Sessanta e rotti milioni di euro sono una montagna di quattrini perfino se rapportati alla movimentata orografia brianzola, nella quale ogni gonfiore sormontato da villa geometrile è la metafora di un conto in banca altrettanto pingue. Ma sono abbastanza, sessanta e rotti milioni di euro, da suscitare l’apprensione etica dei vari comitati dei consumatori, che propongono una suddivisione più equa della torta? Sono abbastanza da supportare l’ansioso dibattito che segue ogni vincita record, con psicologi e moralisti che lanciano l’allarme sulla sindrome di Creso?
Proviamo a rovesciare i termini del discorso. Sessanta milioni di euro sono niente, o quasi, rispetto alle fortune private dei veri ricchi d’Occidente, che sono decine di migliaia di persone (parecchi anche in Brianza, beati loro), e spesso per unità di misura non hanno il milione ma il miliardo (di euro o di dollari), e possono fare e disfare vite e morti non solo di interi paesi, ma anche di interi Paesi, sbaraccando borsini e mercati, licenziando e assumendo eserciti di persone, cambiando paesaggi umani e territoriali con la destrezza e l’arbitrio che solo ai numi sono concessi. Perché se il socialismo in un solo Paese si è rivelato un sanguinoso abbaglio, il Paese in un solo conto in banca è invece una scintillante realtà: famoso il caso di Bill Gates, il cui bilancio individuale è pari a quello di due o tre Stati africani. Ma non è che noi altri italiani siamo messi peggio, si sa, visto che il più ricco lo abbiamo anche eletto Capo, come a Tonga.
Il dibattito sul signor Sessanta Milioni, sull’eventuale iniquità del suo improvviso benessere, è dunque la malinconica parodia di ben altro dibattito, quello sulla vera distribuzione del denaro e del potere sulla faccia della terra. Che è ormai un dibattito dismesso. Via, il nostro signor Sessanta Milioni, al tavolo dei ricchi del pianeta e pure d’Italia, è un qualunque Mister Briciola. Può, al massimo, tentare la scalata di un’azienda di medio calibro, e nemmeno sognarsi di scalfire gli equilibri del potere finanziario e politico. Il suo capitale, al netto delle spese che egli vorrà sicuramente concedersi per godimento personale, non gli basterà neppure per mettere in piedi una rete televisiva di provincia, un partito politico degno di questo nome, un giornale quotidiano che porti il suo nome sotto la testata.
Centoventi miliardi di lire, oggi come oggi, sono lo sbilancio di una qualunque società di pallone, facilmente rimediabile con la fideiussione di un amico degli amici. Sono la scrematura di qualunque operazione di alta finanza (una specie di mancia per gli scrematori professionisti), sono il cadeaux per le infrastrutture da lasciare alle comunità indigene spoliate dei terreni sui quali costruire un villaggio turistico. E, se l’intento è benefico, bastano appena per regalare qualche Canad-Air di seconda mano alla più riarsa e sperduta landa mediterranea, o il ventilatore a tutti i vecchi abbandonati di Torino e Milano, o le scarpe da footing di marca a tutti i bambini orientali che le fabbricano e non possono comperarsele.
E dunque, povero signor Sessanta Milioni, lasciamolo in pace con le sue notti insonni e la sua smodata felicità. Il gioco d’azzardo ha tanti e gravi difetti, ma ha il merito della più assoluta, insindacabile arbitrarietà. Può premiare uno scemo tanto quanto un genio, un mascalzone come pure un santuomo: e in questo, ebbene sì, è altamente morale, perché scardina la presunzione di "merito" che la nostra società ha costruito attorno alla ricchezza.
Di cretini ricchi (come pure di ricchi intelligenti, ovvio) ce n’è a volontà, anche loro premiati dalla fortuna (basta il malore di un broker a Hong Kong per rovinare la concorrenza a Chicago) o dalla faccia tosta o comunque dalla roulette dell’economia globale: eppure nessuno osa immaginarli cretini e immeritevoli, né li si sospetta (se non nei circoli sovversivi o nei pensieri di stretta minoranza) di disadattamento da eccessivo benessere: tanto è diffusa e conforme l’opinione che il denaro premi sempre e solo i più abili e onorabili, pronti a riceverlo, pronti a esserne gratificati. Ma allora, se è valido il principio che Ricchezza e Grazia siano sorelle, perché accanirsi contro il bianzolo che ha sbancato la sorte senza fare del male a nessuno, con l’onesto investimento di un euro? Se proprio si vuole, con orgoglioso anacronismo, rilanciare la discussione sul denaro, sui meriti e sui bisogni, sui demeriti e sui sogni, smettiamola di discettare su quello che fa la gente nei bar-ricevitoria di paese. I santuari del miliardo sono ben altri, non si bevono crodini ma interi fiumi, non si sbanca a tressette ma in Borsa, non si sogna di cambiare la macchina ma di rinnovare l’aviazione militare. E con sessanta milioni di euro, i santi di quei santuari, ci organizzano appena il prossimo weekend.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>