Quel che è accaduto ieri al Parlamento Europeo, dove le parole maleducate e il comportamento arrogante e padronale di Silvio Berlusconi hanno suscitato una reazione indignata, svela a noi italiani che cosa è successo in questi due anni nel nostro Paese. In Italia una televisione di regime ha impedito quasi del tutto il dibattito politico intorno alla persona, alla vita e alle opere (soprattutto quelle private) di Silvio Berlusconi. Per sapere a che punto di divagazione nel vuoto sono arrivati i media italiani pur di non raccontare la realtà bastano due esempi. Il primo è un articolo del Financial Times, che il 29 giugno, occupandosi di Berlusconi e delle sue interviste alla TV italiana, scrive: "In altri paesi i politici devono sottostare a uno stile giornalistico da mastini, interviste sospettose e indagatorie che non solo sono poco rispettose, ma incidono sulla fiducia degli elettori per i leader democraticamente eletti. Ma lo show italiano di Porta a Porta si muove decisamente in un’altra direzione. Praticamente è uno spot elettorale di 90 minuti per Silvio Berlusconi, in onda su un canale della Tv di Stato". Il secondo esempio è del TG1 e di Televideo del giorno 1 luglio. Quel giorno Umberto Bossi, che l’Italia ha la disgrazia di esibire al mondo come "ministro delle Riforme" ha detto testualmente della bozza di Costituzione europea: "Questa è l’Europa come la vorrebbero quattro stronzetti. E’ un illuminismo imbecille, stupido, che si taglia i coglioni". Il cronista del TG1 ha così tradotto: "Bossi lancia un avvertimento: l’Europa non sia una macchina dittatoriale che toglie diritti ai popoli". Televideo ha riassunto in modo anche più lapidario: "Unione europea. Bossi: difendiamo la democrazia".
Nel frattempo, è triste constatarlo, nessun giornale italiano, tranne quelli di esplicita opposizione, fa notare (o spesso anche solo racconta) episodi di estremo squallore di cui sono protagonisti personaggi scostanti come Calderoli (tristemente è vice-presidente del Senato italiano), come Borghezio, uno dei leader della Lega Nord che ha chiesto al Parlamento europeo di "salvare le coste di Lampedusa dall’inquinamento degli immigrati morti in mare".
Naturalmente il senso di disagio, imbarazzo, sconcerto, che non raggiunge l’Italia a causa dell’accurato embargo delle notizie che riguardano questo governo e questa maggioranza, raggiunge però il resto del mondo libero. Ed è sacrosantamente vero che il fango che riguarda Berlusconi e Bossi non riguarda l’Italia. Ed è ovviamente falso quanto detto da Berlusconi e dai suoi diversi tipi di avvocati (una corte che comprende legali, deputati, legali-deputati e schiere di giornalisti) secondo cui chi tocca Berlusconi offende l’Italia. Una frase del genere è stata detta l’ultima volta solo da Mussolini. Vi viene in mente qualcuno che abbia denunciato come antiamericana l’inchiesta contro Nixon, che ha portato all’arresto dei suoi collaboratori più stretti e poi alle sue dimissioni nella vergogna? Si è mai detto nel mondo che le continue inchieste giudiziarie e "Grand Jury" a carico di Clinton erano state ordite per denigrare gli Stati Uniti?
Non c’è da stupirsi che Frank Bruni, corrispondente da Roma del New York Times abbia concluso un suo articolo sul conflitto d’interessi di Berlusconi con l’esclamazione: "Ma come siete tolleranti voi italiani!" Disabituato alla vera vita dalla complicità continua e quasi totale della Rai, dalle sue immense proprietà e dal clima di intimidazione che è riuscito a stabilire nei media italiani dopo avere licenziato pubblicamente e clamorosamente Enzo Biagi, Michele Santoro e Ferruccio de Bortoli, senza che nessuno avesse niente da ridire, Berlusconi va al Parlamento Europeo e crede di poter fare uno dei suoi ininterrotti monologhi su se stesso e le sue incredibili e uniche qualità - servito eventualmente dalle domande gentili delle reporter che poi ricevono qualche gioiello per l’estate, stile imperatore Bokassa.
Ma al Parlamento Europeo si trova di fronte a domande vere, affermazioni fondate, constatazioni tratte da verbali che ogni buon giornalista conosce. Si trova di fronte a persone che gli tengono testa perché sono state elette non per celebrare ma per testimoniare, controllare, sapere e far sapere. Persone che non hanno alcuna intenzione di sventolare le bandierine. Hanno, di un semestre europeo, non l’idea di qualcosa che avviene sui colli imperiali di Roma, ma di un segmento del lungo e faticoso e difficile lavoro per costruire l’Europa. Vorrebbero sapere se possono fidarsi di colui che guiderà questo tratto di lavoro, erroneamente interpretato come un arco di trionfo. Hanno ascoltato. Hanno avanzato domande e obiezioni, tutte fondate sulla realtà, in un modo ormai desueto in Italia. E si sono sentiti rispondere con cattiveria e stizza e volgarità. Come accade ogni giorno a noi in Italia. Solo che da oggi sarà un po’ più difficile fare apparire l’intero Parlamento Europeo e il suo presidente, il liberale Cox (il primo a offendersi delle frasi di Berlusconi), come una assemblea di comunisti. Vero, gli uomini di Berlusconi, che ai prezzi correnti di mercato sono tanti, parlano di stampa di sinistra per dire il Financial Times, The Economist, Der Spiegel, The New York Times, The Los Angeles Times, Time Magazine, Newsweek.
Ma quando Berlusconi si fa avanti e, abituato male da Bruno Vespa, afferma che il "conflitto di interessi suscita l’attenzione di non più del 6 per cento degli italiani", non si accorge di definire in pubblico la condizione di regime mediatico in cui è caduta l’Italia, dove glielo lasciano dire come se fosse una osservazione sensata. Come se le illegalità o i reati andassero perseguiti solo quando la folla lo chiede compatta e a gran voce. In Europa no, in Europa, e nel resto del mondo occidentale e industriale, il conflitto di interessi è un male in sé, grave e non accettabile perché squassa la democrazia. Quando Berlusconi pensa di essersi messo al riparo a causa del lodo preparato per lui in Parlamento dai suoi legali (un vero e proprio reticolato di eventi scandalosi, dagli avvocati difensori che diventano deputati e senatori, per fare leggi di cui hanno bisogno in tribunale, alla frantumazione del più fondamentale principio democratico, quello secondo cui la legge è uguale per tutti) non si rende conto di essere da quel momento, non in quanto imputato, ma in quanto esonerato arbitrariamente dalle sue imputazioni, un simbolo di scandalo e una offesa per chiunque sia eletto e debba subire lo scrutinio pubblico di chi è eletto. Così è in tutta l’Europa. Così ha stabilito ieri il Parlamento europeo con il "lodo Schulz", dal nome del deputato socialdemocratico tedesco che ha osato dire a Berlusconi che il suo lodo, in Europa, non conta nulla, non lo esime da nulla. Al contrario: funziona da pro-memoria. E quando Berlusconi crede di andare nel mondo a fare impunemente lo spiritoso come gli lasciano fare in Italia, sostenendo che, "si possono raccontare storielle sull’Olocausto, perché gli italiani sanno ridere anche su una tragedia come quella" (Ansa, 2 luglio, ore 17.58), non fa che mostrare una vena volgare che gli funziona solo a Porta a Porta. Il semestre italiano si è appena aperto, e si è già chiusa la speranza che l’Italia potesse apparire un Paese normale. Non lo è. Questo forse non porterà molta gloria sui colli fatali di Roma. Ma porta a noi italiani una notizia importante. La campagna elettorale per liberarci di questa umiliante immagine dell’Italia nel mondo è cominciata oggi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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