Prima dell'attacco Usa all'Iraq, tutti temevamo un qualche tipo di esito catastrofico: una catastrofe ecologica di proporzioni gigantesche, un alto numero di perdite per gli Stati uniti, un altro pesante attacco terroristico contro l'Occidente... In questo modo, tutti noi abbiamo tacitamente accettato il punto di vista statunitense. Ed ora che la guerra è già finita (in una sorta di riedizione della guerra del Golfo del 1991) e il regime di Saddam si è rapidamente disintegrato, si avverte un universale respiro di sollievo, anche tra molti che sono tuttora critici verso la politica statunitense. Si è perciò tentati di considerare l'ipotesi che, prima dello scoppio della guerra, gli Stati uniti avessero deliberatamente fomentato questa paura di una imminente catastrofe, contando sul sollievo generale seguito quando la catastrofe in effetti non è avvenuta. Probabilmente però è questo il vero, maggiore pericolo. In altre parole, bisognerebbe trovare il coraggio di affermare il contrario: forse un esito militare infausto per gli Stati uniti sarebbe stato la cosa migliore che potesse succedere: una brutta notizia, di quelle che fanno passare la sbornia, avrebbe costretto tutti a ripensare la propria posizione. Nei giorni e nelle settimane successivi alla conclusione "trionfante" della guerra, il movimento per la pace è pressoché scomparso. Gli stati dell'Europa occidentale che si erano opposti alla guerra, visibilmente a disagio, hanno cominciato a fare gesti conciliatori verso gli Stati uniti. Gerhardt Schroeder si è persino scusato pubblicamente per le sue affermazioni anti-americane. Il disagio di quanti si erano opposti alla guerra è un triste segno del loro profondo disorientamento: è ora che dovrebbero preoccuparsi veramente. Accettare l'idea che "comunque è andato tutto bene", che il regime di Saddam è crollato senza un gran numero di morti e senza le temute gravi catastrofi (incendio dei pozzi petroliferi, uso delle armi di distruzione di massa) significa soccombere all'illusione più pericolosa: è qui che essi stanno pagando il prezzo di essersi opposti alla guerra per le ragioni sbagliate. La linea argomentativa che tendeva a dimostrare come l'occupazione statunitense avrebbe ferito gli iracheni era semplicemente sbagliata: semmai, in Iraq, la gente comune probabilmente trarrà profitto dalla sconfitta del regime di Saddam per quanto riguarda gli standard di vita e le libertà religiose e di altro tipo. Le vere vittime della guerra non sono gli iracheni, si trovano altrove.
Siamo consapevoli che, almeno finora, tutte le previsioni evocate per giustificare la guerra si sono dimostrate false? Non sono state usate - né trovate - armi di distruzione di massa; non ci sono stati attentatori suicidi fanatici arabi; quasi nessun pozzo petrolifero è stato dato alle fiamme; nessuna fanatica divisione della guardia repubblicana ha difeso Baghdad fino alla fine, causando la distruzione della città. In breve, l'Iraq si è dimostrato una tigre di carta che in sostanza è semplicemente crollata sotto la pressione americana. Ma questo stesso "trionfo" militare non è forse la prova definitiva del fatto che il no alla guerra era giustificato, che l'Iraq non era una minaccia per gli Usa? Il regime di Saddam era un abominevole stato autoritario, colpevole di molti crimini soprattutto verso la sua stessa gente. Eppure dobbiamo rilevare il fatto chiave che per il suo crimine più grande (in termini di sofferenze umane e violazione della giustizia internazionale), l'aggressione all'Iran, l'Iraq non solo non è stato punito, ma è stato addirittura sostenuto dagli Stati uniti e dalla maggior parte dei paesi stranieri.
Se accettiamo come vero obbiettivo dell'attacco all'Iraq la lotta contro il fondamentalismo musulmano, dobbiamo concludere che l'attacco non solo è stato un fallimento, ma ha addirittura rafforzato la causa stessa che cercava di combattere. Il regime di Saddam Hussein in Iraq era in ultima analisi un regime secolare nazionalista, privo di contatto con il populismo fondamentalista musulmano. E' evidente che Saddam flirtava con il sentimento musulmano pan-arabo solo superficialmente. Come il suo passato dimostra chiaramente, egli era un politico pragmatico in lotta per il potere e cambiava le sue alleanze di volta in volta, in base ai suoi scopi: prima contro l'Iran per impossessarsi dei giacimenti petroliferi di questo paese, poi contro il Kuwait per la stessa ragione, tirandosi addosso una coalizione pan-araba alleata degli Stati uniti.
La prova definitiva di questa natura secolare è il fatto paradossale che, nelle elezioni irachene dell'ottobre 2002 in cui Saddam Hussein ha ottenuto il 100% dei voti - battendo così i migliori risultati stalinisti del 99,95% - la canzone che ha accompagnato la campagna elettorale, trasmessa continuamente da tutti i media di stato, altro non era che I Will Always Love You di Whitney Houston. Il paradosso estremo è che ora gli Stati uniti dovranno difendere questa parte dell'eredità di Saddam... Saddam non era certo un fondamentalista ossessionato dal "Grande Satana", pronto a rivoltare il mondo solo per colpirlo. Ma ciò che può emergere di fatto come conseguenza dell'occupazione americana è precisamente un movimento anti-americano musulmano veramente fondamentalista, direttamente collegato a movimenti analoghi in altri paesi arabi o in paesi con una presenza musulmana. E i primi segni ci sono già: le quotidiane dimostrazioni degli sciiti contro la presenza Usa in Iraq.
Si può ipotizzare che gli americani sapessero molto bene che l'era di Saddam Hussein e del suo regime non fondamentalista in Iraq stava per finire, e che la guerra all'Iraq probabilmente sia stata concepita come un attacco preventivo molto più radicale - non contro Saddam, ma contro il principale pretendente allo status di successore politico di Saddam, un regime islamico veramente fondamentalista. Tuttavia, in questo modo, il circolo vizioso dell'intervento americano non può che complicarsi. Il pericolo, seguendo la logica di una profezia che si auto-avvera, è che proprio questo intervento americano contribuisca all'emergere di ciò che l'America teme maggiormente: un fronte musulmano anti-americano largo e unito.
Comunque, a questo punto, non si può resistere a una tentazione vagamente paranoide: e se la gente che circonda Bush l'avesse saputo, e questo "danno collaterale" fosse il vero scopo dell'intera operazione? E se il vero obiettivo fosse stato quello di creare le condizioni per uno stato di emergenza permanente che consenta una trasformazione globale dell'intero scenario geopolitico?
Slavoj Zizek

Slavoj Zizek

Definito dalla stampa statunitense "il gigante di Lubiana", Slavoj Zizek è un filosofo i cui interessi vanno dalla psicoanalisi alla filosofia alla politica. Sloveno, nato nel 1949, "clerico vagante" nelle università tedesche, americane, australiane, testimone privilegiato del crollo della sua nazione, la ex Jugoslavia, Zizek è uno dei pochi pensatori viventi ad avere il coraggio di interpretare la cultura di massa mediante la filosofia, ma anche di chiarire Hegel e Freud attraverso Schwarzenegger e Stephen King.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>