«Vedremo se sarà un´aquila o un tacchino», ghignava Bossi alla vigilia del voto. Il volatile era Sergio Cecotti, il transfuga della Lega che, di fronte ai ripetuti sbarchi di Berlusconi in Friuli, aveva lanciato il celeberrimo «allarme-visitors». Oggi che Cecotti è rieletto alla grande sindaco di Udine, Bossi si ritrova non con un´aquila, ma con un bel condor sopra il suo cranio duro di varesotto. Un grande «Condor pasa» dall´occhio azzurro gelo, che gli vola intorno ad ali ferme, con cerchi lunghi, alto sulla Padania rovente, e gli dice che qui la Lega è finita. «Quella Lega», almeno. La Lega di Alessandra Guerra, la Madonna di Lourdes che nemmeno i leghisti han votato. La Lega dei bulli alla Calderoli, che va a cena ad Arcore. Romanizzata, lontana dagli umori della base.
Eccolo, «el Condor». Sta per rifare il suo nido sul castello di Udine, si pulisce le ali dopo il combattimento. Quando ti fissa obliquo ci somiglia pure, al re delle Ande. Non ha ancora parlato al «pueblo» furlan. Come l´alleato Illy, è l´uomo meno comunicativo del mondo. Ma proprio per questo ha convinto. Fatti contro parole. «Ci siamo salvati da una catastrofe» sibila senza emozione apparente. «Una larga fetta della gente ha capito. Una regione di destra ci ha regalato lo stesso voti copiosi ovunque. E poi Udine: in tutte e sette le circoscrizioni abbiamo avuto percentuali altissime. Ogni tanto ci si consola». Che personaggio. Urticante e britannico. Friulanista, giallista ed ex mezzofondista, fisico teorico con passioni esoteriche. Una combinazione difficilmente ripetibile di cultura e senso comune.
Ma come, ti chiedi. Come mai la stessa Lega ha eletto a Treviso l´erede dello sceriffo Gentilini? Tra i due non c´è una voragine? Poi capisci. Cecotti ha mandato Bossi a quel Paese, Gentilini lo stesso. Entrambi non si sono fatti incoronare da nessuno. Entrambi fanno parlare i fatti e odiano i politicanti. Qui come in Veneto ha vinto la periferia contro Roma. Insomma, Friuli come altrove, il voto non si fa nazionalizzare. Ma Cecotti è andato oltre. Ha consumato lo strappo, dato una casa ai riformisti del Carroccio, costruito le basi di un nuovo partito «catalano». Così ora lo cercano tutti, e non solo in Friuli. Lo cerca la Padania. Lo cerca il Veneto. Come l´assessore regionale Marino Finozzi, autore di una buona legge (approvata all´unanimità) sui distretti industriali, che ha già chiesto un incontro con lui.
Tricesimo, casa di Alessandra Guerra, schiantata da un sole nordafricano. Nei bar, la Lega consuma tristemente la fine di un sogno. «Ancje una cjavre a cjapave di plui», anche una capra avrebbe preso di più, pigola esausta la signora Mariute, facendosi fresco col ventaglio. Basta fare il conto della serva. La Casa delle libertà ha perso dodici punti di vantaggio, più dieci del vantaggio di Illy. Totale ventidue. La capra non ha sbancato neanche nel suo Comune: 49 per cento contro il 46 di Illy. Un avventore di sinistra da un altro tavolo sfotte: «Jere ore di cambià», era ora di cambiare. E la Mariute, che vota Lega da sempre, si accende come un semaforo: «Talebàn! Lambrusco! Comunista!». Ma poi conviene: sì, forse era ora di cambiare. Anche con un triestin, dio bon. Sempre meglio dei visitors.
Per arrivare al maniero di Alessandra attraversi colline dolcissime - Pagnacco, Tavagnacco, Leonacco, Luseriacco - colline nobili dai nomi longobardi. Poi una lunga carrereccia in ghiaia coperta da un baldacchino di glicine. Vigne, mais, un caldo boia, milioni di cicale, il torrente Cormor a secco. La signora abita in una torre, un lussuoso ex rudere ricatalogato bene ambientale e restaurato con la legge della Regione sul terremoto. Intorno ulivi giovani, color argento. Li ha piantati lei, e non le hanno portato bene. Suoni, non risponde nessuno al citofono. «Tanto non c´è mai» ti dice la gente, come se parlasse di una castellana. «Non è una donna del popolo», spiegano. «Persino Tondo (il presidente uscente di Forza Italia, non ricandidato, n.d.r.) stava più tra la gente».
Walter Montagnese è segretario della Lega a Tricesimo. Un pezzo d´uomo che ci crede, nel Carroccio. Quando aveva una sua officina meccanica di precisione, aveva stampato a caldo lo stemma padano su tutte le macchine utensili. Oggi, accanto a una birra fresca sotto una pergola, parla di «fine del sogno», di patrimonio buttato alle ortiche. «Nemmeno con la mia sezione - dice - la Guerra ha mai avuto contatti. Se dovevo parlarle, mi toccava telefonare a Trieste al suo segretario, che forse, talvolta, chissà, mi ritelefonava. Queste sono cose che la gente capisce. E io sto con la gente. Vede, io investo in Bot, bar-osterie-taverne, sento la voce del popolo. E sentivo che la gente diceva: ti saluto Guerra, è partita con i giri alti».
Fioritura di tigli, polline, malinconia, voglia di farla finita. «Se al finis il partit, al è un ben», se il partito finisce, a questo punto è un bene, di dicono i padani delusi alla locanda del «Cjavedal». Ha una sua nobilità la Lega friulana, è meno materialista di quella lombardo-veneta. La gente pensa che a quel punto, tanto vale staccare la spina. Chiedi: ma perché la Guerra non l´avete votata nemmeno voi? Risposta: «Perché la Lega è di popolo, dunque nessuno come la Lega doveva respingere un´imposizione, anche se veniva dalla Lega medesima. Qui non è il Veneto. Questa è una terra che subisce da secoli. Ora basta». E sottolineano il basta, che in friulano si dice «Vonde». Una parola dopo la quale non puoi dire più nulla.
A Udine tutto si squaglia dopo la Strafexpedizion di Clausewitz-Cecotti. Beppino Zoppolato si è già dimesso da segretario provinciale e lascia cadere parole come pietre. «Non farò più politica. Finora ho obbedito, sono sempre stato un soldato. Anche negli ultimi sei mesi ho obbedito, anche se non ero d´accordo. Speravo che Bossi, come sempre, avesse ragione. Invece è stata una Caporetto, i ministri e i politicanti, venendo qui, hanno distrutto un lavoro di anni. Ci pensi, i sondaggi ci davano in crescita. Ora tutto è finito. Abbiamo scelto dall´alto, mentre la candidatura Illy partiva dal basso». Intanto il cielo si rabbuia, dal Veneto arriva forse un temporale.
Anche Viviana Londero, sindaco padano di Osoppo, il paese delle ferriere, si è dimessa dal consiglio federale. Il sole dei comizi l´ha tostata, ora è stanca, scuote il bel caschetto nero e spiega: «Ora serve un progetto, sto guardando con interesse a cosa farà Cecotti. La Lega, così com´è diventata, non è più portatrice di rinnovamento». Oltre il Tagliamento in spaventosa magra, a Spilimbergo, l´ex vicepresidente del consiglio regionale Matteo Bortuzzo è ancora più diretto. «Che vuole - ti dice - da partito di lotta e di governo siamo diventati un partito socialmente utile. Utile alle poltrone di alcuni. Ci hanno imposto una cricca di tuttologi, capaci di produrre slogan con dentro niente. I competenti sono stati epurati. Gian Piero Fasola, che aveva fatto il miglior piano sanitario d´Italia. Cecotti, che ha governato Udine alla grande. Pietro Arduini, ex assessore alle finanze. Roberto Visentin, uno che stava col popolo. Alido Gerussi, bravissimo sindaco di Spilimbergo».
Sulle montagne già piove, le mosche sono nervose, sulla pianura arrivano i primi fulmini. «Ora spero che non ci siano teatrini con finte dimissioni - si arrabbia Bortuzzo - questa gente deve sparire, levare le tende, fare fagotto, andarsene. An-dar-se-ne. O la Lega passa in mano alla gente che vale, oppure è finita. Fi-ni-ta».
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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