Un rito macabro si è celebrato ieri nella parte civile e avanzata del mondo con la pubblicazione di alcune fotografie. In esse si vedono due cadaveri devastati che, ci viene detto, sono quel che resta dei due figli di Saddam Hussein. C'era un ragazzo quattordicenne con loro, anche il suo cadavere deve essere inguardabile, ma quest'altra immagine spaventosa comparirà forse in esclusiva, più tardi, su qualche settimanale che se la sentirà di comprarne i diritti. Noi queste immagini non le pubblichiamo. Perché - a parte l'orrore - siamo di fronte all'esibizione di trofei di sangue, come esporre le teste mozzate dei vinti sulle lance, un rito barbaro che non credevamo appartenesse ai tempi pur burrascosi in cui viviamo, alla civiltà di cui siamo parte. Ma adesso ci dicono che va bene così, che queste cose si fanno, si devono fare.
Anzi, bisogna difendere questi eventi con furore per non essere sospetti di pietismo malposto. La sera del 23 luglio, nel corso della trasmissione Zapping, un ascoltatore ha osato chiedere: ma voi non eravate contro la pena di morte? E' stato zittito in modo sgarbato, la conversazione è stata interrotta, la persona redarguita mentre non poteva più rispondere. Gli è stato detto che quei due corpi sfigurati, - per distruggere i quali ci sono voluti duecento marines, un bombardamento dall'alto e ore di fuoco - erano appartenuti a persone molto cattive.
L'opinione pubblica del mondo ha imparato che tutto ciò che si dice sugli eventi in Iraq, oltre a contenere una quantità di bugie, è soggetto a drammatiche interruzioni logiche. La questione delle armi che in 45 minuti avrebbero potuto distruggere il mondo (parola di Tony Blair e di George Bush insieme) sta provocando una rivolta nell'opinione pubblica inglese e americana dove i leader sono potenti ma non possiedono televisioni, giornali e finti talk show. Ma questo è solo uno dei tanti buchi neri della realtà.
Dov'è finito l'esercito più potente del mondo dopo quello degli Stati Uniti? Dove sono finiti, anche fisicamente, centinaia di migliaia di uomini armati? Ci vorrebbero campi di concentramento immensi per raccoglierli e controllarli. E non ci sono i corpi o le fosse comuni dell'immenso numero di morti, se fossero stati eliminati tutti. O anche solo la metà. O un terzo. Se le forze armate irachene si sono sciolte e date alla macchia per proprio conto, l'evento è enorme, e sarà ricordato nella storia: scompare un'armata e va in clandestinità. Se è andata così, il paragone con il Vietnam, ormai richiamato con frequenza (anche sulla prima pagina del "New York Times") dalla stampa americana, è impreciso per difetto.
Ormai è evidente che c'è una grave minaccia di guerra continua, alcuni morti al giorno per sempre, in quel Paese. Se quello stillicidio di attentati e di morti continua, e anzi aumenta dopo l'esibizione dei cadaveri devastati di Uday e Qusay, il segno è ancora peggiore: non comandavano niente. E infatti li hanno trovati soli e nascosti, insieme, in una villa, due uomini, un bambino e nessuna precauzione. Come tutto ciò che è accaduto e accade ogni giorno in Iraq, non si potrà ricavarne neppure lo spunto per un film. La sequenza, infatti, è illogica: perché non catturarli, perché non prenderli vivi (tre persone contro un esercito), perché distruggere tutto con quella sproporzionata potenza di fuoco? Perché una morte probabile ma neppure adesso totalmente certa (si pensi anche al versante mitico, leggendario) è stata voluta in luogo di una evidenza lampante? Perché si è ritenuto utile un modello così estremo di spietatezza? Con quale fine, scopo, pensiero o intenzione strategica?

Certo, il terrorismo è spietato, e questo - ci dicono - è un episodio di guerra al terrorismo. Ma la vittoria consiste nel diventare uguali?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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