VAL BAVONA - A entrarci sembra il regno di Mordor, narrato da Tolkien nel Signore degli Anelli. Strapiombi color ferro sopra un fiume selvaggio, massi enormi precipitati da chissadove, case e tegole di pietra, gole muschiose piene di nubi, creste orlate di abeti, e sopra ancora nubi. Ma a quelli della Val Bavona, il posto più tetro delle Alpi - l’ombra non bastava ancora. Volevano di più. Così, quando i «todesc» di Zurigo gli costruirono un immenso sbarramento sopra la testa, decisero di rinunciare all’elettricità. Caso unico in Europa. Non gliela volevano proprio dare a quella fottuta diga la soddisfazione di vederli pietire la sua fottuta energia. E' roba vostra, ve la diamo gratis, imploravano increduli gli ingegneri. Niente da fare. I villaggi acquistarono generatori, misero piccole turbine nei torrenti, comprarono bombole a gas, installarono pannelli solari. Tutto, pur di non avere la corrente. Così oggi, per sapere davvero cos’è il buio, bisogna venire qui. Nel cuore idroelettrico delle Alpi. E brancolare a piedi, di notte, lungo lo stradone da Foroglio a Sonlerto, in cerca di una locanda. Navighi in un buio fitto, solido, marmoreo. Uniche luci le stelle, in uno squarcio tra due nere, altissime muraglie di granito che sembrano pronte a richiudersi su di te come il Mar Rosso sulle truppe del Faraone. Poi ecco un chiarore ad altezza d’uomo, ma più del chiarore è il profumo di brasato e polenta a orientarti. Oltre l’ombra di un ponte e il rumore del torrente c’è la taverna "La Froda", dove apro la mappa sotto un lume a gas per capire dove diavolo sono. Un po' come Ismaele nella locanda di Nantucket, prima dell’imbarco a caccia di Moby Dick. E' qui che prende forma la storia del gran rifiuto. La racconta dopo un calice di rosso Bruno Donati, anima del museo della vicina Val Maggia, dove scorre il fiume di raccordo tra la Bavona e il Lago Maggiore. «La gente era stata bombardata di storie sulla ricchezza che arrivava, e ci aveva creduto. Poi venne lo choc. Che non fu affatto la diga. Fu la scomparsa del fiume, trasformato in rigagnolo. Uno ouadi sahariano. Fu il silenzio. Dopo millenni, il rumore dell’acqua non accompagnava più le nostre genti. Si era rotto un atavico elemento identitario». Solo allora capisci. Già gli svizzeri sono diversi dagli altri popoli alpini. Figurarsi gli gnomi ticinesi, che sono pure lumbard. Ma tra di loro, i più duri di tutti sono quelli della Bavona. Quassù l’immagine della mucca tra l’erbetta con i ghiacciai sullo sfondo non funziona. Le vacche, in Bavona, precipitano dai pascoli, tanto sono ripidi. Niente Emmental, niente Simmental da queste parti. Queste sono le Alpi della fame. Un posto senza colori, dove ti basta il bianco e nero. «Per vedere che tempo fa, dobbiamo guardare in su - indica Donati - il nostro orizzonte è il cielo». Solo in Karakorum devi torcere il collo a quel modo. E' una montagna buona per le capre. E i suoi abitanti vivono come capre, da millenni. Normalmente le frane spazzano via i paesi. Non in Val Bavona. Qui le frane diventano paesi. Si popolano di ambienti tra un masso e l’altro. Stalle, cantine, essiccatoi, cascine, forni, frantoi, ripostigli, officine, rimesse. Una meraviglia rupestre come Matera, ma trasferita sulle Alpi e senza pubblica illuminazione. Immersa nel suo buio primordiale. Trovo una camera alla locanda del Basodino, altro posto alla Duerrenmatt, sprofondata in un silenzio irreale al capolinea della valle, nel punto dove parte la teleferica per la diga. Nel bar, gli avventori si fanno l’ultimo birrino, discutono del tempo e della tenuta dei ponti con le piene. Germano Mattei, della Fondazione Bavona, mi spiega i bioritmi della valle. Un pullman di pensionati tristi in gita da Lugano canta «Oilì oilà, viva la terza età», diretti da un implacabile animatore. In anticamera, una volpe impagliata, la pelle di tasso, la réclame della birra Calanda, gli orari dell’autopostale e l’annuncio della Festa dei polli. Mezzanotte, attacca a piovere. E qui, quando piove, piove sul serio. Le gole catturano i temporali. Dopo un’ora gli strapiombi diventano cascate e un muggito si impossessa della valle. Dopo due ore il muggito diventa ululato. E' il fiume che si trasforma in trivella, smeriglia le rocce sul fondo, emette un lamento che viene da niente e da ovunque. «Uoooo», «Uoooo». Tuona, non smette. Dopo tre ore hai gli incubi, entri nel clima di un giallo di Duerrenmatt. Rivedi Leni Riefenstahl, la regista del Fuehrer, che su queste cascate girò un suo documentario. Alla quarta ora vivi la grande pioggia raccontata da Max Fritsch nel suo libro «L’uomo dell’Olocene», scritto - guarda un po' - da queste parti. Di colpo capisci la letteratura svizzera. Diluvia nella luce diafana dell’alba, impossibile dormire. Il rumore dice che questo non è un fiume. E' il più grande torrente d’Europa. Tra la magre e le piene pare ci sia una differenza di settemila volte. D’estate non puoi capire. E' d’autunno che si scatena l’inferno, quando fa buio davvero. Ed è in autunno che la valle si svuota, ogni anno. Succede dal Cinquecento, quando il clima s’è fatto più rigido. Fino a pochi anni fa, il 15 dicembre un messo federale veniva a controllare che tutti avessero fatto le valigie. «A natal tut i gent i dev es a chia». A natale tutti a casa. Impossibile vivere quassù. Tuona, la montagna è traslucida, è diventata un gigantesco acceleratore di acqua e ghiaia. In basso, il fiume spinge massi argentati, enormi, rotondi come palle di biliardo. Li rotola per decine di chilometri, fino a Locarno sul lago. Gocciolano gli strapiombi, disegnano in negativo la sagoma dei massi caduti a valle. Sotto le cascate, l’accumulo di detriti delle piene: una distruzione biblica, roba da «B 52». Ti accorgi che in montagna nulla è fermo, c’è un lavorìo incessante che devia i torrenti e i fiumi, genera laghi e frane. La gola urla. Forse si vendica sulla diga, che ha tentato di rubarle la voce.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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