ERTO - Il fuoco arde lassù oltre i pini mughi, nella sera di pioggia. Arrossa le rocce in fondo alla Val Zemola, oltre la frana maledetta del Vajont. Italo Filippin, il guardiacaccia di Erto, conosce bene la strada per arrivarci. Il posto si chiama antro di Tamarìa, e oggi il suo strapiombo illuminato lo puoi vedere a chilometri di distanza. La fiamma si agita, ci chiama, ha qualcosa di demoniaco. E' lì che bivaccheremo, con pane e salame, torta di mele, vino buono e sacchi a pelo. Accanto al Duranno, nel cuore delle Dolomiti friulane. «Talibani!» urla Mauro Corona sentendoci arrivare dal bosco. Davanti alla caverna, l’alpinista-narratore più noto del momento pare Polifemo. Ghigna dietro la sua barba da ladrone, saltella felice nel suo elemento primordiale. Teme ancora la notorietà che gli è piovuta addosso con 600 mila copie di libri venduti. Allora va in fuga, per restare l’elfo di sempre. Bandana, roncola alla cintola, il toscano di traverso, e quella canotta nera che è la sua unica divisa pure d’inverno. Tocca il fuoco con le mani annerite, lo comprime, lo allarga, lo ventila. «Ecco la vita vera - esulta - altro che i vostri divani del casso!». Mauro conosce il legno, lo scolpisce rabbiosamente in una bottega profumata di pino cembro, giù a Erto. Per questo ha saputo accendere il fuoco con rami bagnati. Un bravo montanaro deve saperlo fare anche con quelli trovati sotto la neve. Per allestirlo bene, è partito presto dal paese. Corona non ha telefonini. Quando gliene regalarono uno, ci giocò per qualche giorno e ne fu stregato. Poi capì. E allora, racconta, lo buttò «nella stufa in una sera di tregenda», lo guardò sciogliersi, e tornò di corsa in montagna a parlare con gli alberi. Stasera ci ha costruito un rogo immenso. Da streghe. Con le «fulis’ce» che volano su per lo strapiombo, ardenti e leggere. Intanto arrivano anche la figlia di Mauro, Marianna, Antonio Massarutto da Udine e Ulderica Da Pozzo, una brava fotografa della Carnia. Il fuoco, a Erto, si dice «Feuc». Ha un suono duro, si pronuncia sporgendo labbra e mascella come per spaventare qualcuno. Non è solo il luogo della memoria, il posto per raccontare. E’anche un evocatore di incubi. Suscita ombre che si muovono in ogni minimo rigonfiamento della roccia. Stasera, anche la foresta si agita, pare venirci incontro, come nella storia di Macbeth. Siamo circondati da visioni, mentre il tordo bottaccio lancia il suo richiamo e lampi color sangue infiammano il Col Nudo, oltre la frana. Italo si ricorda bene di quando vide il diavolo, a dodici anni, «l’età della fantasia». Ne son passati quasi cinquanta da allora, ma tutto è rimasto nitido. «Una sera nonno Frambol (lampone) mi chiese se me la sentivo di restare solo la notte, in baita con le bestie. Feci il duro, dissi di sì. Lui partì e io accesi un fuoco enorme. Pensavo fosse meglio. Invece, le ombre del bosco si gonfiarono e mi circondarono. Allora mi rannicchiai tra le fiamme e la baita. Era l’unico posto sicuro, ma così alla lunga mi arrostii e dovetti traslocare nel sottotetto, dove iniziai un dormiveglia pieno di visioni. Fu allora che lo vidi. Stava, il piedi, col mantello e le corna. Il demonio. Un urlo mi morì in gola. Ed era già l’alba, il nonno tornò. Com’è andata, chiese. Benissimo, risposi. Non gli dissi mai nulla». Ecco, solo così capisci Corona. La forza vitale della sua scrittura nasce attorno al «feuc», al contatto con l’ultima delle grandi memorie orali delle Alpi. Ormai è buio pesto, l’ora della civetta capogrosso. Mauro butta altri rami di mugo sul fuoco. La resina sfrigola, fuma, gli brucia peli della barba e la lanugine dei calzettoni. Si infiamma: «Qui ci sono bauli di storie tramandate a voce, vecchi come enciclopedie viventi. Storie fantastiche di bracconaggio, di malga, di guerra». Racconta di faide tremende, della miseria degli anni duri, prima della frana, quando una vacca che moriva era una catastrofe. Il tempo in cui pure i topolini erano buoni per fare il «desfrit», il ragù. Li catturavi con una secchia d’acqua e un bastoncino col formaggio in bilico sull’orlo. «Dodici ne bastavano per una bella padellata». Acqua non c’è; ma fa niente, basta il vino, le bottiglie vanno una dopo l’altra. «Mauro da ragazzo era una disgrazia per il paese» racconta Filippin. «Erano gli anni del dopo frana, quando il paese era chiuso e vivevamo da clandestini in casa nostra. «Spaventava la gente, non sapevamo come tenerlo buono. Così mi sono messo d’accordo col prete e l’ho mandato in montagna. Gli dicevo: guarda che c’è una bella via da fare sul Duranno. E lui andava, saliva come un gatto dappertutto. Poi gli ho fatto scolpire una via crucis in legno. E ho scoperto il suo talento». L’antro si spegne lentamente, prepariamo i sacchi a pelo, sotto lo strapiombo l’erba è quasi asciutta. Attorno, la montagna è costellata di caverne così, e tutte hanno la loro storia. L’antro dei bracconieri, il più fantastico. Poi quello del Bosconero, in Valmontina, ultima wilderness delle Dolomiti. L’antro «de la vecia», quello «del Ledam», «dei Rondoi», «de la Costa del Tass». Lassù si nascosero centinaia di disertori nella prima guerra mondiale. Da allora, quelle pareti sono piene di graffiti. Poi vennero i partigiani, e ora i bracconieri. Stanno lì ad aspettare i camosci in amore, a novembre, con le prime nevicate. E’ allora che Filippin ha il suo bel daffare per cacciare i cacciatori. E poi ci sono i nidi d’aquila. Più di cinquanta, di cui almeno sette abitati. Italo racconta l’ultima storia, quando quelli di Erto, sotto la minaccia della Wehrmacht, rifecero in ventiquattr’ore il ponte del Colomber fatto saltare dai partigiani, ed ebbero alla fine l’onore delle armi dei tedeschi. Ma Antonio russa già a bocca aperta con la pila frontale accesa. Marianna perde conoscenza. Per paura dei ragni, Ulderica si rannichia in una conca di pietra, un posto impossibile. Italo si chiude nel sacco come la mummia di un faraone. Spiega che con i piedi a oriente si dorme meglio, si assopisce parlando di sepolture andine. Solo Mauro è inquieto, fuma l’ultimo sigaro. Ormai, non si sente che la pioggia.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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