Se fossi tra coloro che devono discutere, esaminare, confrontare, verificare, consultare, riunirsi, riunirsi ancora e poi decidere sulla proposta di Romano Prodi (lista unica dell’Ulivo per le elezioni europee del 2004) direi di sì senza esitare, tagliando sul tempo, e accumulando subito il capitale di prestigio che viene da questa proposta.
C’è infatti in essa qualcosa che va molto al di là della formula che molti sembrano discutere rigirandosi la domanda, se ci sia o no convenienza matematica nell’idea. C’è un grande valore aggiunto che è il senso di unità e dunque di forza, l’appello che, con la lista comune, viene inviato a tutte le donne e gli uomini liberi affinché non tollerino un momento di più di apparire, in Europa, come i sudditi del meno rispettato tra i capi di governo dell’Unione.
Qui, infatti, è in discussione il pericolo Berlusconi, ormai identificato in Europa con le parole di The Economist: "Un ricco uomo d’affari che usa la politica per i suoi interessi, attacca la giustizia, cambia le leggi a suo vantaggio e abusa della democrazia". E qui sono in discussione i violenti e coordinati attacchi a Romano Prodi, una offensiva aperta e condotta da Berlusconi, che ha organizzato per quello scopo le sue non dimenticate "dichiarazioni spontanee" al processo di Milano, e ha poi mandato apposite squadre di suoi dipendenti (Panorama, 3 luglio) a diffondere tutte le insinuazioni possibili ("Ha tentato di svendere la Sme e intascato tangenti per la Telekom Serbia") contro il presidente della Commissione Europea, proprio mentre Berlusconi diventava presidente di turno del Consiglio Europeo. La questione italiana - ovvero il pericolo mortale che la democrazia italiana sta correndo - è stata in tal modo esportata e sbandierata di fronte a tutta l’Unione da Berlusconi. Gli europei vedono questo pericolo. Lo segnala, più o meno, tutta la stampa libera del Continente (a cui fanno eco allarmato le grandi testate americane). È possibile - in queste circostanze drammatiche - che una parte della nostra opposizione resti con lo sguardo bloccato alla routine partitica quotidiana e non veda l’enormità del momento? La lista unica non è un espediente più o meno utile. È un messaggio chiaro. Chi lo accetta guadagna, agli occhi degli elettori, il valore di simbolo della liberazione da una umiliazione che ha fatto non poco danno all’Italia.
Certo occorre avere un senso grande e nitido del dramma che stiamo vivendo. L’Unità lo ha detto e ripetuto molte volte. Questa fase della vita italiana non è un normale episodio della alternanza in cui, temporaneamente, una destra conservatrice e liberista ha avuto la meglio e governa seguendo una sua visione, ma rispettando le leggi, le istituzioni, la Costituzione dello Stato.
Il governo italiano è temporaneamente nelle mani di una sola persona che si occupa dei suoi affari, tutela le sue vicende giudiziarie al punto di provocare conflitti di interesse che fanno notizia nel mondo, è impegnato a evitare la Giustizia che lo cerca per ragioni private, al punto di usare l’intero Parlamento e l’intero ministero della Giustizia pur di evitare processi che non hanno niente a che fare con la sua carriera politica. Si circonda di teppisti, detti "La Lega Padana" e ormai noti in Europa come le squadre del nuovo razzismo, che gli servono da guardaspalle. La disattenzione e il caracollare caotico dei molti incompetenti che lo circondano ha portato il Paese nelle secche di un disastro economico. E non sapremo mai se alcuni tra i suoi alleati e i suoi ministri sono persone normali che hanno la capacità e l’interesse di governare, perché l’accatastarsi di priorità e di interessi personali imposti dall’unico capo di maggioranza e di governo impedisce a loro qualunque tentativo di buon lavoro, e a noi di sapere se tali persone normali esistono.
Molti italiani sono convinti che questo Paese non può permettersi un altro periodo di governo Berlusconi. C’è pericolo per l’integrità delle Istituzioni. La lotta incattivita, a colpi bassi, contro i giudici, definiti "cancro", è ormai un suo tratto internazionale di identificazione, che impedisce per lui, e per il Paese che guida, un minimo di rispetto. C’è pericolo per la Costituzione repubblicana. E c’è pericolo per la libertà.
Dopo quello che è successo nel mondo del giornalismo, dove sono state tranquillamente rimosse le persone non gradite al capo, dopo quello che promette, in senso liberticida, la legge Gasparri sulle comunicazioni, è evidente che la nostra condizione di cittadini europei è, finché siamo "sotto Berlusconi", l’unica garanzia contro la tentazione di impossessarsi delle burocrazie e dei servizi dello Stato per stravolgerli, e di lasciare mano libera a forme sempre più aperte di intimidazione nei settori chiave della Repubblica.
Non è colpa loro se non sono riusciti a fare abbassare la testa ai magistrati. Ma è evidente agli occhi del mondo (e il mondo ne ha preso nota e lo si scrive, lo si dice ovunque) che ci hanno provato ancora e ancora. Perché non dovrebbero ripetere la spallata verso settori meno visibili del controllo della vita pubblica?
Romano Prodi ha ben presente questa emergenza quando propone la lista unica per le elezioni europee. Quelle elezioni segneranno infatti, dopo una stagione di elezioni amministrative ben condotta e meritatamente vinta dall’Ulivo, il primo test generale, la prima grande prova del ritorno alla democrazia. Che si tratti di elezioni europee è particolarmente importante. È in Europa che l’immagine italiana è caduta nel ridicolo e nel disprezzo nonostante le affannate campagne acquisto di Berlusconi. Più si va a destra, nella grande stampa economica, dal Financial Times all’Economist, più appare duro e sprezzante il giudizio sull’uomo che adesso rappresenta l’Italia e, di riflesso, il problema di rispettabilità e di peso politico per il nostro Paese.
La lista unica, di tutti coloro che vivono l’emergenza Italia, è dunque un segnale di grande importanza nella lotta politica per il recupero di una decorosa e rispettabile immagine dell’Italia, per mostrare la forza e la compattezza della alternativa al fronte dei dipendenti di Berlusconi.
Gli attacchi a Romano Prodi, che puntano alla sua immagine, al suo passato, alla sua figura, alla sua credibilità, sono il segnale di quanto sia temuto il ritorno alla normalità democratica in Italia. Non c’è nulla di estemporaneo in una serie di aggressioni organizzate in cui si fa in modo che tutti i telegiornali italiani, quasi tutti i giorni, nominando di sfuggita la Commissione parlamentare Telekom-Serbia, ripetano, sei o sette volte al giorno, i nomi di Prodi e di Fassino accanto alla parola "tangente". Certo, nel momento in cui la suddetta commissione attraversa il confine e arriva a Chiasso, i suoi membri vengono subito "fermati per accertamenti" dalla polizia svizzera che intanto ha prontamente arrestato il faccendiere utilizzato per montare la storia. È una vicenda tragicomica simile, all’indimenticabile esordio di Silvio Berlusconi al Parlamento europeo. Gli europei possono riderne. Per noi è la cronaca di un pericolo.
È possibile che qualcuno, fra noi, non veda la drammaticità di ciò che sta accadendo, il rischio che stiamo correndo, l’eccezionalità allarmante del momento? È possibile che in giorni come questi, mentre è stato orchestrato un attacco che punta a screditare ed eliminare "il leader naturale dell’Ulivo" (Fassino, 21 giugno) si assista in Tv a una dichiarazione dopo l’altra di segretari di partiti dell’opposizione che fanno sapere la loro perplessità, i loro rinvii, o dicono subito "no" alla lista dell’Ulivo, senza che nelle loro parole si senta il riflesso dell’enorme pericolo?
Berlusconi ha - fra i suoi celebri tratti caratteriali - la sfacciata esibizione delle sue intenzioni. Ormai sicuro di non essere intercettato, dice testualmente (Ansa, 1 agosto): "Stiamo preparando la grande riforma della Costituzione e il grande cambiamento della architettura istituzionale dello Stato: riforma del Senato, della Corte Costituzionale, della Giustizia". Sarà la prima volta nella storia di una democrazia che la riforma della Giustizia sarà fatta da un imputato, assistito dai suoi avvocati. Ma sarà fatta. Perché Berlusconi ha sperimentato il suo metodo di dominio, di uso personale della maggioranza, e di intimidazione dei media, ormai uno specchio opaco e muto del Paese. Sarà fatta, a meno che l’opinione pubblica italiana sia mobilitata intorno a un’opposizione unita, decisa a mostrare, nell’unità, la sua dignità, la sua forza, ma anche la consapevolezza della posta in gioco. È di questo che si discute. Quanto grave e pericolosa è la situazione? Qual è la strategia e il passaggio per salvare la democrazia italiana? Qual è la linea che disegnerà l’opposizione e la sua capacità (che potrebbe essere grande) di respingere con il voto l’incubo italiano, a cominciare dalla prova delle elezioni europee, che saranno molto più di un sintomo e di un simbolo?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>