Si vedono pochi e ansanti poliziotti, qualcuno non giovane, qualcuno non agile, braccati e bastonati da ventenni con l'odio dei linciatori, con la vigliaccheria frignona di chi, qualunque cosa faccia e dica, già si prepara a nasconderla dietro la sciarpa, dentro gli schifosi alibi del branco.
Le immagini degli incidenti di Avellino sono di eccezionale ripugnanza. Il collasso del povero vicequestore, l'idea di un salariato di Stato che stramazza e rischia la pelle per difendere quattro cartelloni pubblicitari e quattro bandierine del corner da quattro cialtroni, non consente neanche di scomodare Pasolini e la sua celebre e discussa poesia su Valle Giulia, in polemica difesa dei questurini figli del popolo.
C'è molto di meno, e molto di peggio, c'è l'insignificanza morale, storica, umana di chi colpisce la legge, la irride, la sputa nel nome di nient'altro che non sia il suo diletto festivo: è sabato, è domenica, si svaligiano gli autogrill, si sfasciano i treni, si devastano gli stadi, si grida "negro" ai neri, "ebreo" a tutti gli altri.
Nessuna manifestazione politica, di nessuna parte, neppure quelle che covavano in seno qualche farabutto con il colpo in canna, ha mai offerto una rappresentazione della violenza così gratuita, demente, miserabile, caotica, imprevedibile. (Si ricordi, in proposito, che negli ultimi vent'anni i morti da stadio sono molto più numerosi dei morti da corteo. E che costi sociali, impegno di polizia e carabinieri, rischio di scontri, ogni week-end di campionato sono almeno altrettanto alti che per un solenne G8. Ogni week-end di campionato...).
Gli ultras napoletani si lanciavano dai gradoni e rimbalzavano per lo stadio come palline da flipper, senza obiettivo logico, senza movente. Sono i soli e indubitabili assassini del loro compagno, precipitato da una tettoia per emulazione degli altri ossessi, morto di adrenalina e di stupidità, povero figliolo accecato e assordato da un sabato infame.
La ridicola retorica delle sciarpette, dei gagliardetti, del bigliettino melenso, dell'applauso in favore di telegiornale, risparmi almeno questo funerale da tifo. Non si festeggiano le malattie.
Nella terribile e colpevole confusione dei tempi, molte curve ultras usurpano e scimmiottano gli slogan politici per dare qualche cifra al loro zero mentale. Questo ha indotto troppi esperti a prendere sul serio le manfrine degli agitatori, soprattutto neonazisti, che provano a guidare il branco. Nei fatti, le pulsioni che guidano i gruppi più violenti sono di natura rozzamente territoriale, non ideologica.
Vogliono il controllo totale della gradinata, oppure espugnare la gradinata avversa, vogliono entrare senza pagare, viaggiare gratis, servirsi a mani libere negli autogrill, che di domenica sono diventati, per gli utenti normali, off-limits. (Vietato fare pipì o bere un caffé, l'autogrill è chiuso per tifo. Provate a parlarne con i baristi terrorizzati, esasperati, e chiedetevi se è normale, se è civile che di domenica stadi, treni e stazioni di mezza Italia siano sequestrati da poche migliaia di energumeni, e presidiati come per una battuta in Aspromonte... ).
Vogliono, gli ultras, che in quel segmento del loro tempo, in quei luoghi del loro paese, non ci sia altra legge tranne quella del loro clan.
In questo, c'è più del neomafioso che del neonazista, o del neoautonomo. C'è la furiosa negazione di codici, leggi, comportamenti che non appartengano al gruppo cui si è affiliati. E c'è il ricatto, il pizzo, il taglieggiamento alle società di calcio, che scuciono biglietti e altri favori perché sono sotto schiaffo, e perché molti dirigenti non conoscono la dignità di ribellarsi.
Il poliziotto è odiato in quanto sbirro, ultimo argine fisico allo strapotere del gruppo. Il poliziotto è colui che cerca (spesso inutilmente) di mantenere lo stadio dentro lo Stato, dentro l'Italia, dentro le regole pubbliche, le leggi della collettività. Se quelle leggi valessero, finirebbe la ragione stessa dello spirito ultras, che è la conquista di un'extraterritorialità di fatto, di un'impunità assoluta.
Sono cose che si sanno e si dicono da una vita. Ma il calcio e gli uomini che lo governano hanno preferito, negli ultimi mesi, occuparsi della ripartizione di una torta sempre meno ampia, dando, tra l'altro, loro per primi, un notevole e pessimo esempio di indifferenza alle regole e all'etica sportiva. Che la polizia, da sola, debba fare scudo agli stadi e alle partite, è reso evidente dalla sempre più penosa e grave esposizione domenicale di italiani in divisa al dileggio e alla violenza di italiani fuori controllo. Mai che ci vadano i presidenti miliardari che fanno gli spiritosi o i bulli in televisione, a fronteggiare le loro curve impazzite.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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