Succede prima dell´alba, quando i piano-bar chiudono, le spogliarelliste vanno a dormire e la flotta dei pescherecci croati rientra in rada. In quel momento, ad Abbazia, in fondo all´Adriatico, i profumi formano un cocktail speciale. Terra e mare insieme. Ingredienti: fichi, bouganvillee, vigne di Malvasia, resina di abete, verdure padellate all´aglio, rosmarino, ciclamini, salsedine dolciastra, brezza di montagna, pesce alla brace. A quell´ora, il Mare di mezzo e l´Europa di mezzo si toccano. E a quell´ora, in quel luogo, devi partire per le Alpi. Dal Golfo del Quarnaro. La madre di tutte le tempeste.
Macché Colle di Cadibona, macché Monte Nevoso. Le Alpi cominciano e finiscono in mare. Vi precipitano, anzi. Qui a Oriente fanno di più: diventano isole. Formano la Dalmazia, l´arcipelago del vento. Il quale altro non è che un sistema di valli riempite d´acqua. Provate a navigarci. Veleggerete da una cima all´altra, capirete che il Mediterraneo è un mare di montanari. Anche gli orsi lo sanno. Quando il maestrale spinge verso terraferma odore di cibo dalle isole, scendono affamati dai monti fin sulla costa. Poi, mica si fermano. Proseguono a nuoto verso l´isola di Veglia (Krk) e fanno strage di pecore. Un giorno, a Buccari, i pescatori presero per le corna un cervo che nuotava, e lo tirarono a riva.
Così eccoci qua, agli antipodi di Rimini, mentre una luce color pesca si fa strada dai Balcani. Ad Abbazia, a bighellonare davanti a un mare greco in un clima da "Montagna Incantata" di Tomas Mann.
Soli, sotto una scarpata di mille metri, tra alberghi asburgici un po´ retro e chioschi postcomunisti un po´ naif. In mezzo ad altissime dalmate annoiate e maschietti austroungarici in fregola. A cercare il punto esatto da cui partire per questa cavalcata di tremila chilometri attraverso sei nazioni. Una scommessa da giocare giorno per giorno; con chi capita, e come capita. A piedi, in treno, in bici, in automobile.
Quale inizio, dunque? Le insegne fucsia dell´hotel Bellevue? Il vecchio Casinò ancora aperto? La rotonda invasa dalla marea e piccoli granchi color rossiccio? Le balze del Monte Maggiore che stamane crepita di lampi caraibici? No, troppo fuori strada, spiega l´amico Vieri Pilepic, di Fiume, che mi accompagna e batte questi monti da una vita. "Devi andare lassù", dice. E indica un monte rotondo coperto di foreste, sull´altro lato del Golfo, immerso nelle brume. Sta lì, solitario, venti chilometri a Oriente e 1500 metri sopra il mare. Il nome è Risnjak, il Monte delle Linci.
Non lo sa quasi nessuno, spiega la mia guida, ma è lì che finiscono le Alpi. In Croazia. Non in Slovenia, sul mitico Monte Nevoso, dove nasce il Timavo (fiume sotterraneo che per gli antichi fu porta dell´Averno). Anche il fascismo credette che fosse quella l´ultima frontiera. O meglio lo volle credere, visto che lì finiva anche l´Italia e quel bastione faceva gioco. Ci piantò bandiere e fasci littori, lanciò ai barbari slavi il grido "Eja eja alalà", spedì i gerarchi su quello che era il monte più facile delle Alpi. Era epoca di iperboli, e quelli tornavano esausti, raccontando ai cronisti l´epopea di una salita segnata da "fatica immane". Così si pompò il mito. E si dimenticò il Monte delle Linci.
Ormai è l´alba, raccolgo la mia roba e partiamo in direzione di Fiume. L´auto passa la chiesetta di Volosca con i due campanili a bulbo, lo stadio di Kantrida, i quartieri proletari, l´odore di dell´angiporto, i bar semideserti, l´odore di caffè alla turca, abetaie, il teatro, la sede della comunità italiana superstite, pattuglie acrobatiche di rondini che sparano trilli metallici. Fiume è una città assediata dalle Alpi, e su questa scarpata che si impenna direttamente dal mare la scelta è praticamente infinita.
Puoi partire dalla Rijecica, l´antico Eneo, il corso d´acqua che dà il nome a Rijeka - la denominazione croata di Fiume - incidendo il vallone roccioso che tra le due guerre fece da confine fra Italia e Jugoslavia; un luogo di antagonismi e contrabbando, guerre e amori matti. Oppure dal santuario del Tersatto, alto sul Quarnaro, dove i marinai sfuggiti al "neverin" appendevano i loro ex voto. Oppure sotto la spianata di Grobnik, dove si favoleggia che i croati – sempre affascinati dal Dio Marte - abbiano battuto i turchi.
Fiume è una città lunghissima, c´è ancora una baia e poi il quartiere di Kostrena. Ed è là, verso la baia di Buccari e il ponte per la vicinissima isola di Veglia, che inizia il mare più cristallino. Fiume è una città perfetta, racconta Pilepic. Di mattina puoi salire in montagna, e la sera "tociar i pie in mar". Così usciamo dalla Statale, ci caliamo verso l´acqua, passiamo le ultime case, prendiamo un sentiero con dei gradini in pietra nascosti fra i lentischi. Ed ecco, in fondo, una baietta defilata, due vecchie rimesse di pescatori. Acqua greca, verde bottiglia. Una fonte sommersa che increspa la superficie. Il nostro posto.
Apriamo sui ciottoli la carta delle Alpi, e scopriamo che non esiste punto, nel Mediterraneo, dove lo spartiacque con un altro mare sia più vicino. Sedici chilometri. Incredibile: l´acqua che piove lassù, a picco sull´Adriatico, scende sul Mar Nero. Sedici chilometri, meno che a Trieste. E´ là, a filo di mare, che finiscono le Alpi. In un posto di nome "Vrata", porta. Lo stesso che i dalmati usano per indicare gli stretti fra isole. Per esserne certi, telefoniamo a un altro alpinista di Fiume, Mario Schiavato. E la conferma arriva, da fonte autorevole. "Enciclopedia delle Alpi", Istituto geografico De Agostini, volume primo. Edizione 1975, pagina 119.
La scelta è fatta. Sedici chilometri si possono fare a piedi. Mezza giornata appena, per mille metri scarsi di dislivello. In quei sedici chilometri, poco più di due miglia austroungariche, sarà come passare dalla Grecia alla Boemia. Qui sotto, locande con i calamari alla griglia e il malvasia. Lassù, racconta il buon Vieri, osterie con il gulasch di orso. Due mondi separati da una scarpata feroce, dove la bora d´inverno raggiunge i duecento orari, cola sul mare come una massa liquida, artica, pesante. Un terreno difficile, dove talvolta i treni – tra Fiume e Zagabria - slittano per l´eccessiva pendenza.
Ci torna in mente la filastrocca scolastica "Ma-con-gran-pena-la-reca-giù". Stavolta la diremo all´incontrario, cominceremo dalle Giulie, su questo pendio che riassume tutta la barbarica differenza che esiste nel Mediterraneo tra costa e retroterra pastorale. Da Zara in giù tutti lo sanno: nel '91 la guerra è arrivata dalle montagne.
Ci tuffiamo, ed è un battesimo, un´iniziazione. Di certo è l´ultimo mare, prima di una lunga astinenza che finirà in Costa Azzurra. Prepariamo i sacchi, l´avventura comincia.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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