Immaginiamo Saddam nei giorni appena prima lo scoppio della guerra. Non si può che pensarlo oberato di impegni, preso a organizzare i comandi dell’esercito, rivedere i piani di emergenza, controllare per l’ennesima volta i dati sulle riserve strategiche, le vie di fuga nel caso i corpi scelti dei marines si lanciassero direttamente sui suoi bunker nei palazzi presidenziali a Bagdad e Tikrit. "No, nulla di tutto questo. Da molto tempo, almeno da tre anni, Saddam Hussein si era stancato dell’amministrazione quotidiana del potere. Non ne poteva più di riunioni, commissioni, letture di dispacci, telefonate. Così si estraniava, delegava, quasi sempre egli elementi più criminali del regime. Mi ricordo per esempio che nell’autunno del Duemila gli venne portato un documento del World Council of Churches, in cui si proponeva una campagna internazionale per abolire l’embargo contro l’Iraq. Sui bordi c’era una nota a mano di Tarek Aziz, vicempremier sempre attentissimo alla politica estera, in cui si consigliava di prendere la cosa sul serio e rilanciarla tra le Chiese cattolica e ortodossa. Saddam lo lasciò a dormire sulla sua scrivania sotto una pigna di carte per 18 mesi. Poi vi annotò distrattamente un commento, "da approfondire", rimandandolo al mittente. Era l’ennesimo segno del delirio cieco del dittatore al crepuscolo, solo, isolato, assente. Preferiva chiudersi nel suo ufficio a scrivere".
E cosa scriveva? "Romanzi. Trascorreva ore e ore impegnato in lunghi racconti fantastici su trame tipiche dalla tradizione araba popolare, ma indubbiamente ispirati a temi autobiografici: grandi amori, castelli assediati, battaglie memorabili nella Mesopotamia del tempo degli assiro-babilonesi (non è un mistero che Saddam si vedeva come un novello Nabucodonosor), soprattutto principi traditi e traditori, intrighi di famiglia, re amareggiati, pugnalati alla schiena dai figli."

Dopo le infinite versioni del tiranno propagandate in 24 anni di regno sui murales in Iraq (Saddam architetto, Saddam contadino, o in tenuta da uomo d’affari, pilota, soldato, avvocato, marinaio, imam sciita, cacciatore curdo e mille altre) ecco quella dello scrittore raccontata al "Corriere" in oltre 15 ore di interviste da Sa’adoon Al-Zubaydi, 55 anni, laureato a Oxford, studioso di Shakespeare, professore di letteratura inglese all’università di Bagdad, ex ambasciatore a Giacarta (1995-2001) e traduttore personale del presidente prima e dopo la sua missione in Indonesia, oltrechè curatore dei suoi scritti.
"Saddam era diventato un autore prolifico, anche se di pessima qualità. Ultimamente la cura dei suoi libri era diventato un lavoro a tempo pieno". Al-Zubaydi estrae dalla cartella uno dei due romanzi che stava correggendo nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra, il 20 marzo, ed ha fatto a tempo a venire stampato dalla tipografia presidenziale Hurriah (libertà) solo poche ore prima della fine dei combattimenti nella capitale, il 10 aprile. Oltre 300 pagine, copertina lucida, al centro due torri in fiamme, sui lati un diavolo, una ragazza velata e un guerriero che brandisce la spada con i simboli dell’Islam. Non c’è il nome dell’autore. Saddam faceva riportare sempre la stessa dicitura: "Romanzo scritto dal suo autore". E un titolo riferito al futuro prossimo dell’Iraq: Uscite da qui maledetti. "Vi si narra dell’invasione del Paese sotto la monarchia di re Ibrahim, 15 secoli prima della nascita di Cristo" – spiega Al-Zubaydi -. E’ ovvio che Saddam si attendeva l’attacco americano e in qualche modo aveva voluto profetizzarlo nel suo romanzo. Per molti aspetti mi sembra quasi lo desiderasse, nel suo intimo voleva cambiare vita. Da tempo ripeteva che il lusso nei palazzi presidenziali aveva corrotto la dirigenza del Ba’ath assieme a tutta la sua famiglia. Vedeva congiure dovunque. In particolare aveva paura del primogenito Uday. Forse avrebbe voluto eliminarlo una volta per tutte. Ripetutamente nel Palazzo ho sentito dire che proprio lui aveva dato il beneplacito al tentativo di assassinarlo nel 1996. Ma era un tabù, specie per i modi di pensare tribali che hanno sempre permeato la visione del mondo di Saddam. Uday era rimasto ferito gravemente, ed era diventato molto più crudele di prima, viziato, capriccioso, ma comunque meno pericoloso politicamente proprio a causa delle menomazioni subite. La figura del figlio perfido nell’ultimo romanzo è impersonata da Ezkel, non a caso un nome ripreso dalla tradizione ebraica locale, che Saddam usa per tre dei personaggi negativi dei suoi cinque libri. Saddam si era sentito tradito da Israele dopo il bombardamento sul reattore nucleare di Osiraq nel giugno 1981. "Io faccio la guerra all’Iran, che è pericoloso per tutto il Medio Oriente. E loro mi ripagano attaccandomi alle spalle?", usava ripetere. Ezkel dunque si allea segretamente con gli invasori. Ibrahim però lo scopre, lo fa assassinare, poi scappa nel deserto per organizzare la guerriglia assieme alle tribù beduine rimaste fedeli. La trama è semplice, condensa bene però l’utopia di Saddam del ritorno alla lotta, alla vita spartana nella clandestinità. Pensava che la sua età dell’oro fosse stata quella della giovinezza, quando fuggiva braccato dopo il fallito colpo di Stato nel 1958. Ne accennava spesso, con nostalgia, anelava al ritorno verso un’improbabile purezza originaria. E, se lo conosco un poco, magari adesso è contento di stare alla macchia con un piccolo gruppo di fedelissimi a nutrirsi di yogurt e datteri da qualche parte sulle sponde di canneti del Tigri.
Senza dubbio Al-Zubaydi ha i suoi ottimi motivi per insistere pubblicamente sulla critica a quello stesso regime di cui è stato parte della nomenclatura sino all’ultimo. Ma non nasconde neppure il tentativo di umanizzare in qualche modo la figura di Saddam. "E’ la prima volta che parlo dalla fine della guerra. Ho paura. L’Iraq era è resta la repubblica del terrore. La mia è una posizione difficile. Ero un personaggio pubblico. Tutti mi ricordano alla televisione mentre a fine febbraio faccio da interprete nell’intervista di Dan Rather della Cbs con Saddam. Per molti iracheni sono un ex privilegiato della dittatura, da denunciare, non sanno che io ero un funzionario mal visto dai servizi di sicurezza. Potrei venire assassinato per vendetta. E per gli americani, che pure ora mi utilizzano per collaborazioni saltuarie, resto un potenziale nemico", spiega in tono offeso appena dopo essere stato trattato in malomodo a un posto di blocco perché un traduttore iracheno l’ha additato ai soldati americani come ‘un criminale alla macchia’." Ma l’ambasciatore-letterato Al-Zubaydi non fugge, piuttosto vorrebbe riciclarsi. Dice di essere senza un soldo. "Non ricevo lo stipendio da febbraio", ripete nella speranza di trovare lavoro all’Onu o presso qualche agenzia internazionale. La sua testimonianza va presa con beneficio d’inventario, esprime tutte le odierne ambiguità della classe intellettuale irachena che ha servito nel Ba’ath, ma cerca di rientrare nel nuovo sistema costruito dagli americani. Ha una tesi, non vuole rinnegare tutto il suo passato, eppure c’è in gioco il suo futuro. Da qui il tentativo di mostrare un Saddam dittatore edulcorato, vittima del meccanismo che aveva costruito con tanta crudeltà e che in parte verso la fine non controllava più. Però ci racconta interni inediti del Palazzo a Bagdad e una versione dei fatti di cui forse la storia dovrà tenere conto.
Il romanzo più strettamente autobiografico di Saddam è il primo, con titolo e trama da Mille e una notte: Zibiba e il re. "Nel Duemila Saddam compie 63 anni. E’ di quel periodo l’inizio del suo disincanto per il potere. Un signore assoluto, ammalato da manie di potenza, ma frustrato, incattivito dall’embargo, forse anche amareggiato dall’incedere della vecchiaia. Si innamora di Iman, 24 anni, figlia di un suo consigliere, Abdul Tawab Mullah Howeish, che in cambio del beneplacito al matrimonio lui nomina ministro dell’Industria Militare. E proprio questa sua quarta, giovane moglie gli dà l’ispirazione, la carica vitale, lo spinge a prendere carta e penna", commenta Al-Zubaydi. Ancora, in 180 pagine c’è la storia di un monarca assoluto, coinvolto in una guerra senza tregua con gli invasori, il quale grazie all’amore per una giovane donna sposata sarà in grado di resistere e vincere il nemico. Non solo, Zibiba divorzierà dal primo marito (come fu nella realtà il caso di Iman) e grazie alle sue origini povere sarà in grado di riportare il re alle radici del suo popolo e persino alla fede nel Dio unico.
Saddam scrive in modo semplice, infarcito di dialetto contadino e di errori grammaticali caratteristici dell’autodittata. Ma scrive di continuo, sino a produrre le 600 pagine de Il Castello imprendibile nel 2001 e subito dopo le 320 di Gli uomini e la città. "Spesso il testo è illeggibile, va riscritto, chiarito. Però non è vero che i testi erano del suo segretario, come sussurrava qualcuno. Ho visto tutti i manoscritti originali, erano stesi nella calligrafia uniforme e regolare tipica di Saddam, con poche cancellature e tante ripetizioni, quando si imbatteva in una parola nuova, specie se complicata, ne rimaneva affascinato e la utilizzava di continuo, quasi sempre a sproposito".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>