Un giovane tenta disperatamente di riconquistare la fidanzata. Non riuscendoci decide in un raptus covato chissà quanto a lungo nella mente, di togliere, a lei e poi a se stesso, la vita.
E' successo l'altra notte in provincia di Brescia, ma succede in tutta Italia sempre più spesso, con una frequenza a dir poco agghiacciante. L'amore respinto, una ferita che si sa, può bruciare più di tutte le altre, si sovverte in tragedia. E la morte di un sentimento, che è morte di un pezzo di vita e quindi di una parte di sé, provoca in un gioco spietato di amplificazioni, la morte. Quante volte troviamo sui giornali questo genere di drammi. Sempre più spesso, e quasi sempre tragedie che avvengono per mano maschile. Non si accetta quello che la fine di una storia d'amore simboleggia al di là di ogni proiezione romantica.
Non si riesce a comprendere che è un passaggio della vita, a volte fatale, altre volte ostinatamente, stupidamente voluto. Un passaggio comunque sempre necessario per divenire altro, sempre un’occasione di crescita e cambiamento. Non ci si rassegna, ci si acceca con gelosie o ansie che tanto hanno a che fare con fantasmi propri, demoni magari dell’infanzia, o l’adolescenza, demoni annidati dietro apparenti consuetudini sociali, vite che sembrano instradate, senza sbalzi o inquietudini. E invece, in realtà, vite pronte a infrangersi al minimo ostacolo, a gettar fuori una dose di dolore, di malessere, di furia distruttiva che ha il suo apice terribile nell’omicidio, spesso accompagnato dal suicidio.
La tragedia, peraltro, è doppia. Perché a questo scenario di disagio psichico, affollato di individui sprovvisti di armi per leggere e affrontare la realtà, si aggiunge un dato ulteriore, più concreto e se possibile ancora più inquietante: la diffusione indebita, irresponsabile di armi vere e proprie. Troppo facile possedere una pistola, o altro.Troppo facile lambire quotidianamente le sponde della possibilità di dare, e darsi, la morte. Al sostanziale aumento della fragilità psicologica delle persone (perché anche a questo processo ci sta toccando di assistere, in questo pazzo inizio di nuovo millennio) dovrebbe fare da contrappeso una molto maggiore attenzione alla diffusione degli strumenti di autodifesa. Da sempre, si sa, quanto più il terreno smotta sotto i piedi e la propria identità (o una sua vaghissima parvenza) vacilla, tanto più si amplificano a dismisura aggressività, inconsulto desiderio di rivalsa, furia omicida. Quanto più ci si sente soli, tanto più può sfiorare (in esistenze non sostenute da strutture di sostegno psichico di base) l’idea di aggirare l’isolamento con un colpo di spugna, un gesto folle ma finalmente diretto agli altri. Sì, perché no, una strage.
La vigilanza sulla diffusione delle armi ai comuni cittadini dovrebbe essere a dir poco triplicata in un mondo come il nostro, inzeppato di modelli via via più macroscopicamente distanti dalla cruda realtà dei fatti. Perché se davvero la vita fosse fatta di mogli radiose, mariti realizzati, fidanzamenti che fatti salvi mutui per la casa un po’ troppo pesanti, procedono a gonfie vele in attesa di favolosi bebè, allora l’idea di potersi proteggere, da ladri, rapinatori o altre forme di minaccia sociale, potrebbe essere anche contemplata. Ma questo è un mondo ben diverso. Qui a dover raccontare agli altri che una ragazza non ci vuole più, il cervello va in tilt, e tutta la pressione sociale che si ha il senso di avere subito giorno dopo giorno per anni, esplode, scoppia, si riversa come una lava funesta sul poco che rimane. Ecco allora che la tragedia ha immediati i suoi strumenti di messa in atto. Ecco allora l’arma, che gira per casa da chissà quanto.
Gli amanti delusi soffrono da sempre le pene dell’inferno. Ma in questo inferno, in questa sequela di violenze che come un veleno vanno insinuandosi in molti, troppi luoghi delle nostre vite, le armi dovrebbero essere occultate. Dovrebbero essere temute, bandite. Vietate.
Lisa Ginzburg

Lisa Ginzburg

Lisa Ginzburg, scrittrice traduttrice, ha tradotto il Commento mistico al Cantico dei Cantici di Jeanne-Marie Guyon (Marietti, 1996) e le Pene damor perdute di William Shakespeare (Einaudi, 2001), Orixás. Leggende afro-brasiliane narrate da Pierre Fatumbi Verger (Donzelli, 2006).
Collabora dal 1999 con RadioRai (Radio 3 e Radio2), come autrice di radiodocumentari e conduttrice di programmi culturali.
Ha pubblicato nel 2001 il reportage Mercati. Viaggio nellItalia che vende (Editori Riuniti); nel 2002 il romanzo Desiderava la bufera (Feltrinelli), vincitore del Premio Donna Argentario 2003 e finalista al Premio Viareggio-Rèpaci; nel 2005 la biografia Anita. Racconto della storia di Anita Garibaldi (e/o); nel 2006 la raccolta di racconti Colpi dala (Feltrinelli, Premio Teramo 2007) e nel 2007 il reportage Malìa Bahia (Laterza).
Collabora con giornali e riviste (‟Il Messaggero”, ‟l’Unità”, ‟Repubblica Viaggi”).

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