Acqua e biscotti in un sacchetto. Niente sgabello, Kim il cingalese è giovane e la notte in piedi non gli fa paura. Gli fa paura, invece, l´ipotesi che quando arriverà al maledetto sportello (se ci arriverà) gli diranno che la sua pratica è incompleta, oppure che non è stata ancora esaminata, oppure, oppure... A Bologna, da qualche mese, l´accoglienza agli immigrati regolari ha le forme spettrali di un bivacco stradale senza regole davanti a una serranda chiusa. 
Rileggete la frase precedente: stranieri regolari, bivacco senza regole, e valutate lo scandaloso paradosso di uno Stato che prima (e giustamente) stabilisce diritti e doveri, e poi non è in grado di amministrarli. Centinaia di persone di tutte le età sedute su cassette di plastica o sdraiate su cartoni, in coda dalla sera al mattino seguente nella speranza non sempre esaudita di ritirare un bigliettino di carta con un numero. Asiatici, africani, latinoamericani, europei dell´Est, qualcuno anziano, qualche madre con il bambino al collo, un riassunto esauriente del mondo spalmato ogni notte lungo i muri di una viuzza accanto alla Questura di Bologna, spettacolo assurdo e umiliante di insipienza burocratica e/o di cosciente retrocessione degli stranieri a gregge da marciapiede.
Non si è ancora trovato il modo, nemmeno dopo le denunce (di questo giornale) e l´intervento di vari sindacati e comitati e autorità, di fare una lista d´attesa, nonostante tutti i software di questo mondo, nonostante i funzionari dell´Ufficio Stranieri, per primi, lamentino condizioni di lavoro insensate, uno stanzone oberato di faldoni, personale insufficiente, l´evidente sgradevolezza di dover dire «ripassi domani» a gente che ha trascorso la notte per la strada, in condizioni igieniche e psicologiche da sfollati, ed è lì solo per completare una pratica o ritirare un documento. Il questore ha scritto al Comune, il Comune ha preso atto, in qualche ministero si starà discutendo, e per adesso è tutto.
Ho accompagnato Kim perché non volevo credere che per avere un permesso di ricongiungimento familiare (vuole farsi raggiungere dalla moglie), una volta raccolti tutti i documenti necessari, si dovessero passare inutilmente tre nottate e tre mattinate sgomitando con altri compagni di sventura. Ho visto gli immigrati cercare di auto- organizzarsi, una ragazza polacca raccogliere una lista di nomi, quella lista che la Questura non è in grado di compilare. Su un foglio di carta, appeso davanti all´Ufficio Stranieri, c´è scritto: distribuzione dei numeri alle ore 7. Ma alle ore 7 arrivano solo due poveri piantoni che alternando sgarbo e comprensione a seconda dei nervi (tesi), cercano di mettere in fila il branco sfinito degli stranieri in attesa dalla sera prima: qualcuno per la terza o quarta volta.
Alle 8.30 arriva una funzionaria, non è di buon umore, alza la voce, decide (come tutte le mattine) che la lista preparata dagli immigrati non ha alcun valore, distribuisce in mezzo al caos e alle proteste cinquanta bigliettini, gli esclusi (più della metà) possono contare sul prossimo bivacco. Cose come «chiamata nominale su appuntamento» paiono miraggi, diavolerie moderne che una burocrazia da faldone polveroso, da malumore depresso, non è in grado nemmeno d´immaginare.
Kim arriva alle 9 davanti al suo sportello. Ha in mano un foglio di carta che gli annuncia: ritiro del documento dopo 60 giorni dalla presentazione della pratica. Ne sono passati sessantacinque, ma l´impiegato, desolato, gli annuncia che la pratica non è stata ancora presa in esame. Provi a tornare tra quindici giorni: avrà il suo ricongiungimento familiare, sempre che la pratica sia completa di tutti i documenti. Osservo: ma scusi, non lo potete dire al momento della consegna, se la pratica è completa? È così difficile? Evidentemente sì, è difficile. Kim mi racconta che molti suoi amici hanno dovuto aggiungere documenti imprevisti, cose che non avevano capito, forse l´imperizia nella lingua italiana, forse lo zelo supplementare di qualche esaminatore di pratiche che trova il pelo nell´uovo, forse, infine, il desiderio di scoraggiare comunque l´accoglienza.
Fatto sta che lo Stato italiano, nella viuzza scura che costeggia la Questura di Bologna, si presenta così: incapace di organizzare una coda, indifferente all´umiliazione inutile e reiterata di gente che è qui per campare la vita, arcaico e gendarme, inefficiente e burocrate. Kim sta pensando di tornare presto a Sri Lanka. Qualcuno sarà contento. Ma il lavoro di Kim, e quello del parrucchiere cubano e del contadino indiano e della colf croata con i quali ho fatto la stupida inutile coda (era la notte tra il 19 e il 20 maggio), servono al reddito, al benessere e al funzionamento di questo paese. Si vede che questo paese si è convinto di poterne fare a meno: saranno l´America, la Germania, il Canada, l´Inghilterra a giovarsi delle energie del mondo giovane. A noi, evidentemente, basta la vecchia reumatica burocrazia, uno sportello polveroso in uno stanzone buio, per sentirci al passo con i tempi che corrono.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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