«Non vedo abbastanza i miei bambini». Suona agghiacciante, nella cornice di una strage di per sé spaventosa, la motivazione del poliziotto che l’altra sera nel quartiere Cornigliano
di Genova, ha ucciso la ex moglie, i figli, e poi se stesso. Omicidio e suicidio che hanno alle spalle un folle sentimento di esclusione, la tragedia dell’ossessione di sentirsi tagliati fuori dal proprio stesso nucleo familiare. Follia, paranoia.
Qualcosa di morbosamente covato dentro per chissà quanto tempo.
Certo. Eppure i toni del dramma di quest’uomo di nemmeno cinquant’anni, ci colpiscono in modo particolare. Qualcosa delle sue parole tocca corde che non hanno a che fare soltanto con l’incomprensibilità di un gesto folle. Nell’esplodere, la sua disperazione evoca storie che non conosciamo, ma che ci viene da immaginare, e la cui fantasia si amplifica in noi, dolorosa. Un matrimonio si sfascia. Marito e moglie vengono entrambi da lontano, dal sud. Lui ha già un primo matrimonio alle spalle, e una figlia adulta. Lei, la moglie, sta aggrappata ai due bambini con la forza angosciata di chi sente la vita di tutti i giorni franargli sotto i piedi. Litigano, i due, a ripetizione. Si separano e poi si riuniscono, lui lascia la casa e poi ci torna, lei lo denuncia per violenze domestiche.
Un buio dominante, velenoso, si è impossessato delle loro vite e non va via, non c’è verso che finisca. Ma ci sono i figli. I figli ricordo dell’unione. I figli amore indistruttibile, profondo, sempre nuovo. I figli orribile argomento di ricatto, tragico oggetto di contesa. Per entrambi, madre e padre, memoria e motivo di un calore e di una stabilità altrimenti perduti.
Quanti dolori, antichi e meno antichi, possono in un contesto di progressiva separazione tra i coniugi, essere risvegliati dall’attaccamento ai figli. Nessuno saprà mai la vera causa scatenante che ha condotto un ispettore di polizia, laborioso, preciso, a sparare intorno a sé una chiazza di morte inarrestabile, un buco nero in cui ogni rancore e ogni affetto sono stati, in un pugno di minuti, messi a tacere per sempre.
La lettera di spiegazioni che l’uomo ha redatto subito prima di porre fine alla sua tragedia programmata nel dettaglio, non potrà mai spiegare abbastanza, farci comprendere il dolore e l’ansia che lo hanno determinato a spegnere con pochi colpi della sua pistola d’ordinanza, tutte le vite che più gli erano care. Un aiuto, un supporto psicologico avrebbero forse potuto evitare tanto orrore, si dice in questi casi. Ma l’aiuto e il supporto psicologici possono esistere lì dove il male, per esprimersi, ha trovato parole, lacrime: non solo violenza e grida. Lì dove al lacerarsi dei sentimenti fa da contrappeso un barlume di consapevolezza, o conforto, o comunanza tra gli esseri umani .E invece, tra le tante mostruosità di questa strage di una intera famiglia, è che ciascuno dei suoi componenti è morto solo. Vittima della follia di un uomo terribilmente solo, e accecato dal dolore del vivere. E quindi tendenzialmente eliminare la figura del genitore affidatario esclusivo. Ma anche i tempi della discussione parlamentare (come quelli della giustizia)sono assai lunghi. D’altra parte l’istituto dell’affidamento condiviso non risolverebbe tutti i problemi, perché se due genitori separati litigano sulle scelte relative ai figli, non è cambiando le etichette che smetteranno di litigare. Sono altri gli strumenti che andrebbero rafforzati: da un lato bisognerebbe attribuire un potere maggiore al giudice incaricato di risolvere il conflitto tra i genitori separati, garantendo però anche che l’intervento sia tempestivo ed affidato ad un magistrato specializzato. D’altra parte si deve operare in modo da prevenire il contrasto. Esiste ormai anche in Italia una cultura della mediazione familiare. Vi sono eccellenti professionisti - che spesso operano all’interno di strutture pubbliche - che insegnano ai coniugi ad essere ancora genitori, nonostante la separazione. Questa attività porta spesso ad eccellenti risultati: il conflitto si risolve una volta per tutte e ad esso si sostituisce il dialogo costruttivo. Purtroppo però la mediazione familiare attraversa una crisi profonda che deriva dalla crescente difficoltà delle strutture pubbliche ad ottenere i mezzi economici necessari per continuare a lavorare.
Qualcosa di morbosamente covato dentro per chissà quanto tempo. Certo. Eppure i toni del dramma di quest’uomo di nemmeno cinquant’anni, ci colpiscono in modo particolare. Qualcosa delle sue parole tocca corde che non hanno a che fare soltanto con l’incomprensibilità di un gesto folle. Nell’esplodere, la sua disperazione evoca storie che non conosciamo, ma che ci viene da immaginare, e la cui fantasia si amplifica in noi, dolorosa. Un matrimonio si sfascia. Marito e moglie vengono entrambi da lontano, dal sud. Lui ha già un primo matrimonio alle spalle, e una figlia adulta. Lei, la moglie, sta aggrappata ai due bambini con la forza angosciata di chi sente la vita di tutti i giorni franargli sotto i piedi. Litigano, i due, a ripetizione. Si separano e poi si riuniscono, lui lascia la casa e poi ci torna, lei lo denuncia per violenze domestiche. Un buio dominante, velenoso, si è impossessato delle loro vite e non va via, non c’è verso che finisca. Ma ci sono i figli. I figli ricordo dell’unione. I figli amore indistruttibile, profondo, sempre nuovo. I figli orribile argomento di ricatto, tragico oggetto di contesa. Per entrambi, madre e padre, memoria e motivo di un calore e di una stabilità altrimenti perduti.
Quanti dolori, antichi e meno antichi, possono in un contesto di progressiva separazione tra i coniugi, essere risvegliati dall’attaccamento ai figli. Nessuno saprà mai la vera causa scatenante che ha condotto un ispettore di polizia, laborioso, preciso, a sparare intorno a sé una chiazza di morte inarrestabile, un buco nero in cui ogni rancore e ogni affetto sono stati, in un pugno di minuti, messi a tacere per sempre. La lettera di spiegazioni che l’uomo ha redatto subito prima di porre fine alla sua tragedia programmata nel dettaglio, non potrà mai spiegare abbastanza, farci comprendere il dolore e l’ansia che lo hanno determinato a spegnere con pochi colpi della sua pistola d’ordinanza, tutte le vite che più gli erano care. Un aiuto, un supporto psicologico avrebbero forse potuto evitare tanto orrore, si dice in questi casi. Ma l’aiuto e il supporto psicologici possono esistere lì dove il male, per esprimersi, ha trovato parole, lacrime: non solo violenza e grida. Lì dove al lacerarsi dei sentimenti fa da contrappeso un barlume di consapevolezza, o conforto, o comunanza tra gli esseri umani. E invece, tra le tante mostruosità di questa strage di una intera famiglia, è che ciascuno dei suoi componenti è morto solo. Vittima della follia di un uomo terribilmente solo, e accecato dal dolore del vivere.
Lisa Ginzburg

Lisa Ginzburg

Lisa Ginzburg, scrittrice traduttrice, ha tradotto il Commento mistico al Cantico dei Cantici di Jeanne-Marie Guyon (Marietti, 1996) e le Pene damor perdute di William Shakespeare (Einaudi, 2001), Orixás. Leggende afro-brasiliane narrate da Pierre Fatumbi Verger (Donzelli, 2006).
Collabora dal 1999 con RadioRai (Radio 3 e Radio2), come autrice di radiodocumentari e conduttrice di programmi culturali.
Ha pubblicato nel 2001 il reportage Mercati. Viaggio nellItalia che vende (Editori Riuniti); nel 2002 il romanzo Desiderava la bufera (Feltrinelli), vincitore del Premio Donna Argentario 2003 e finalista al Premio Viareggio-Rèpaci; nel 2005 la biografia Anita. Racconto della storia di Anita Garibaldi (e/o); nel 2006 la raccolta di racconti Colpi dala (Feltrinelli, Premio Teramo 2007) e nel 2007 il reportage Malìa Bahia (Laterza).
Collabora con giornali e riviste (‟Il Messaggero”, ‟l’Unità”, ‟Repubblica Viaggi”).

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