Quando ci si trova nel cuore di un conflitto, non è facile riflettere sul suo futuro; non si ha neppure piena coscienza delle sue dimensioni e meno che mai delle possibili vie d’uscita. Si cerca semplicemente di seguire il corso degli eventi, un po’ alla deriva, come in un naufragio. Diverse cose sono però abbastanza chiare: la guerra nasce dagli alti livelli di ingiustizia sociale e di corruzione che segnano la storia della Colombia. Ingiustizia e corruzione generate, favorite e messe in atto dallo stato stesso.
Il conflitto è cresciuto grazie all’indifferenza delle istituzioni statali, dei grandi gruppi economici privati (che controllano da sempre il paese) e di una società che vive prevalentemente nelle grandi città e giudicava gli scontri una remota rissa tra contadini che non l’avrebbe mai toccata da vicino. Per decenni molti, in Colombia e nel mondo, hanno considerato la lotta delle diverse formazioni di ribelli una strada legittima per arrivare al potere e restituire la dignità a milioni di colombiani sprofondati nella miseria. Oggi sono cambiate molte cose. Certe utopie sono morte e c’è un nuovo ordine mondiale in cui gli Stati Uniti sembrano essere, più che mai, signori e padroni dei nostri destini. Tuttavia, benché nessuno senta più in Colombia la guerra come qualcosa di estraneo e lontano, le sue cause restano immutate.

Le nostre terribili miserie
L’ingiustizia e la corruzione imperversano, i rifugiati si moltiplicano e le ong straniere si disputano il territorio per sviluppare i loro progetti che danno lavoro, con stipendi allettanti, a centinaia di europei. Dopo i tentativi falliti, da parte di vari governi, di arrivare a un accordo con i gruppi armati, l’attuale presidente Álvaro Uribe ha promesso di affrontarli e sconfiggerli. La prima cosa in effetti la sta facendo, la seconda sappiamo tutti che risulterà molto difficile. Per le sue iniziative, il presidente Uribe conta sull’amicizia degli Stati Uniti, ma è noto quanto sia ambiguo e pericoloso il loro appoggio. Gli interessi imperiali dei nordamericani non hanno mai rispettato patti o "amicizie", basta ricordare il sostegno che diedero in passato a Saddam Hussein e Osama bin Laden.
L’altro alleato, secondo il governo, dovrebbe essere l’Unione europea, se fosse davvero una comunità compatta di stati. Invece vediamo diversi paesi europei con posizioni differenti, alcuni più riluttanti di altri di fronte al problema colombiano. La Francia, per esempio, non sembra tanto intenzionata a soccorrere una società civile sempre più abbandonata e indifesa, quanto ossessionata dal sequestro di Ingrid Betancourt, alla quale i francesi hanno attribuito infiniti onori, trasformando i suoi libri in best seller. Condanno quel sequestro, ma bisogna ricordare ai francesi che se venire sequestrato conferisce all’istante la patente di eroe, in Colombia gli eroi si contano a migliaia e la cifra aumenta ogni giorno. Le vittime vanno da innocenti e anonime casalinghe, bambini e madri comunitarie (che si occupano dei piccoli profughi rimasti orfani) fino a industriali e politici. Eppure, nonostante gli attentati, i massacri, il fuoco incrociato, la fumigazione di coltivazioni illecite (che spesso uccide bambini e devasta orti normali), la disoccupazione, la corruzione e i presunti aiuti della comunità internazionale, noi colombiani cerchiamo di tirare avanti.
C’è una strana forza, un’allegria mitica, un desiderio selvaggio di vivere che puntella la speranza. Ma si tratta di una speranza lucida, che non si aspetta miracoli ed è stanca di promesse. Non siamo così stupidi da pensare che l’Europa e tantomeno gli Stati Uniti ci faranno risalire la china e uscire dal fosso o che i gruppi armati abbiano un progetto che non sia quello di perpetuare guerra e terrore. Come le disgrazie non trasformano lo stupido in genio, così nemmeno la guerra, il sequestro e la morte hanno frenato la voracità di potere, la disonestà e l’egoismo della nostra classe politica. Ma, al contempo, questa distruzione (e quella che verrà in seguito) ha dato alla maggioranza dei colombiani (inclusi settori dell’alta società) una chiara coscienza di nazione e la certezza che nessuno è più intoccabile, che non si tratta di una zuffa tra contadini, che siamo coinvolti tutti e che, per quanto crudele e ottuso sia il conflitto, ha messo a nudo le nostre terribili miserie.
Noi colombiani comuni, che non siamo industriali né politici schifosi, che non riceviamo onorificenze né conversiamo con i delegati del primo mondo, sappiamo di essere soli. Non sbroglierà la matassa per noi nessun aiuto umanitario, che spesso serve solo per far venire qui gli europei grassi, vecchi e brutti a conquistare amanti giovani e belle vinte dalla povertà. Dobbiamo far fronte noi a questo groviglio di guai, anche se una sera qualsiasi, tornando dal lavoro, rischiamo di saltare in aria e diventare laconici titoli della stampa mondiale, senza sapere che diamine abbiamo fatto per crepare così.

Efraim Medina Reyes

Efraim Medina Reyes

Efraim Medina Reyes è nato nel 1967 a Cartagena e vive tra la Colombia e l’Italia. Nel 1995 ha vinto il Premio nazionale per il racconto con la raccolta Cinema Albero (Fusi orari). Ha diretto tre film e scrive per il teatro. È uno dei tre membri della 7 Torpes Band.
Con Feltrinelli ha pubblicato: C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo (2002), Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin (2004) e La sessualità della Pantera rosa (2006) e Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio (2013).

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