"Inutile farsi illusioni. Yasser Arafat è stato e rimane l' unico leader in grado di comandare i palestinesi. E Abu Mazen resta una figura secondaria, priva di alcun seguito popolare". Non lascia possibilità di appello il giudizio di Danny Rubinstein. Reporter di punta per il quotidiano israeliano Haaretz in Cisgiordania e Gaza dai tempi della guerra del 1967, autore di importanti libri sull' universo palestinese (il suo Il mistero di Arafat è appena stato pubblicato in Italia dalla Utet), Rubinstein sin dalla nomina di Abu Mazen a primo ministro dell' Autonomia nel marzo scorso va ripetendo che comunque il carisma del vecchio raìs non può essere cancellato e a lui resta il potere di legittimare o meno le figure dei suoi collaboratori". Qual è la differenza maggiore tra Abu Mazen e Arafat? "I due personaggi sono di levature assolutamente diverse. Arafat è un uomo che ha dato anima e corpo alla causa palestinese. In verità non ha alcuna vita privata, vive 24 ore su 24 per il suo lavoro, che in effetti è per lui una missione totalizzante. Abu Mazen è invece un bravo dirigente, che però ha una famiglia, una sua attività commerciale indipendente a Doha, una vita privata distinta dal lavoro pubblico. Pochi anni fa, quando morì suo figlio per un collasso cardiaco, avrebbe voluto abbandonare la vita pubblica. Fu proprio Arafat a insistere perché restasse. In verità i due hanno relazioni molto strette, sono quasi di famiglia, tanto che nel 1993 Abu Mazen convinse personalmente il raìs a non portare la moglie Suha alla cerimonia degli accordi di pace con il governo di Yitzhak Rabin a Washington perché non la riteneva all' altezza del ruolo". Qual è la missione di Abu Mazen negli Stati Uniti? "Assieme ad Arafat hanno concordato alcuni punti sui quali insistere con Bush. Prima di tutto il rilascio dei prigionieri palestinesi da parte di Israele, anche se appare una fatica di Sisifo, visto che proprio negli ultimi giorni Ariel Sharon ha fatto arrestare qualche centinaio di persone per usarle come merce di scambio nei prossimi negoziati. Poi si chiede che Israele applichi davvero il ritiro dalle zone di Cisgiordania e Gaza, che erano state rioccupate a partire dall' autunno Duemila. Inoltre si insiste sul congelamento reale delle colonie ebraiche nei territori occupati, sul blocco della costruzione del muro e delle barriere elettrizzate attorno alle aree palestinesi, e sulla fine dell' assedio di Arafat confinato nel suo ufficio a Ramallah". Crede sia realistica la speranza israeliana e americana di poter esautorare Arafat e rimpiazzarlo con Abu Mazen? "Un progetto ridicolo. Abu Mazen senza Arafat politicamente è un nulla. Anche se è vero che in questo momento i due si sostengono a vicenda, necessitano l' uno dell' altro. Arafat ha bisogno di Abu Mazen per poter trattare con gli americani, con Israele e una parte della comunità internazionale. Il neo-primo ministro è la sua carta di accesso a Washington. Ma Abu Mazen non ha alcun carisma, è stato ripetutamente accusato dalle piazze palestinesi di essere un pupazzo agli ordini di Washington, rischia addirittura di essere picchiato e offeso dalla folla come del resto è avvenuto pochi giorni fa a Ramallah all' intellettuale moderato Khalil Shikaki. La mancanza di qualsiasi seguito tra la sua gente gli impedisce tra l' altro di negoziare in modo indipendente con i movimenti dell' estremismo islamico come Hamas e Jihad". Abu Mazen è dunque solo un esecutore, un portavoce, al meglio un ambasciatore? "Lo definirei un diplomatico importante, un tecnocrate amante dell' ordine, un funzionario d' alto rango. Anche se la storia del suo coinvolgimento nella causa palestinese parte da lontano. Addirittura dal 1948, quando lui 13enne dovette fuggire con la famiglia da Safed, in Galilea, e diventare profugo in Siria e Libano. Nel 1961 con Arafat e alcune figure-guida della causa nazionale come Abu Jihad e Abu Yihad fa parte del Fatah, (creato nel 1959) e tre anni dopo è tra i padri fondatori dell' Olp. Ma già allora il suo era un impegno solo part-time, perché dedicava le sue energie anche alle attività finanziarie e commerciali nel Qatar. A Doha ha fatto fortuna, per un certo periodo fu anche consigliere del regime". Cosa vorrebbe Abu Mazen? "Un' intifada bianca, ovvero una rivolta non violenta contro l' occupazione. Assieme ad altri intellettuali si è reso conto che negli ultimi tre anni di terrorismo e attentati la situazione palestinese è via via peggiorata. Sharon resta più forte che mai e le colonie ebraiche continuano a rubare terra araba. Abu Mazen vorrebbe tornare alla rivolta delle pietre che caratterizzò le fasi iniziali della prima intifada nel 1987-88, ma da solo non può andare da nessuna parte".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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