Tan de Repente, dell'argentino Diego Lerman, è il film che è piaciuto di più alla giuria del diciassettesimo festival di cinema gaylesbico di Milano. Un poetico bianco e nero, già premiato a Locarno con il Pardo d'argento, in cui due lesbiche punk di nome Mao e Lenin rapiscono una ragazza incontrata per strada e le regalano un fantastico viaggio ai confini della normalità. Il riconoscimento della giuria si intona con il filo conduttore di questa edizione dedicata alle atmosfere magiche, aperta dalle note di un'orchestra che eseguiva la partitura originale di Claire, favola-omaggio al cinema muto e alla famiglia gay. Il premio per il miglior documentario è andato invece a The Gift di Louise Hogarth, un lavoro decisamente meno fiabesco, benché incentrato su un tema apparentemente surreale. Indaga infatti senza pudori sulla moda di fare sesso non protetto diffusa in alcune parti della comunità gay americana. C'è gente, ci spiega il film, che pensa che l'Hiv sia un dono (da cui il titolo) che permette di entrare a far parte di una schiera di eletti. Via Internet circola un passaparola tra cercatori e donatori del virus e si organizzano riti di sesso sfrenato. Il tutto nell'impotenza delle campagne di comunicazione per la lotta all'Aids. Il festival si è chiuso ieri sera con la proiezione di Food of love di Ventura Pons, tratto dal romanzo di David Leavitt Il voltapagine, dove uno studente di pianoforte seduce un famoso musicista ma resta deluso quando scopre di essere amato per il suo corpo anziché per il suo talento. Il film è del 2001 ed è già stato presentato lo scorso anno in altre rassegne (Berlino e Togay), ma solo ora esce nelle sale italiane e la presentazione milanese funge da utile traino. Quella di promuovere titoli che trovano canali distributivi più ampi del circuito festivaliero (a tematica e non) è una caratteristica che la rassegna gaylesbica di Milano è andata consolidando negli ultimi anni.
Otto dei quindici lungometraggi in programma quest'anno si vedranno al cinema, in televisione o in dvd, mentre per altri tre o quattro le trattative sono in corso. "Con il tempo - spiega il direttore del festival Giampaolo Marzi - abbiamo creato una rete di contatti che ci permette di aiutare i film che proponiamo a trovare sbocchi distributivi, o di offrire a chi un film ha già deciso di distribuirlo un lancio efficace. Siamo diventati un intermediario tra il pubblico e i distributori. Al primo garantiamo la qualità del prodotto, ai secondi una discreta capacità di comunicazione. È una novità degli ultimi anni, perché una volta era difficilissimo avere contatti con i distributori. Adesso abbiamo ottimi rapporti con case come Emik o come Metacinema, che distribuisce nelle sale in questi giorni Yossi and Jagger di Eytan Fox. Non dimentichiamo poi Gay.tv, il canale tematico satellitare che sta svolgendo un ruolo importante in termini di apertura delle possibilità di mercato". Con tutto questo, Marzi tiene anche a ribadire che il festival non aspira a diventare una mostra-mercato, ma vuole rimanere un evento culturale a molte dimensioni, incluse quelle non commerciabili, assicurando attenzione alle novità, alla pluralità degli stili e all'underground. Continuando a essere insomma anche un'occasione unica per vedere cose altrimenti invisibili. I timori superstiziosi che circondavano l'edizione numero diciassette sono stati neutralizzati dalla risposta del pubblico, incoraggiante oltre le aspettative. Per la numero diciotto la strada è tutta in discesa.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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