Di Salieri versus Mozart sappiamo tutto. Ma come la mettiamo con Mozart versus Mozart? Quali dinamiche di emulazione, di rivalità e invidia, tra geni più o meno equipollenti?
Sulla ripartizione dei talenti, dei meriti e delle invidie all´interno dei Beatles il dibattito ferve da decenni. Stabilito che alla coppia Lennon-McCartney (in ordine alfabetico) va il 95 per cento della titolarità di quella favolosa ditta (poi 4 per cento a Harrison e 1 per cento, di stima, a Ringo Starr), quale dei due, Paul e John, merita quel virgola qualcosa in più che fa la differenza? Ardua sentenza. Diciamo che, tra tifoserie, ci si regolava, ai tempi, più o meno così. Si voleva che Lennon fosse più rocker, più irregolare e politico, più sfrontato e sorprendente. McCartney più melodico e levigato, influenzato dal vetero-pop inglese (music-hall e teatro leggero compresi), in fondo infastidito dalle intemperanze pubbliche del compagno d´avventura. Genio della melodia, capace di memorabili sequenze di note, ma pure di leziose filastrocche. Lennon, di suo, sarebbe stato quasi un Rolling Stone (con due marce musicali in più rispetto agli Stones veri, però); e McCartney, da solo, magari diventava una specie di Cat Stevens o di James Taylor al cubo.
Perfino il soma, affilato e intellettuale in John, paffutello e piacente in Paul, confermava lo schemino. Per non dire la morte violenta e prematura del primo, che lo consegnava al maledettismo sacrificale dei veri rocker per mano di un mentecatto, mentre il sodale Paul si costruiva una serena vita da patriarca.
Fin qui il giuoco dei ruoli. Nella realtà, fortunatamente, ben al di là dei filosofemi sulla ripartizione dei diritti d´autore, che in fondo sono solo burocrazia (e palate di miliardi, beninteso), resta il mistero glorioso di un connubio perfetto e, come tutti i connubi perfetti, inestricabile: molte canzoni di Lennon-McCartney sono come quei figli che incarnano perfettamente la sintesi tra i due genitori, hanno la sinuosità incantevole delle partiture di Paul e i picchi adamantini dell´ispirazione di John.
Sciolta la ditta, McCartney ha comunque dimostrato, negli anni, non solo la tenuta rispettabile di uno che in serie A avrebbe dominato anche da solista, ma un´invidiabile misura nel portarsi addosso la leggenda dei Beatles senza mortificare la propria autonomia, e viceversa. Ha scritto e cantato molte cose ottime, spesso, tra l´altro, più energiche e meno leziose di quanto si sarebbe potuto temere in assenza del suo doppio separato. Se possibile ha guadagnato ulteriori punti, vivendo un difficilissimo "dopo" con forza e fantasia, senza mai puzzare di reducismo.
Poteva diventare, nella maturità, una specie di Buffalo Bill, girare per il gran circo mediatico interpretando un eterno revival, e non lo ha fatto. Segno che aveva, dentro, energia artistica da vendere.
Certo che quando arriva e canta, nessuno, nell´intero orbe terracqueo, può vederlo e ascoltarlo prescindendo dai Beatles. Ma se il timore era, quando sul palcoscenico c´è Paul, di dover assistere a una scomposizione quasi vendicativa della leggenda originaria, con il cortese e moderato Paul che ce la ricanta alla sua maniera, facendoci capire che era lui il vero genio del pentagramma, beh, quel timore non ha avuto mai luogo. Paul è ancora un Beatle, e anche da solo, quando canta le cose dei quattro, le canta restituendone l´integrità, felice di un passato che non gli lascia rimpianti, solo grande musica. Di suo, nel lunghissimo evo post-Beatles, ha aggiunto parecchio, e non era facile. Soprattutto, non dev´essere facile rimanere sereni quando ci si accorge che il pubblico applaude McCartney ma va in deliquio per i Beatles. È stato bravo, il Paul solista, a non avere invidia o malanimo per il Paul di Lennon-McCartney. Una prova di valore artistico ma anche, se ci si riflette, umano.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>