perso il potere di opprimere, di munirsi della facoltà di farsi accettare. La scostumatezza, secondo questa ipotesi, sarebbe una specie di (non risolutiva) terapia di gruppo di una società ex bigotta, convinta che il libertinaggio sia appena una pratica verbale: ma anche se lo fosse, accidenti, rileggano almeno Casanova, o vadano a vedere un qualunque Don Giovanni comunque allestito, per capire di quanta fatica intellettuale, di quante parole importanti sia lastricata la strada che fa incontrare la femmina e il maschio. E si siedano più composti, che diamine, che non sono mica a casa loro.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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