Il Papa, ieri all’Angelus, ha invitato a pregare perché piova. È un modo antico e umile di guardare al cielo. Evoca la sbalordita, rassegnata impotenza dell’uomo pre-scientifico di fronte alla natura. Suscita in chi non ha numi cui affidarsi un affettuoso distacco, ma anche, per esempio in chi scrive, un confessabile fastidio per la credulità sottomessa che, in tanti spiriti, anche altissimi, prende il posto dell’orgogliosa fatica razionale che servirebbe a custodire meglio l’ambiente rapinato e disseccato dall’imprevidenza e dall’avidità cieca.
Quando si pensa alla danza della pioggia dei nativi americani è difficile cedere all’ironia: quel rito fa (o faceva) parte di un più generale culto dei cicli naturali, e quei popoli erano bene in arcione all’equilibrio miracoloso tra terra e uomo. Ma le nostre processioni meteo, finito il nostro evo contadino, hanno qualcosa di incongruo e stonato rispetto all’uso protervo degli elementi naturali che, ai lati della processione, più o meno tutti pratichiamo. Poiché ci dicono, giustamente, che noi occidentali non possiamo non essere cristiani, varrebbe la pena aggiungere, ogni tanto, che anche i cristiani non possono non essere occidentali: ben radicati anch’essi nella cultura dello sviluppo, di questo sviluppo che è anch’esso una fede nelle possibilità illimitate di aumentare in eterno i consumi (come del resto perora il governo nei suoi Angelus) senza darsi troppa pena di valutare l’impatto del nostro benessere sulla terra e nei cieli.
Il cattolicissimo Nordest, per stare dalle nostre parti, è un eccellente esempio di come la tradizionale fede locale abbia felicemente convissuto con una laboriosa e non particolarmente felice manipolazione del territorio. L’acqua, sul pianeta, è in quantità data. Data da chi, è opzione personale stabilirlo: qualcuno dice da Dio, altri dal caso e dalla natura. Chiunque sia il datore, è ampiamente noto che la dazione di H2O basterebbe abbondantemente a dissetare la terra e a nutrire le piante e gli animali, noi compresi. Perfino, forse, a bonificare i deserti, volendo deviare lungo le frontiere della tecnologia ambientale almeno parte delle immani risorse destinate a sfasciare la Terra con l’ininterrotto e mefitico rutto dei gas serra, con l’incremento inebetito di consumi assurdi e inquinanti, con la distruzione bellica, le metastasi chimiche e nucleari, la depilazione furiosa e criminale del vello vitale dell’Amazzonia, la distruzione di habitat delicati e formidabili, lo sterminio di specie animali che concorrono da millenni e tenere in equilibrio il metabolismo del mondo.
Con il rispetto dovuto al Papa, e la compassione ansiosa che chiunque, nell’Italia riarsa di questi mesi, prova per chi patisce un’uguale ansia, viene da chiedersi se attorno alle cause e agli effetti di piaghe sociali e storiche come il dissesto del territorio, l’inquinamento delle acque e dell’aria, le continue violenze perpetuate agli equilibri naturali, affidarsi alla Provvidenza non sia un malinconico placebo. Non è ancora scientificamente certo che siano solo le nostre emissioni gassose a surriscaldare l’atmosfera e alterare il clima, radicalizzando i periodi di siccità e quelli delle precipitazioni. è certo, però, che le nostre emissioni gassose e i nostri costumi di vita sono una concausa di queste anomalie. Per chi crede che la natura sia un dono di Dio, dovrebbe essere particolarmente blasfemo l’abuso che di essa fa l’uomo, e i crimini ambientali dovrebbero dare vita a un undicesimo comandamento: i tempi sono maturi perché le tavole della legge, su qualche monte bruciato dagli incendi e butterato alle pendici dalle villette a schiera, vengano aggiornate. Nel frattempo, pregare per fare piovere può anche aiutare a passare la nottata: ma se poi piove davvero che si fa, si ringrazia l’Altissimo e si fa conto che tutto possa continuare alla stessa maniera? E un’eventuale Secondo Diluvio (occhio all’autunno, dicono i meteorologhi) come interpretarlo, come punizione dell’umanità perversa, sprecona e inquinatrice, o come troppa grazia, Sant’Antonio?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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