Odiato, amato, incompreso, sottovalutato, ridotto al rango di luogo comune (le espressioni "gattopardismo" e "gattopardesco" sono ormai un passepartout per spiegare tutto e il contrario di tutto), tradotto in uno splendido film da Luchino Visconti, rivoltato come un guanto e studiato in ogni sua minima sfumatura: a partire dall’incredibile errore di valutazione di Elio Vittorini, che nel 1957 si rifiutò di pubblicarlo per Einaudi, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha attraversato più di quarant’anni di storia letteraria italiana conservando intatto il suo fascino, la sua attrazione e anche la sua scia di polemiche e fraintendimenti.
È stato definito un romanzo reazionario e oleografico (così almeno lo aveva letto Vittorini), un romanzo che rendeva poca giustizia alla realtà della Sicilia e del Risorgimento (secondo le parole di Leonardo Sciascia, che col passare degli anni ritrattò le proprie critiche e finì per considerarlo un capolavoro), un romanzo che portava indietro di trent’anni la storia della letteratura italiana (in questi termini era stato bollato da molti teorici della letteratura engagée del secondo dopoguerra, i cui nomi e le cui opere sono ormai da tempo dimenticati). Ma le cose sono andate diversamente: basti dire che del Gattopardo furono stampate cinquantadue edizioni tra il novembre del 1958 e il luglio del 1960, e che l’edizione economica ha ormai raggiunto la settantottesima ristampa. Per non parlare, poi, della bizzarra e anche un po’ grottesca querelle filologica relativa a quale versione doveva essere considerata come la più attendibile: una querelle che si è trascinata per anni ed anni e ha trovato una soluzione definitiva solo negli scorsi mesi, quando l’editore storico del Gattopardo , Feltrinelli, ha dato alle stampe un’edizione del romanzo - curata dal figlio adottivo di Lampedusa, Gioacchino Lanza Tomasi - che comprende tutte le varianti del testo, due capitoli originariamente espunti e una serie di preziosi documenti che aiutano a comprendere la genesi del romanzo stesso e di alcuni dei suoi personaggi principali. È in questa versione che bisogna leggere adesso Il Gattopardo , e la sua pubblicazione può fornire lo spunto per lo scoperta o la riscoperta di un romanzo che, col passare del tempo, si è rivelato più forte di ogni interpretazione e di ogni malevolenza, e si è mostrato per quello che veramente è: uno dei pochi romanzi che sono stati in grado di esprimere la totalità della vita umana, nel bene e nel male e anche al di là del bene e del male.
Nei suoi acutissimi scritti di letteratura francese, confluiti poi nelle celebri lezioni tenute di fronte ad un ristretto uditorio di amici e conoscenti, Tomasi di Lampedusa si era chiesto più volte quali fossero il più grande romanzo e il più grande personaggio dell’intera storia della letteratura. La sua predilezione per Stendhal, che lo accompagnò per tutta la vita, lo portò alla conclusione che i due più grandi romanzi fossero La Certosa di Parma e Il Rosso e il Nero, e che i due più grandi personaggi fossero Fabrizio Del Dongo e Julien Sorel. A questi due personaggi, e agli altri personaggi della grande letteratura, vale ormai la pena di aggiungere anche il protagonista del Gattopardo , Don Fabrizio Salina, nella cui figura Tomasi di Lampedusa è riuscito a tratteggiare tutte le infinite sfumature e contraddizioni dell’animo umano: il sensuale desiderio di vita e l’altrettanto sensuale e irresistibile desiderio di morte e di annientamento ("Finché c’è morte, c’è speranza", esclama Don Fabrizio in uno dei passi più significativi), l’amore per la durata, per ciò che rimane e resiste al cambiamento, ma anche l’amore per le cose che fuggono e si perdono, per il tempo che annienta e distrugge. Cambiare tutto perché tutto rimanga com’è: questa frase, che Tomasi di Lampedusa fa pronunciare a Tancredi, nipote di Don Fabrizio e rappresentante di una nuova generazione destinata a ripercorrere gli errori delle generazioni passate, è la grande verità che attraversa le pagine del romanzo e alla fine trascende il romanzo stesso, diventando una verità senza tempo, la verità della vita che malgrado tutto, malgrado i cambiamenti e le innovazioni e il progresso, nel suo nocciolo rimane sempre la stessa. E anche questa è una verità che merita di essere posta sullo stesso piano delle grandi verità che emergono dai capolavori di Stendhal e dagli altri capolavori della letteratura di tutti i tempi. Tra questi capolavori va ormai inserito anche Il Gattopardo, e in un posto di prim’ordine. Ma se Don Fabrizio è "il gattopardo" fissato nella storia della letteratura, il suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è "l’ultimo gattopardo", come dice il titolo della bella biografia scritta negli anni ottanta da David Gilmour e recentemente riproposta da Feltrinelli nella collana dell’Universale Economica. È infatti nella vita e nella persona di Tomasi di Lampedusa che si compie la vicenda che parte da Don Fabrizio, e il libro di Gilmour la descrive passo dopo passo: è la vicenda di un uomo straordinariamente colto e incredibilmente timido, che parlava correntemente cinque lingue ma che non riusciva a venire a patti con la vita quotidiana, che si è deciso a scrivere quando ormai il suo mondo era completamente crollato. Ha trovato la forza di rievocarlo poco prima di morire, e lo ha miracolosamente trasformato in un grande luogo letterario. Se la bomba all’idrogeno dovesse distruggerla, aveva osservato una volta Tomasi di Lampedusa, Londra continuerebbe ad esistere nelle pagine di Dickens. Grazie al suo genio, e al Gattopardo , ormai si può dire lo stesso anche di Palermo, di Donnafugata e dell’intera Sicilia: "La nostra vita - dice una frase di Carlyle riportata nel suo 'quaderno delle citazioni' - è delimitata da due silenzi: quello delle stelle e quello dei sepolcri".

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