La torinese Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ospita in questi giorni (fino al 7 settembre) una mostra proveniente dal Walker Art Center di Minneapolis, Usa, di cui, intanto, si raccomanda il titolo molto efficace, Come le latitudini diventano forma (a cura di Philippe Vergne). Vi è il ricordo di una grande mostra organizzata nel 1969 a Berna da Harald Szeemann, il direttore delle due Biennali di Venezia precedenti a quest’ultima: When attitudes become forme, dove è necessario ricorrere all’inglese, dato che attitude non può essere reso alla lettera con "attitudine", ma vale piuttosto come "atteggiamento", meglio ancora, "comportamento". Insomma, con quella mostra ormai entrata nella storia Szeemann invitava a superare la soglia dell’"opera" per seguire gli artisti nel compito di valorizzare l’intera loro attività corporea, e il coinvolgimento dell’ambiente, cioè la grande frontiera sessantottesca, che è stata anche una rivoluzione capitale per l’arte del secolo scorso. Ora a attitude, nella mostra in questione, subentra latitude, con variazione azzeccata, dato che di arte valida se ne fa presso tutte le latitudini del mondo, è cessato il privilegio "occidentale", e anche asiatici e africani intervengono, spesso in modi più ingegnosi rispetto ai nostri esponenti: anche se il merito, in definitiva, sta proprio nell’apertura provocata dall’ormai lontana mostra di Berna: ovvero, la parola data alle attitudes, piuttosto che alle modalità convenzionali di fare arte, ha consentito alle culture extraoccidentali di recare un contributo primario.
Cose non nuove, si dirà, e infatti sia Documenta di Kassel, sia le ultime Biennali, firmate da Szeemann e ora da Bonami, hanno attinto a piene mani a questa riserva "globale" del pianeta. Ma purtroppo in quelle occasioni pur tanto ufficiali è sembrato quasi che si desse diritto di accesso agli extraoccidentali purché si associassero a noi nell’esaltazione del disordine della vita di oggi, in un compito quasi di sapore sociologico, affidato a tanti video e sfilate di foto. Invece, per sua fortuna, la rassegna giunta a Torino cura molto la qualità, non basta cioè aderire a un comune progetto di fare confusione, di bombardare lo spettatore con un flusso di informazioni: nelle pieghe, magari della tradizione e del folclore, è possibile andare a ritrovare qualche fiammella di poesia, e appunto i trenta convocati da Vergne, chi più chi meno, questo soffio inventivo dimostrano di averlo trovato, laddove, se andiamo a vedere gli asiatici e gli africani raccolti all’Arsenale nel quadro della Biennale appena inaugurata, questi affondano nel disordine, nell’improvvisazione un po’ gratuita.
La sfilata torinese potrebbe iniziare con Santiago Cucullu, un argentino che ora vive nel Texas, ma che non ha scordato i "murales" così presenti nel codice genetico ispano-americano, e li esegue infatti sulle pareti delle gallerie con un misto di eleganza e di spirito naïf; il racconto sciama, si dirama, affidato a un colorismo tenero e invitante. Subito lo fiancheggia l’indiana Anita Dube, che dissemina sulla parete una pioggia di occhi artificiali, incastonati come pietre preziose di una sorta di maxi-gioiello. E ci sono poi i giapponesi Zon Ito e Arima, forti del loro miracoloso sistema di scrittura ideografico, dove cioè immagini e parole si fondono, dando luogo a inimitabili flussi unificati, che potranno posarsi su arazzi o su fogli di album. Tornando ai rappresentanti ispano- americani, ecco uno straordinario tatuaggio "povero" che la coppia Allora e Calzavilla ottiene stampando su un lastricato di strada le impronte di un pallone, e assieme ad esso i profili schiacciati dei giocatori che se lo passano. In genere, si può parlare, per tutti gli elaborati presenti nello spazio torinese, di un testacoda appunto tra il povero e il ricco: gli abitanti diseredati del pianeta, mentre attendono alle comuni bisogne quotidiane, riescono a riscattarle, a trasformarle in occasioni di festa e di meraviglia: come succede al turco Karamustafa, che propone dei banalissimi contenitori da biancheria sporca, in cui però se ne stanno arrotolati i tessuti preziosi della famiglia. La cinese Yin Xiu Zhen fa qualcosa di simile mettendo in salvo un concentrato di oggettini- souvenir in quattro capaci valige, che così diventano delle wunderkammern mobili, da portarsele dietro nei viaggi, e quando si aprono, ne scappa fuori anche una colonna sonora densa di valori affettivi. La sudafricana Seejarim con analoghi espedienti "poveri", presi dalla vita di tutti i giorni, compone lo skyline di Città del Capo, come arazzo incantato da portarsi dietro nei tempi dell’esilio. E c’è chi procede alla ricostruzione del proprio habitat domestico, come il brasiliano Cabello o il giapponese Ozawa, e in casi del genere è perentorio e comprensibile l’invito a cavarsi le scarpe, per poter passeggiare su tappeti di stanze cariche di valori di memoria.
In questo panorama di sommessa poesia la tecnologia fa un passo indietro, i video sono meno numerosi del solito, non solo, ma già si affaccia chi viene a convertirne il linguaggio in una ritrovata straordinaria manualità, grazie al cinema di animazione: è la giovanissima giapponese Tabaimo che esegue a mano, con magistrale grafia, una parodia della nostra vita alle prese col consumismo, spingendolo sulla strada del paradosso più sorprendente e umoroso.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>