L’unica regola è che le regole si disfano a seconda del caso e delle necessità: questa è la desolante (e angosciante) morale che sortisce dallo sguaiato compromesso che il governo ha rovesciato sul calcio italiano, annullando di fatto lo scorso campionato di serie B e sostituendo ai risultati ottenuti sul campo un inedito ibrido fatto di ricatti economici, calcoli geopolitici, cedimenti alle piazze più psicolabili, vere e proprie regalie sportive a vantaggio di cricche sgomitanti di parlamentari che vogliono farsi applaudire allo stadio.
I commissariamenti, in genere, avvengono chiudendo le porte del palazzo ammalato ai trafficanti, ai dirigenti incapaci e a quelli felloni, e rivedendo le carte al chiuso e in silenzio, cercando di rimettere ordine. Il commissariamento politico del calcio ha rovesciato la prassi e la logica, intanto lasciando comodamente seduti nei loro uffici gli stessi dirigenti sportivi responsabili del caos, poi concedendo asilo alle richieste più pretestuose, moltiplicando all’infinito l’effetto-Gaucci, allargando maglie che avrebbero richiesto una decisa stretta.
Lo spettacolo è stato penoso: padrinati partitici (vedi il caso AN-Catania) che sgomitano per ingraziarsi la claque elettorale, assurdi ripescaggi che moltiplicano i torti e i demeriti piuttosto che arginarli, e perfino amministratori seri e ineccepibili, come il sindaco di Firenze, costretti a sventolare il gonfalone per festeggiare un benefit piovuto dal cielo. Non uno, tra presidenti e sindaci e parlamentari con seggio in tribuna vip, che osi chiamarsi fuori e dire che il campo è la sola legge che conta, nello sport, e che la dignità sportiva disdegna i mezzucci, gli imbrogli, i favori.
Se il campionato di serie B a ventiquattro squadre è un clamoroso caso di doping istituzionale, sono però gli effetti collaterali, è la psicoantropologia del paese che ne esce a pezzi, ben al di là della vicenda sportiva. Le cronache di questi giorni sembravano una specie di remake grottesco del peggior italiume provinciale. Un titolo per tutti: "Firenze torna in B, Pisa, Livorno e Lucca insorgono", con il vecchio e logoro tessuto strapaesano rinvigorito da citazioni di commi e codicilli, appelli al Tar, e onorabilità di piazza e di contrada che si intrecciano furbamente al calcolo dei diritti della pay-tv e al calcolo (meno complicato) di quanti mesi o anni separano dal prossimo turno elettorale.
E al Nord i soliti moccoli razzisti che si condensano nella brillante idea di sostituire, in serie A, l’indegna Roma ladrona con la gloriosa e retrocessa Atalanta, una trovata da avvocaticchi terroni rivendicata come insorgenza libertaria... Ovvio che il conflitto di interessi tra tifo e bottega politica non sia sorvegliato da nessuna authority: dovrebbe bastare il buon gusto, in questo caso, a impedire lo sbraco, ma basta leggere mezza riga di dichiarazione di Ignazio La Russa per capire che il buon gusto è un umore disseccato ormai ovunque, in questa rovente estate. Ma allora, se il Catania gioca per An e se la Fiorentina viene riabilitata, come si dice, anche per generosa concessione bi-partisan nei confronti di una città "comunista" (pare abbiano pesato, nel calderone, anche cacchiate di questo tenore), la recente sortita di Berlusconi sulla "politica che deve tenersi alla larga dal calcio" non è più neanche una battuta comica. è la frase di uno sconsiderato, è il logo surreale di una fase di ammattimento sociale e culturale di un comunità di persone - la nostra - che non è più in grado di capire che ogni regola che frana, ogni codice morale che scompare, lascia il passo solo all’arbitrio, alla voce grossa, alla furbata più spudorata, e soprattutto alla vendetta dei mediocri.
Leggetevi una qualunque delle (poche) interviste a Gianni Rivera pubblicate negli ultimi giorni. Sono di una durezza desolata, ma molto realistica. Sono le parole di un uomo di sport che vede il lessico fondamentale del gioco inghiottito dall’affarismo, dalla demagogia e da una specie di stupidità autolesionistica. Per appassionante paradosso, va notato che gli stessi gruppi di potere che esaltano la libera competizione, il libero mercato, i meriti individuali, varano poi questa specie di giubileo assistenziale, questo decreto salva-ultimi che mortifica i vincitori sul campo e salva la pelle agli amici degli amici. Nemmeno l’Italia democristiana era così incapace di quel minimo di pedagogia sociale. Dopo i falsi invalidi, i falsi neopromossi sono l’ultima pagina dell’eterno e immorale assistenzialismo italiano.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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