È probabile che l'opinione pubblica, calciofili compresi, abbia seguito fin qui senza eccessiva passione il pazzesco "caso Catania". Considerandolo, al massimo, una pittoresca bega, di quelle che nascono e muoiono all'ombra dell'eterno campanile italiano. Sbagliato: perché la sassata tirata dal (non solo pittoresco) presidente Gaucci sul calcio italiano è di quelle che fanno deragliare i treni.
Giova ricordare il casus belli: un minuscolo cavillo regolamentare (un giocatore del Siena che ha giocato una partita di troppo nel campionato Primavera) al quale Gaucci si è appigliato con una raffica di ricorsi alla magistratura ordinaria, con lo scopo di mandare a monte e la partita tra il Catania e il Siena e l'intero campionato di serie B. Con ottimi risultati: il Catania, che secondo la logica e l'etica sportiva era retrocesso in C, rientra in serie B a cavallo di una carta bollata, come Aladino sul tappeto volante.
Ne esce del tutto sconvolto, e scusate se è poco, il principio di autodeterminazione dello sport, fin qui intoccato. Perfino nei gravissimi casi di corruzione e doping (ricordiamo lo scandalo del Calcioscommesse, con i carabinieri in campo, e le inchieste di Guariniello sulla disinvoltura di certa farmacopea da spogliatoio), l'intervento della magistratura ordinaria non ha mai influito su risultati e classifiche. Solo la giustizia sportiva, avendone il diritto e il dovere, poteva cambiare il responso del campo. Gaucci è riuscito a far passare il nuovissimo ed esiziale principio secondo il quale buoni avvocati valgono più di buoni giocatori.
E non è tutto. A rendere incerto e incompleto il cast dei prossimi campionati, come se non bastasse il ripescaggio coatto del Catania, sono anche le tare finanziarie di alcune società (di turno Roma e Napoli), la cui iscrizione dipende dalla generosità degli istituti di credito. Cecchi Gori e la Fiorentina furono la ruvida eccezione, al momento decisivo nessuno versò l'obolo e società e squadra sprofondarono. In altri casi, fin qui, è valsa una poco trasparente intercessione di banche e cordate finanziarie che spesso stravolge gli assetti proprietari e crea sinergie non certo commendevoli tra società che sul campo dovrebbero essere rivali, e dietro le quinte magari sono legate a doppio filo. Quanti derby tra squadre "gemellate" in banca si giocano, in Italia? Di alcuni si è al corrente, di parecchi altri probabilmente no.
Pateracchio dopo pateracchio, sgambetto dopo sgambetto il governo del pallone si ritrova di fatto a subire pressioni esterne le più varie, con un'autonomia dimezzata (a essere ottimisti) dalla destrezza dei più furbi e da interessi economici che la crisi del sistema-calcio ha reso perfino più rapaci: rimpicciolendosi la torta, si ingrandiscono le ganasce.
Ieri, pomeriggio umiliante, Federcalcio e Lega si sono rivolte al governo, nella persona del ministro Urbani, per chiedere tutela e garanzie, nonché un decreto che le autorizzi a gestire i campionati secondo i propri crismi e senza dipendere dal primo ricorso al Tar dell'ultimo presidente infurentito da una sconfitta. La ridicola prospettiva, dopo il ridicolo caso-Catania, è varare una specie di serie B bisestile, a 21 squadre, disgustando per giunta le venti che hanno conquistato sul campo l'iscrizione: molti club hanno già fatto sapere, ed è una reazione emotiva ma comprensibile, che rifiuteranno di incontrare il Catania. Che farà Gaucci, chiederà ai Tar di tutta Italia di costringere i giocatori avversari a scendere in campo, tradotti dai carabinieri?
Comunque vada a finire, il clima è quello di un sostanziale commissariamento del paese-calcio, i cui abitanti sono sempre meno uomini di sport e sempre più affaristi inveleniti dai rovesci economici, incapaci di sopportare una retrocessione, per giunta in patente e scandaloso conflitto di interessi qualora abbiano le mani in pasta in più società. La forza dello sport, nonché la sua rispettabilità etica, risiedono da sempre nella sua sostanziale autonomia: va bene il business, va bene lo spettacolo, ma quello che resta e che interessa, alla fine, è il risultato, nero su bianco. Minando il risultato, tra l'altro, si finisce per disgustare il pubblico e dunque minare anche spettacolo e business. Ma questo, pur essendo un concetto squisitamente utilitaristico, sfugge ai malaccorti padroni del pallone. Quelli alla Gaucci, per dirla nel modo più semplice e diretto, non hanno la vista lunga. A furia di tirare la corda, finiranno per spezzarla. Chi la ricucirà, il Tar? O il figlio di Gheddafi?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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