Un manifesto dei diesse contro il regime cubano, disegnato da un intellettuale organicissimo (e non smemorato) come Sergio "Bobo" Staino, ha sollevato le critiche risentite di settori minoritari ma significativi della sinistra italiana.
Il succo di queste critiche, al netto delle differenze di giudizio un po´ causidiche sul castrismo, è che non si devono mai condividere i propri bersagli con la destra politica. E la principale prova a carico contro il manifesto di Staino, nei commenti del giorno dopo, è che "perfino i giovani di An" lo hanno idealmente approvato.
Sono ragioni, queste, che mettono tristezza. Più elegante, e forse perfino più utile politicamente, sarebbe avere il coraggio dei propri sentimenti e dichiarare l´impossibilità di scaricare dal proprio bagaglio emotivo l´innamoramento per quella rivoluzione piccola e avventurosa, nata picaresca e morta pomposa, burocrate e liberticida. Oppure rivendicare direttamente la liceità, per un governo comunista, di impedire libere elezioni, di incarcerare i dissidenti, di imbavagliare la stampa e di perseguitare gli omosessuali, nel nome di una superiore etica collettiva. Questo sarebbe impopolare ma coraggioso, e avrebbe il merito, fondamentale in ogni scontro politico, di restituire alla questione cubana almeno l´onestà storica e il rispetto per i fatti: ciò che siamo chiamati a giudicare, come opinione pubblica, è una dittatura di sinistra, non altro. Che per garantire servizi sociali di buon livello, e tutelare una coesione "patriottica" che spesso è sinonimo di nazionalismo bigotto, abbassa fino a quota zero il livello della libertà personale.
Invece la gran parte dei sub-castristi nostrani, pur di evitare il necessario rendiconto con i mezzi e i fini di quel regime, attribuisce alle critiche una natura eterodiretta, le apparenta alle ragioni della destra, le giudica una resa indecorosa agli Usa, alla invero sgradevole colonia di profughi cubani in Florida, pesantemente contaminata da trafficoni, nostalgici di Batista e altri ceffi e ceffe, e insomma riconfeziona uno dei classici errori della sinistra di tutti i tempi, che è quello di contestualizzare ossessivamente ogni proprio atto, giustificandolo a seconda dell´efferatezza del nemico o della durezza delle condizioni storico-politiche. E cioè: "Certo, Fidel esagera. Ma è colpa dell´embargo, è colpa dell´imperialismo, è colpa del liberismo, è colpa dell´isolamento...".
Che rapporto ci sia, per esempio, tra la persecuzione degli omosessuali e l´embargo, non è chiaro. Chiaro, invece e purtroppo, è il vizio ideologico - una specie di machiavellismo forzuto, e forzato - secondo il quale le nefandezze del nemico, nonché l´estrema generosità ed eticità dell´obiettivo socialista, spiegano e in fondo giustificano eventuali errori di percorso.
Questo procedimento mentale è costato alla sinistra mondiale, a generazioni intere di militanti e intellettuali, l´esiziale avvallo di molte, troppe lesioni della libertà e a volte perfino del buon senso. Quando la complessità del contesto (e certo è dannatamente complessa la situazione di un piccolo paese ficcato sotto gli Stati Uniti, come un pesciolino sotto una balena) diventa un alibi, è allora che si allentano i princìpi e si perde il bandolo del giusto e dell´ingiusto. Ed è proprio allora, quando le colpe e l´aggressività "altrui" diventano così ingenti, e offensive, da suggerisci di relativizzare quelle del "nostro" campo, che diventa preziosa, salvifica una rilettura più ingenua e più diritta di ciò che ci scorre sotto gli occhi: senza se e senza ma, la libertà di espressione e di movimento, i diritti umani, il pluralismo politico sono l´abicì della dignità delle persone, dei popoli e degli Stati. Nessuna sofferenza, a parte la tortura e la morte, è paragonabile al divieto di dire e di fare ciò che la coscienza e la cultura individuale ci suggeriscono di dire e di fare.
Dice: ma Bush è un bugiardo e rappresenta le peggiori lobbies economiche e intellettuali del capitalismo mondiale. Dico: ma che c´entra? Una volta per tutte: che c´entra?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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