Il broglio sanremese, leggenda metropolitana tra le più antiche e pittoresche della nostra cultura pop(olare), è da ieri un caso giudiziario ufficiale, con tanto di arresti (tre), di capi d´accusa (corruzione e abuso d´ufficio) e di probabile campagna moralizzatrice per salvare l´onore del Festival (a partire da domani). Tutti i particolari in cronaca.
Pare che alcuni giovani cantanti, per passare le selezioni e arrivare all´Ariston, abbiano scucito cinquantamila euro, cifra commisurata al cabotaggio ormai estenuato della nostra industria discografica, come pure al faticato e inflazionato sgomitare della massa cospicua che vuole essere famosa di fama televisiva. Sollievo tra i big, panico tra le nuove proposte: l´inchiesta dei giudici liguri (toghe rosse?) è concentrata, diciamo così, sulla tratta degli sconosciuti, che avveniva in seno a una specie di ente (utile) pomposamente denominato Accademia della Canzone. Sconosciuti anche gli arrestati, tre impresari, a occhio e croce non di primissimo livello, che promettevano accesso al concorso in cambio di un compenso diciamo ufficioso.
Se osiamo scrivere che è uno sbocco deludente, non ci si fraintenda: non è per ansia giustizialista, ma perché la sproporzione tra le clamorose maldicenze che aleggiano da sempre su Sanremo, e l´effettiva portata di questo traffichetto di posticini al sole, è evidente. Abbiamo memoria di quando Claudio Villa tuonava, di quando Enzo Ghinazzi in arte Pupo elevava il suo j´accuse, di quando ogni cantante trombato minacciava una conferenza stampa per vuotare il sacco sulle perfide trame, i verdetti comprati, le cartoline falsificate. Il solo Ghinazzi, a dire il vero, ebbe l´onestà di confessare, pochi mesi fa, che quelle cose si dicevano e si facevano soprattutto per amor di spettacolo, perché è bello aggirarsi tra i cadenti androni di quegli albergoni liberty minacciando sconquassi, insomma perché a Sanremo ci si va per farsi notare, una volta all´anno, come mai nel resto dell´anno.
Dobbiamo invece accontentarci di questo scandaletto da sottobosco, in fondo un dramma della sottoccupazione, con emissari di provincia, piuttosto lontani dalla torta, che cercano di drenare briciole e fanno fifty fifty, mezza briciola per uno, vendendo spicchi di telecamera veramente minimi, un passaggino chissà a quale ora, quando l´audience è già stremata e il sontuoso russare che sale dai tinelli italiani copre l´orchestra, figuriamoci la Voce Nuova. Non è il bello scandalone sempre sognato, quello sulla vittoria finale truccata, quello che ti fa dire "lo sapevo, io, che quell´anno lì avrebbe dovuto vincere Bobby Solo e invece l´hanno incastrato". No, è solo una delle tante stiracchiate creste sul traffico televisivo, quel fiorire di agenzie, promoters, faccendieri che "conoscono qualcuno in Rai", o in Mediaset, o anche solo a Telecapri, e speculano, da faticatori, sulla fatica di voler essere qualcuno, velina o imitatore, cantante o applauditore di prima fila, ospite caso umano, aiuto-cuoco nei tanti set al soffritto (si cucina, in tivù, quasi quanto si canta).
È la legge del commercio, c´è sempre un mediatore che cerca di aiutare il venditore a mettersi in contatto con l´acquirente, in fondo il mondo dello spettacolo si regge anche su questo minuto bagarinaggio, il biglietto per Sanremo, o per qualunque altro posto o strapuntino dove si accende almeno una telecamera, te lo procuro io senza che devi fare la fila...
Se poi si vuole proprio cercare il pelo nell´uovo, allora magari si pensa al giovane artista che canta perché vuole davvero fare l´artista, e perde una selezione, manca un´occasione perché non ha trovato la spinta giusta, il favore, l´aiutino, il "tutor" che lo aiuti, previo compenso, a passare l´esame. E magari mastica amaro, come si mastica amaro a vent´anni quando si crede in quello che si fa e non in quello che ti costringono a fare. E questo no, non è un aspetto bellissimo della vicenda, ma non riguarda proprio Sanremo, non solo Sanremo, è la deregulation delle coscienze, è la vecchia legge del più furbo che si aggiorna e si specializza. L´industria dello spettacolo è ormai più estesa e pimpante della metallurgia, figurarsi le raccomandazioni che fioccano, le mance che piovono: siamo sempre più o meno a "Bellissima", con Walter Chiari che intorta la Magnani per farsi la Vespa, solo moltiplicato per mille, per centomila, intanto perché non ci si fa la Vespa ma la Volvo, e poi perché alle porte degli Studios Italia bussa ormai mezzo paese, bambini e vecchie, concorrenti di reality-show (le uniche comparse con il nome in cartellone), artisti fai-da-te, mitomani, mezze calzette, disperati.
Così va il mondo. Ma siccome così non dovrebbe andare, chissà se la Rai, con tutto quello che spende per Sanremo, avrà il buon gusto di costituirsi parte civile, o almeno pretenderà, con la stessa sollecitudine con la quale ha allontanato comici e giornalisti troppo presenti, di epurare giurati e giurie parecchio assenti.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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