L´idea era quella di imparare qualcosa pendolando tra Aix e Avignone, musica e teatro, Berg e Wolf, Boulez e Chereau. E' che ci si droga di cinema tutto l´anno, così ogni tanto viene da entrare in clinica per disintossicarsi, all´ombra di un´intelligenza diversa, antica, in un certo senso postuma. E in quanto a cliniche di quel tipo, qui è il top. Medici straordinari, cucina raffinata e molto dietetica. Risultati garantiti.
Quando non ne puoi più fai finta di perderti in campagna e finisci in quel buco spaziotemporale che è la Francia di provincia, dove tutto si è fermato, al bar bevono Pernod, alla tele c´è Tintin, al muro c´è Fernandel che ride da decine di anni, e il 14 luglio il sindaco offre cena a tutti. Dopo, bocce. Ogni tanto passa il Tour.
Così ho iniziato da Aix e sono andato a sentire Boulez. Dirigeva l´Ensemble Intercontemporaine in un programma curioso: El retablo de Maese Pedro di de Falla (1923), Renard di Stravinski (1922)e Pierrot Lunaire di Schoenberg (1912). Telegrammi dal primo Novecento, che da un sacco di tempo non è più il nostro secolo. Operine, in un certo senso, che Klaus Michael Grüber (uno dei medici di cui sopra) s´è curato di mettere in scena, con gusto e divertimento. A parte l´età, i tre titoli hanno in comune la lieta propensione verso soggetti leggeri fino alla stupidità e questo, in altri tempi, mi avrebbe fatto impazzire: piaceva pensare (non solo a me) che quelli là facessero la rivoluzione con il bisturi infantile di una giocosa intelligenza, non con le cannonate di un integralismo cieco. Ci si illudeva, temo. Ma insomma, l´impressione era quella.
Nel confronto fra i tre grandi, oggi, è curioso che a far bella figura finisca per essere il meno ambizioso: de Falla. Eleganza, mestiere, ironia divertita, non simulata. Qualcosa di vero, non solo giochetti, se capite cosa voglio dire. Stravinski passa veloce come un dandy davanti al dehors di un bar, lasciando giusto una scia di profumo. Quanto a Pierrot Lunaire, si sa, è un totem intoccabile. E allora tocchiamolo. Io ricordo distintamente di quando quel Pierrot che cercava di togliersi una macchia dal costume, e non riusciva, e poi alla fine era una macchia di luna, beh, era qualcosa che mi commuoveva. Dico sul serio. Non erano nemmeno cento anni fa. Diciamo che era nel Novecento. Mi commuoveva. E mi faceva impazzire l´idea che quell´uomo fosse capace di prendere Pierrot - lo stesso Pierrot che vedevo ricamato sui cuscini che stavano sui sedili dietro di tante Ritmo - lo stesso Pierrot che mi aspettava, in ceramica, con quella agghiacciante lacrima appesa al ciglio, sopra le televisioni che riposavano su commoventi centrini al centro di tanti teatri casalinghi - prendesse quel Pierrot, lo salvasse da quel mare di kitsch, e ne facesse, addirittura, l´alfiere di una rivoluzione linguistica ed espressiva. Non era geniale? Son tutti capaci di fare rivoluzioni con Wozzek, o con Lulu. Ma con Pierrot? Riuscireste a fare dell´avanguardia usando i Pokemon?
Insomma, era un bel flash, se posso usare l´espressione. L´altra sera, seduto in teatro, lì a Aix, ho visto passare il Pierrot Lunaire, e gli ho detto addio. L´esecuzione era esemplare: Boulez chiarissimo, Anja Silja perfetta. E io ho capito che quella musica stava uscendo per sempre dalla mia vita, se ne andava e non c´era più nulla da fare. Non sembrava più un crocevia di un´avventura artistica che era di tutti, e in qualche modo destinale, ma piuttosto il ricordo di un certo gusto, di un certo mondo, di un certa intelligenza che poi il tempo, nel suo viaggio magari casuale, aveva dimenticato in una sala d´aspetto di una stazione. Spiavo la musica che con puntualità agghiacciante sfiorava una figura capace di parlarmi e poi regolarmente la evitava, e sentivo quella dolorosa impotenza che solo i film muti riescono a procurarmi - quando ti guardano con quegli occhi spiritati, le labbra cucite come da un verdetto stupido e inutile, il ronzio del proiettore nell´aria. Per quanto là sopra si sforzassero di essere forti e perfetti, quello che continuavo a registrare era cosa mancava, non cosa c´era. Succede anche nei fidanzamenti: e quand´è così, è ora di chiudere. Così ho applaudito, ma sapevo che era l´ultima volta. Adieu, Pierrot.
Devo aggiungere che il mio ultimo Pierrot Lunaire resterà memorabile anche perché, a metà della faccenda, si sono iniziati a sentire, in sala, i fischietti, i tamburi e le urla dei manifestanti che, da fuori, boicottavano la serata. Erano i precari dello spettacolo che in questi giorni stanno facendo fuori i festival francesi, uno ad uno, a colpi di sciopero. Boulez dentro a dirigere e loro fuori a battere le grancasse e far tremare le porte. Musicalmente parlando, a Ives sarebbe piaciuto da matti. Politicamente parlando è una lezione sgradevole ma utile. Tutta la storia, d´altronde, è da tenere d´occhio. I precari (macchinisti, musicisti, attori, tutti quelli che lavorano a contratto e non assunti regolarmente) godono in Francia di un trattamento privilegiato: adesso lo Stato cerca di limare quei privilegi, e loro si sono impuntati. Di per sé sarebbe una delle tante lotte sindacali di categoria. Ma il fatto è che sta lievitando a lotta simbolica. É come se gli ultimi anni spesi a ingoiare i teoremi del nuovo liberismo e a sostituire controvoglia lo Stato assistenziale con lo Stato-azienda siano di colpo esplosi in un collettivo vaffanculo liberatorio, agevolato dal fatto che le vittime di turno sono gente di spettacolo, e in certe pratiche ci sanno fare. Così, intorno a quella lotta di per sé perfino discutibile, si sta coagulando lo sfinimento di persone che non c´entrano niente e che hanno da parte massicce scorte di indignazione. Mi sono spostato ad Avignone, dopo il fattaccio di Aix, e ho visto saltare la serata inaugurale del Festival. Assemblee, votazioni, comizi volanti, vince quello che è sulla sedia più alta e la voce più forte. Chi l´ha visto dice Così è nato il '68, e intanto fa gli scongiuri. Per intanto, il festival è vicinissimo a saltare, e da queste parti è come cancellare il Tour. Tutti sotto choc. Più modestamente, io constato che era venuto a disintossicarmi in clinica e mi hanno chiuso la clinica.
Mi sembra d´aver visto il manifesto di una corrida, da queste parti...
Alessandro Baricco

Alessandro Baricco

Nato a Torino nel 1958, si laurea in Filosofia con una tesi in Estetica. L'amore per la musica e per la letteratura ispireranno sin dagli inizi la sua attività di saggista e narratore.
Come saggista esordisce con Il genio in fuga. Due saggi sul teatro musicale di Gioacchino Rossini (Il Melangolo, 1988; Einaudi, 1997). Castelli di rabbia (Rizzoli, 1991; Universale Economica Feltrinelli, 2007), suo primo romanzo, Premio Selezione Campiello e Prix Médicis Étranger, è un'autentica rivelazione nel panorama della letteratura italiana e ottiene il consenso della critica e del pubblico. Seguono Oceano Mare (Rizzoli, 1993; Universale Economica Feltrinelli, 2007), Premio Viareggio e Premio Palazzo al Bosco; il monologo teatrale Novecento (Feltrinelli, 1994; edizione speciale, 2014; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2011) da cui Giuseppe Tornatore trae il film La Leggenda del pianista sull'oceano; Seta (Rizzoli, 1996; Fandango Libri, 2007), portato sullo schermo da François Girard con una produzione e un cast internazionali, City (Rizzoli, 1999; Universale Economica Feltrinelli, 2007) e Senza sangue (Rizzoli, 2002; la graphic novel in "Feltrinelli Comics", 2019, con Tito Faraci e Francesco Ripoli), tutti tradotti all'estero e recensiti dalle maggiori testate internazionali, dal ‟Guardian” al ‟New York Times”, da ‟Libération” a ‟Le Monde”. Tra i saggi, L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin (Garzanti, 1993); Barnum. Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1995) che raccoglie gli articoli comparsi nell'omonima rubrica curata ogni mercoledì sulle pagine culturali del quotidiano torinese ‟La Stampa” e Barnum 2. Altre Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1998), in cui sono raccolti gli articoli frutto della collaborazione con ‟la Repubblica”; è del 2002 Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà. Compare in televisione nelle trasmissioni culturali ‟L'amore è un dardo”, sull'opera lirica, e ‟Pickwick”, dedicata ai libri. Tra le attività teatrali che lo vedono autore, regista e interprete, dopo i successi di Totem (di cui Fandango Libri ha pubblicato il libro nel 1999, Rizzoli due videocassette nel 2000 e Einaudi una videocassetta nel 2003) e di City Reading Project per il Romaeuropa Festival 2002 che ha dato origine a un volume fotografico (Rizzoli, 2003), Baricco ha realizzato Omero, Iliade, in tre serate, realizzandone poi il libro (Feltrinelli, 2004). Nel 2003 pubblica per Dino Audino Editore la sceneggiatura di Partita Spagnola, di cui è autore con Lucia Moisio. Nel 2005 è socio di Fandango Libri. Dello stesso anno è il romanzo Questa storia (Fandango Libri, 2005; Universale Economica Feltrinelli, 2007) cui segue, l'anno dopo, I Barbari. Saggio sulla mutazione (Fandango Libri, 2006; Universale Economica Feltrinelli, 2008), precedentemente pubblicato a puntate su ‟la Repubblica”. Nel 2007 propone all'Auditorium Parco della Musica di Roma una lettura interpretata (e ridotta) di Moby Dick, poi confluita in Herman Melville. Tre scene da Moby Dick (Fandango, 2009; Feltrinelli 2017). Tra le sue opere più recenti: Emmaus (Feltrinelli, 2009), Mr Gwyn (Feltrinelli, 2011), Tre volte all’alba (Feltrinelli, 2012), Una certa idea di mondo (Gruppo Editoriale L’Espresso, 2012; Feltrinelli, 2013), Palladium Lectures (2 dvd + libro; Feltrinelli, 2013), Smith&Wesson (2014), La sposa giovane (2015), Il nuovo Barnum (2016), Seta (2016; edizione cartonata con le illustrazioni di Rebecca Dautremer), Melville. Tre scene da Moby Dick, con Ilario Meandri (Fandango, 2009; Feltrinelli 2017), The Game (Einaudi, 2018).

Nel 1994 ha ideato e fondato la Scuola Holden a Torino, di cui è preside.

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