Una Ferrari Modena? Sì, proprio una rossa di Maranello. Una supercar da 140 mila euro sarà il premio per l'impiegato della Popolare di Lodi che riuscirà a piazzare presso la clientela il maggior numero di azioni della sua banca impegnata in un difficile aumento di capitale. Gli sportelli, si sente dire, dovrebbero essere luoghi di consulenza finanziaria, dove si illustra il pro e il contro di ogni emissione, e non fiere paesane dove si vende sempre e comunque. Ma per Gianpiero Fiorani, il gerente della banca padana, la costruzione dell'azionariato più ampio possibile è ragione di vita o di morte. Dunque, si premino i collocatori, e bando alle ubbìe dei teorici del mercato perfetto. L'autogestione del collocamento, con ricchi premi e cotillons per i colletti bianchi, è una rarità, anche se non per la Lodi che già nel 2001 aveva tracciato il solco, assegnando una Porsche Boxster alla sede di Gallarate, una Bmw Z3 coupé a Zelo Buon Persico e una Mercedes Classe A a Sesto Milanese. È così che si costruisce un azionariato popolare moderno e informato? Alla domanda dovrebbe rispondere non tanto il rampante Fiorani, il quale non può non giustificare il suo operato, quanto l'istituzione preposta alla vigilanza sul sistema del credito, cioè la Banca d'Italia. Ma di ben altro si occupano le autorità di via Nazionale: de minimis non curant. E venerdì 28 marzo, nell'incontro annuale con i banchieri a palazzo Koch, il governatore Antonio Fazio ha proposto il solito quadro del sistema bancario italiano, solido nelle sue basi patrimoniali e pronto a sostenere le imprese non appena l'economia riprenderà. Fiat, Autostrade, Olivetti-Telecom: tutto va bene, madama la marchesa. Ma un sassolino, nell'ingranaggio di questo ottimismo leibnitziano, qualcuno l'ha infilato. E proprio dal lato, delicatissimo, del rapporto tra banche e soci.
Il guastatore risponde al nome di Alessandro Profumo, l'amministratore delegato di Unicredito, che chiede la testa del suo collega di Mediobanca, Vincenzo Maranghi, perché la sua gestione in piazzetta Cuccia non crea valore per l'azionariato. Sembra quasi un approccio corretto quanto ovvio, quasi banale, ma così non è. Anzi, sul piano pratico, Profumo si rivela un rivoluzionario: ove il suo criterio passasse, la ghigliottina azionata dai soci delusi dovrebbe seminare la strage ai vertici delle grandi banche italiane e magari anche al di sopra, in Banca d'Italia, là dove si vigila su ogni stormir di fronda allo sportello, si autorizza o si blocca ogni manovra, si giudica e manda. "L'espresso" ha provato a prendere in parola Alessandro Profumo e ha fatto due conti. Con i seguenti criteri.
La creazione e la distruzione di ricchezza non può essere misurata su un arco di tempo troppo breve: si sentirebbe troppo il peso della congiuntura. "L'espresso" ha dunque ragionato sui dieci anni: dal 1993 al 2002. Partire al 1993, d'altra parte, si giustifica anche con ragioni di tipo qualitativo: è in quell'anno, infatti, che il governo Ciampi vara il "Testo unico bancario" che aggiorna la riforma del 1936 e consente di costruire anche in Italia la banca universale alla tedesca; dal 1993 anche le banche commerciali possono concedere credito a medio e lungo termine, e investire in altre società, tra cui le imprese industriali. Nel 1993, infine, l'Iri esce dal Credito italiano, ora Unicredito, e avvia il processo di privatizzazione del sistema bancario. Per queste ragioni, il '93 può essere considerato un buon punto di partenza. Quello d'arrivo è, per ragioni di calendario, il 2002. Ma, acquisito il metodo, ciascuno lo potrà aggiornare a piacer suo.
Il metodo è abbastanza semplice. Per cominciare si stabilisce il valore del capitale rischiato dalla platea degli azionisti all'inizio del 1993. Come? Prendendo il valore di Borsa di fine '92, la cosiddetta capitalizzazione. Per quanti, come il Monte dei Paschi, non erano quotati si è fatto un conto più breve (e meno significativo), che comincia al momento della quotazione.
Al valore investito all'inizio del periodo abbiamo aggiunto gli aumenti di capitale sottoscritti via via dai soci. Nel caso assai frequente di fusioni, abbiamo stimato l'incremento del capitale rischiato sulla base delle quotazioni dei titoli della banca incorporante alla chiusura del mese precedente l'operazione. È un metodo empirico, ma vale per tutti e può dare un'idea delle tendenze. Tutto questo capitale rischiato dai soci ha un costo finanziario che si accumula di anno in anno e che non va dimenticato. I soci, infatti, potrebbero investire le stesse somme senza alcun rischio in titoli di Stato che garantiscono ogni anno interessi più o meno sostanziosi. Queste cedole rappresentano il rendimento teorico del capitale investito al quale rinuncia l'azionariato delle grandi banche prese in esame. È dunque un costo che, alleggerito dei dividendi incassati, va aggiunto di anno in anno per avere il costo accumulato dell'investimento fatto dai soci. Questo onere globale potrà essere confrontato con la capitalizzazione di ogni banca alla fine di ogni anno. Se il saldo sarà positivo si potrà dire che quella tal banca ha creato ricchezza in quel tale esercizio, viceversa si potrà sostenere che l'ha distrutta.
Ebbene, delle sette principali banche italiane solo Unicredito riesce nel decennio a creare ricchezza, e in misura considerevole. Profumo è l'unico banchiere italiano, almeno tra i grandi, che ha titolo per parlare di ritorno sul capitale investito, avendo accresciuto del 29,8 per cento il valore che gli hanno affidato via via i soci. Tutti gli altri dovrebbero misurare le parole. La tabella di pagina 155 rivela che, in cifra assoluta, chi ha distrutto più ricchezza è Banca Intesa, seguita da Capitalia, Sanpaolo Imi e Monte dei Paschi. In proporzione sul capitale investito - ed è questo l'indice che più conta - la banca peggiore è Capitalia che ha bruciato il 74 per cento del capitale messo in campo dall'azionariato. Poi viene Banca Intesa, che ha distrutto il 58,5 per cento dei mezzi dei soci, quindi il Monte dei Paschi (40,5 per cento), il Sanpaolo Imi (32,3 per cento), Mediobanca (23,3 per cento) e la Bnl (17 per cento). In parecchi istituti i responsabili sono cambiati nel tempo, ma non tutti. In Capitalia e Banca Intesa, Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli continuano a regnare sovrani. Tra gli inossidabili solo Maranghi traballa.
A questo genere di analisi si può obiettare che la Borsa è un indicatore ballerino. Ma chi fa questa osservazione non riesce mai a suggerire un valutatore più oggettivo e attendibile. Del resto, nel decennio 1993-2002 la Borsa è cresciuta del 142 per cento. "L'espresso" può aggiungere che, più dei dati, contano le tendenze e la differenza di comportamento di una banca rispetto all'altra: se un banchiere è bravo e fortunato, può vantare un bilancio in nero anche quando i corsi azionari scendono: Profumo docet. D'altra parte, se dalla tabella che riassume il decennio si passa all'esame dei grafici, che, qui sotto, danno conto delle performance di ogni singola banca anno per anno, si scoprono tante cose. Che coinvolgono non solo le responsabilità dei banchieri, ma anche quelle della banca centrale che ne ha seguito, in cabina di regia, ogni iniziativa. Per esempio, solo in due anni, e proprio quando la Borsa inseguiva gli eccessi più improbabili, Capitalia ha creato un po' di ricchezza. Intesa invece non è più riuscita a remunerare un capitale la cui consistenza è salita vertiginosamente a seguito delle fusioni, di quella buona con la Cariplo (allora governata da Carlo Salvatori) e di quella assai meno buona con la Comit, snervata dalla gestione dei fedeli di Mediobanca. Al San Paolo ha fatto bene acquisire l'Imi, ma non Cardine, almeno per ora. Bnl perde meno perché, valendo poco, poco ha messo sul tavolo. Unicredito, invece, ha indovinato le acquisizioni: il vecchio Credito italiano andava male, ma poi con il Rolo e le casse di risparmio di Verona, Torino e Treviso, ha cominciato a volare. Il Monte dei Paschi è l'unico che può lamentarsi di questa analisi: il suo valore d'esordio è altissimo, perché nel 1999 la Borsa già viaggiava verso i massimi e dunque da lì sarebbe stato più facile cadere che crescere.
E Mediobanca? Che dire della tanto discussa Mediobanca e del suo timoniere Maranghi? I numeri affermano che, negli ultimi dieci anni, la banca d'affari milanese ha perso molto meno di tanti suoi critici. Può essere legittimo sostituire Maranghi, ma trovare un sostituto migliore, con questi chiari di luna, sarà difficile.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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