La battaglia di principio ha ormai lasciato il campo alla real politik. In Mediobanca si tratta e piazzetta Cuccia diventa una specie di suk. La svolta è iniziata venerdì 14 marzo, quando Unicredito e Capitalia, i due principali azionisti della banca d'affari milanese, hanno constatato che non riuscivano a far firmare la loro lettera di censura a un numero di azionisti sufficiente a mettere in crisi l'amministratore delegato, Vincenzo Maranghi. Una società come Mediobanca, naturalmente, non è il parlamento e il suo gerente non è un premier che, se sfiduciato, lascia la carica. E tuttavia una lettera di censura su fatti specifici avrebbe potuto costituire la premessa di un'azione di responsabilità e determinare le dimissioni del banchiere.
Per avere efficacia, il documento avrebbe dovuto ottenere il consenso dei tre quarti del capitale bloccato nel patto di sindacato di Mediobanca, ma non l'ha ottenuto. Di qui la ricerca di una soluzione negoziata del conflitto. Una trattativa che trova ulteriori motivazioni nelle difficoltà di carattere politico che vanno emergendo sul secondo fronte, quello delle Generali. Il patto tra Unicredito, Capitalia e Monte dei Paschi di Siena ha ormai riunito una partecipazione capace di contendere a Mediobanca il controllo della compagnia. Una situazione che rischia di creare un grave imbarazzo.
In un mondo normale, un soggetto come Mediobanca, che detiene la maggioranza relativa di un oggetto come le Generali, non si lascia sottrarre il primato senza combattere. Nel 1996, quando in Foro Bonaparte tirava aria di scalata, Vincenzo Maranghi non ci mise nulla a bruciare i raider sul tempo, rastrellando lui per primo i titoli Montedison. Perché in questa primavera del 2003 lo stesso banchiere sta con le armi al piede? Maranghi avrebbe i soldi per difendere la posizione di Mediobanca nelle Generali. Ha un vincolo statutario, questo è vero: non può superare il 15 per cento di una società partecipata. Ma potrebbe sempre chiamare un cavaliere bianco. Perché, dunque, Maranghi non si difende?
Qualcuno dice che spera nella Securities Exchange Commission, che da New York sta indagando sui tempi e sui modi del rastrellamento di azioni Generali effettuato dalla banca americana Merrill Lynch per conto delle banche italiane. Ma questa sarebbe una speranza vaga per definizione. La ragione vera deve essere un'altra, più semplice e chiara. Questa: Maranghi non può fare, o meglio non può far fare incetta di Generali perché l'iniziativa dovrebbe essere decisa dal comitato esecutivo di Mediobanca dove siedono, in quanto soci eccellenti della stessa Mediobanca, proprio i banchieri di Unicredito e Capitalia che stanno scalando le Generali. È del tutto logico che gli amici di Maranghi si chiedano se domani l'assediato avrà ancora la forza di tener fede agli impegni o se, invece, anche Mediobanca, con la sua quota di Generali, verrà conquistata. Lo schieramento antimaranghiano è ampio. Forse più di quanto non si creda se Alessandro Profumo, in un'intervista al sito on line di Unicredito citata da "Borsa & Finanza", parla di nuovi alleati la cui identità non può essere ancora rivelata. Chi sono i partner innominati? Il fondo pensioni della Banca d'Italia? La Fondazione Cariverona?
Avvalendosi dei suoi poteri, il ministero dell'Economia sta censendo gli investimenti azionari delle fondazioni, con particolare attenzione alla battaglia in corso. Unicredito e Capitalia, d'altra parte, possiedono anche la maggioranza relativa di Mediobanca. E la Consob potrebbe domandarsi se, a questo punto, le quote Generali dei duellanti non si debbano considerare in realtà collegate tra loro. Sarebbe un paradosso, certo. Ma la realtà è talvolta paradossale. Più volte gli attaccanti hanno proclamato l'obiettivo di arrivare al 20 per cento delle Generali. Sommandolo al 14 per cento già in mano a Mediobanca, si supererebbe la soglia del 30 per cento oltre la quale scatta l'obbligo di lanciare un'offerta pubblica d'acquisto sul resto delle Generali.
Un esito del genere farebbe la felicità di piazza degli Affari, ma andrebbe oltre le possibilità economiche dei soggetti in campo e farebbe della Commissione di controllo della Borsa, presieduta da Luigi Spaventa, la miccia di un conflitto finora sotterraneo tra il ministro Giulio Tremonti, poco entusiasta della scalata, e il governatore Antonio Fazio, pubblico sostenitore del fronte antimaranghiano. Meglio, dunque, deporre le armi e trattare.
Come inventare un compromesso che non faccia perdere la faccia a nessuno? Qui sta il punto. La sorte di Maranghi come dominus di piazzetta Cuccia è appesa a un filo assai esile. Ma il maranghismo, e cioè Mediobanca come centro di conflitti d'interesse a uso e consumo di azionisti e manager, è tutt'altro che spento. Cominciamo dai soci francesi. Il manipolo di investitori guidato da Vincent Bolloré e dal presidente delle Generali, Antoine Bernheim, è invitato alla trattativa con tutti gli onori. Fino a ieri il primo era considerato un nipotino di Brenno e il secondo un vecchio bollito senza scrupoli, una calamità per la compagnia triestina. Adesso, lo schema dell'accordo concede a Bernheim non uno, ma tre anni di presidenza delle Generali, più di quanto non gli abbia mai garantito Mediobanca. A Trieste va in scena il Gattopardo: tutto cambia tra i soci affinché nulla cambi al vertice della compagnia.
E in Mediobanca? In piazzetta Cuccia si aprono le porte del patto di sindacato ai francesi, che possono apportarvi il 10 per cento del capitale. Ora i francesi hanno meno del 2 nel patto e circa il 20 fuori. Che conterà solo quando, nel 2004, il patto di Mediobanca arriverà a scadenza e le carte potranno essere rimescolate. Con questa intesa, invece, i francesi, consigliati anche dal produttore cinematografico tunisino Tarak Ben Ammar, intimo di Silvio Berlusconi e consulente di Bolloré, conteranno da subito.
Unicredito e Capitalia si dicono pronti a ridurre le proprie partecipazioni al 6 per cento ciascuna mettendo così a disposizione di altri una quota di analoga consistenza. Ma chi saranno gli altri? I francesi? Altre banche come il Monte dei Paschi e qualche Popolare più o meno danarosa? Certo è che nessuno vuole rinunciare al potere. Finora, i modernisti hanno ferocemente criticato la norma del patto che stabilisce la necessità di una maggioranza qualificata del 75 per cento per alcune decisioni quali la nomina o la revoca dell'amministratore delegato. Così il management è autoreferenziale, si osserva; non risponde mai agli azionisti: Medioevo, insomma.
Ci si potrebbe credere se a parlare fosse un Guido Rossi. Ma come si fa se tra i modernisti c'è un banchiere come Cesare Geronzi che in casa sua si vuol scegliere gli azionisti esattamente come Maranghi? Forte della sua posizione di creditore della Fiat, Geronzi pretende e ottiene il diritto di gradimento su chi compra la Toro, perché la compagnia torinese ha una partecipazione in Capitalia che dovrà entrare nel nuovo patto di sindacato della banca romana. Compra De Agostini? Bene. Fosse stato un altro, chissà. E Giovanni Bazoli non ha fatto del patto di sindacato di Banca Intesa uno scudo efficace contro gli assalti ispirati da Mediobanca? Ora, nella sua prima stesura, il nuovo patto richiederà per le decisioni strategiche una maggioranza non del 75, ma dell'80 per cento del capitale bloccato. Se il patto continuerà a bloccare per poco meno del 50 per cento di Mediobanca, vuol dire che Unicredito e Capitalia avranno il diritto di veto, perché la somma delle loro quote, anche dopo la loro riduzione, sarà comunque superiore al 20 per cento del patto. Ma lo stesso diritto potranno vantare i francesi. Se invece il patto rappresenterà una quota di capitale ancora più alta, i diritti di veto saranno più difficili da esercitare per tutti, ma non impossibili. Tra tanti partner trovarne uno amico non sarà difficile.
Nelle pieghe della trattativa emergono anche facce nuove per piazzetta Cuccia. Si parla di Vittorio Merloni, che ha dato grandi prove di sé con la Ariston. Ma non è con un industriale o una popolare in più che si risolvono i conflitti d'interesse. Unicredito e Capitalia hanno le loro banche d'affari. E fino a quando Profumo e Geronzi, i capi della concorrenza, avranno voce in capitolo in piazzetta Cuccia, Mediobanca non potrà mai essere una banca d'affari forte. Ma forse proprio questo è l'obiettivo.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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