Cari colleghi del Riformista, capisco che vi sentiate irresistibilmente spiritosi. Ma avete impiegato 10 righe, del vostro esemplarmente breve editoriale, per discutere della mia digestione distraendo in tal modo gli specialisti della politica, che fanno capo al vostro giornale, dal tema, che è: si possono fare le riforme insieme? Voi dite: c’è un unico tavolo e si chiama Parlamento. Bella e nobile frase che non ha impedito il passaggio di alcune leggi (tutte le loro leggi di questa legislatura) che hanno violato la Costituzione e devastato l’immagine italiana. E dove ha già preso la rincorsa la legge Gasparri, che sta meravigliando l’Europa per il suo impegno liberticida.
Quelli di voi che hanno vissuto a lungo all’estero condividono, credo, la mia stessa esperienza. I tuoi amici inglesi o americani ti chiedono (i più benevoli): "Ma come è successo?". La tipica domanda che si fa dopo le disgrazie stradali. E i più rigorosi (vedi il New York Times) si meravigliano: "Ma come sono tolleranti questi italiani!"
Sembra, secondo voi, che le alternative siano due: l’Aventino (non andare più in Parlamento). Oppure andarci, visto che "Parlamento vuol dire parlare" e far sentire forti e chiare le nostre ragioni, le nostre proposte. Anzi rivendicare il fatto che quelle che noi de l’Unità chiamiamo "leggi speciali" provengono da precedenti proposte dell’Ulivo.
Voi dite che "nell’interesse nazionale c’è anche un sistema politico più efficiente e il completamento della transizione verso una democrazia del maggioritario". Io mi permetto sommessamente di dire che non mi è mai capitato di incontrare un solo italiano (certo non nelle feste dell’Unità) che si aggiri angosciato chiedendo: "Ma quando arriva il premierato forte?" Ti domandano invece: perché non vi unite contro questa vergogna? Ma anche per i temi che interessano tutti è una questione di contesto. Per esempio, la sicurezza delle nostre strade è un problema comune, riguarda, persino i cattivi. Ma andreste a discuterlo col signor Bilancia, quello delle esecuzioni sui treni? Poi mi dite che "l’opposizione non può evitare il dialogo". Dizionario alla mano, dialogo vuol dire "tu parli, io ascolto. Poi parlo io e ascolti tu". Potete indicarmi un solo episodio di dialogo nel Parlamento a serratura automatica voluto, condotto e diretto da Silvio Berlusconi? Possiamo, certo, ricordare insieme i nobili momenti in cui tutta l’opposizione, dopo avere tenacemente dichiarato fino all’ultimo la sua condanna e il suo disgusto, (per esempio dopo il lodo "Schifani") ha lasciato l’aula per andare - deputati e senatori - a raggiungere cittadini indignati in piazza. Ma dialogo, nel senso umano e civile della parola, non c’è stato mai. Non è stata mai neppure un’opzione. Non è illogico, se si pensa che Berlusconi definisce l’opposizione "sabotaggio".
Ma poi c’è una questione di identificazione morale, di distinzione precisa che è una buona strada per raggiungere quella compiuta democrazia del maggioritario che giustamente auspicate. È bene che gli elettori non ci vedano in compagnia ravvicinata di chi ha deliberatamente usato un calunniatore come Igor Marini (definito da una carica istituzionale un "Pico della mirandola", "un gigante della memoria", per fatti estrosi che aveva inventato su commissione) allo scopo di far apparire ladri Prodi e Fassino. È la stessa gente che - attraverso il dominio delle comunicazioni - ha fatto ripetere la frase falsa "tangenti a Prodi e Fassino" per centinaia di telegiornali e giornali-radio durante tutta l’estate.
Da quando, in politica, tutto è perdonato, nella fresca mattina che segue, compreso l’uso di sicari messi in giro per liquidare gli avversari politici in vista delle elezioni? A me non risulta che alcun deputato o senatore americano si sia seduto a discutere leggi o proposte o contribuiti nell’interesse comune, con Richard Nixon, dopo che un libero sistema giudiziario lo aveva indicato come colpevole del furto con scasso detto Watergate. Eppure: Watergate, a confronto con Telekom-Serbia, è stata una modesta mascalzonata. Ma Nixon non controllava tutte le tv e non poteva intimidire commentatori e giornali. Nessuno, proprio nessuno, ha pensato di condividere l’interesse nazionale con lui. Non hanno fatto nessun Aventino. Sono rimasti in Parlamento a descrivere al Paese le malefatte di Nixon, fino a quando Nixon non se ne è andato.
E infatti i suoi avversari del partito democratico, hanno vinto le elezioni successive con un candidato pulito e per bene, in una campagna condotta sul tema: torniamo a un Paese normale, dove non ci si affida alla malavita per vincere le elezioni. Mi spiace di non avervi fatto ridere, ma, come sapete, il nostro giornale è ossessionato da questa idea: uscire insieme, col voto, da questo momento immensamente pericoloso, dominato da un potere personale che in democrazia non esiste. E che in Europa mette paura.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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