Come tutti ricordano, il giorno in cui il ministro della Giustizia avrebbe dovuto presentare al Presidente della Repubblica - che la attendeva - la domanda di grazia per Adriano Sofri, Castelli ha espresso la sua intensa avversione a questo suo atto dovuto in due modi. Con la frase: "Mi vengono i brividi a pensare che si debba concedere la grazia a un intellettuale", che mostra un disprezzo alla Goering. E con una serie di azioni di confusione e disorientamento. La prima è stata di usare le parole "grazia" e "amnistia" come se fossero sinonimi. In tal modo ha creato un nodo insensato di finte proposte che sono state grave mancanza di rispetto sia per il Capo dello Stato, a cui spetta di concedere individualmente una grazia, sia per il Parlamento che ha eventualmente il potere di proporre e votare un provvedimento di clemenza collettiva detto amnistia.
La seconda trovata del ministro della Giustizia - una trovata che rivela, allo stesso tempo, cinismo e mancanza di rispetto per il ruolo istituzionale che il ministro ricopre - è stato di far circolare nomi contro nomi, Sofri contro Mambro e Fioravanti, fingendo di giocare destra contro sinistra (un gioco già abbastanza sporco) ma in realtà puntando allo scontro, sperando nel dilaniamento reciproco di persone vere, con vite e destini dolorosi. Quelle persone - tutte - (dunque Sofri, ma anche Mambro e Fioravanti) hanno reagito con dignità impedendo lo squallido carnevale inscenato da Castelli e sottraendosi al gioco.
La terza mossa Castelli l’ha compiuta mostrando di voler fare un braccio di ferro. "Dovete cedere voi, perché io non cederò mai". L’uomo è prepotente, ma anche profondamente inadatto al suo incarico. Cedere su cosa? Chi deve cedere? Detenuti contro detenuti e omissione di atti dovuti (l’istruzione della pratica di richiesta di grazia è un dovere del ministro della Giustizia) sono un modo indecente di assolvere al compito sfortunatamente affidato a Castelli.
Sarebbe stato bello, e anche utile, se firme del giornalismo come Pierluigi Battista avessero raccontato ai loro lettori questa sequenza di eventi prima di chiedersi qual è la posizione del direttore dell’Unità su Mambro, Fioravanti e la loro responsabilità nella strage di Bologna. Vorrei che fosse chiaro: non sto dicendo queste cose per ripicca, per allontanare l’imbarazzo della osservazione di Battista su una mia sospetta incoerenza. La domanda è legittima. È vero che io, prima da giornalista (Panorama, la Repubblica) e poi da deputato ho scritto e detto di non credere che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti fossero gli esecutori della strage di Bologna. Da deputato sono stato a trovarli in carcere (non a casa, come ha scritto Il Giornale, ma in carcere, in quel tempo, da deputato, a visitare le carceri ci andavo spesso) e ho detto alla Camera e in pubblico: non ci sono dubbi sulla matrice fascista della strage di Bologna (e dunque su ciò che hanno ripetuto nobilmente e fermamente sia il ministro dell’Interno Pisanu che l’associazione delle famiglie delle vittime bolognesi quest’ultimo 2 agosto). Ma non sono riuscito - in coscienza - a collegare due tragedie, quella di persone che hanno fatto quello che hanno fatto e lo hanno confessato fino al punto da ammettere eventi tragici che agli investigatori non risultavano. E quella di una strage feroce, immensa e misteriosa, eseguita da mani oscure per motivi che restano oscuri, e che forse sono ancora adesso protetti dalla condanna definitiva di due apparenti colpevoli.
A Battista vorrei dire che tutti i titoli dell’Unità sono, come sempre e da sempre, univocamente sulla strage di matrice fascista. Vorrei dire che a nessuno, all’Unità, è stato chiesto di condividere ciò che su questo terribile dramma il direttore del giornale pensa di avere capito. E che, comunque, la posizione del giornale aveva, e ha, gli stessi fermi punti di riferimento: le stragi sono fasciste. Dimenticare è colpevole. Usare, come ha fatto Castelli, una strategia di confusione, di depistaggio, nel tentativo di dividere il campo e di gettare gli uni contro gli altri pur di negare l’atto dovuto di istruire la grazia a Sofri è immorale.
Posso sperare che a questa conclusione, ora che ho chiarito il suo dubbio, possa arrivare anche Pierluigi Battista?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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