Scusatemi se comincio con due citazioni. Ne ho bisogno per tentare di sviluppare il mio ragionamento. La prima è di John Maynard Keynes, e dice così: «L´inevitabile non accade mai, l´inatteso sempre». La seconda è di Émile Benveniste e dice «La nozione di avvenimento è essenziale. Nel tempo cronico, quello che noi chiamiamo Tempo è la continuità nella quale si dispongono in serie questi blocchi distinti che sono gli avvenimenti. Perché gli avvenimenti non sono il Tempo, essi sono nel Tempo. Tutto è nel Tempo, eccetto il Tempo stesso» (da Il linguaggio e l´esperienza umana).
Comincerò dalla seconda. E questo mi porterà a parlare della Storia, argomento insolito per uno scrittore, e per parlare della Storia debbo parlare del Tempo. La Storia, almeno come noi la concepiamo, è la narrazione di una serie di avvenimenti situati nel Tempo. E se da esso Tempo si prescinde, il problema non appartiene più al compito dello storico, appartiene eventualmente al mistico, al teologo, al profeta, allo stregone. La Storia sta nel tempo, ma non è il Tempo, direi seguitando il ragionamento di Benveniste. La Storia appartiene non solo all´avvenimento, ma al racconto di questo avvenimento, sia esso reale, o reso reale dall´immaginazione di chi lo racconta. La Storia è racconto, Paul Ricoeur insegna. E il racconto (con l´avvenimento che esso racconta) sta nel Tempo.

Ma cos´è il Tempo? Qui la faccenda comincia a farsi più difficile. Anche coloro che per probità professionale dovrebbero essere più degni della nostra fiducia, dimostrano una certa difficoltà a dire di cosa effettivamente si tratti. Gli scienziati, gli astrofisici, i fisici sperimentali non sono riusciti ancora perfettamente a classificare l´elemento Tempo (ammesso che di un elemento di tratti). Oggi, grazie agli scienziati, noi abbiamo una certa definizione di spazio e di materia, ma del Tempo, tutto sommato, continuiamo ad avere un´idea vaga, tipo Araba Fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Di questa creatura misteriosa conosciamo alcune abitudini: la non reversibilità (che però non è certa), i suoi commerci con lo spazio, la sua relatività. E soprattutto abbiamo imparato a prendergli le misure, almeno alcune, tipo sarti che si adattano ai capricci corporei del cliente: il tempo delle stagioni, il tempo dei vari calendari che abbiamo escogitato o il tempo astronomico, fatto di anni percorsi dalla luce. Di questo nostro coinquilino esistenziale, che non sappiamo se stiamo attraversando o se sia lui che ci attraversa, non conosciamo il volto. Non sappiamo che aspetto abbia. Non è come l´atomo che siamo riusciti finalmente a scovare nella sua infinita piccolezza producendo così Hiroshima. Non è come il neutrino che, per quanto infimo sia, riusciamo a catturare nella rete dopo chilometri e chilometri di tubi sotterranei. Il tempo non si lascia guardare in faccia. E´ come il gatto del Cheshire di Alice nel paese delle meraviglie, che di sé ha lasciato un sorriso, senza il gatto. Ammesso che di sorriso si tratti, perché non è detto che sorrida sempre. A volte ghigna. O peggio. Brutti tempi, si sente dire. Oppure: tempi bui, tempi da cani. Ah, les beaux temps, sospira una signora di Beckett immersa fino al collo nella spazzatura. Il Tempo di Bergson. Il Tempo di Proust: milioni di parole alla ricerca del tempo perduto, impresa più eroica dei chilometri di tubi scavati dagli scienziati sotto la Svizzera. Tempo ritrovato? Forse. Ma quando la ritrovi, quella strana creatura non è più fresca. E´ già un´altra cosa: è memoria, che è una sua modifica. E dunque, nostalgia. Jankélévich: l´Irréversible et la Nostalgie. E il Tempo di Sant´Agostino, del quale dice: «Se nessuno mi domanda cos´è, lo so; se qualcuno me lo domanda non lo so più». E il Tempo della nostra vita: un romanzo letto una volta sola tanto tempo fa (Schopenhauer).
Tutto nel Tempo. Tutta la nostra vita dentro il Tempo. Ma quale vita? La lingua tedesca permette di fare una distinzione fra Erlebnis, la nostra vita privata, ciò che chiamiamo «il vissuto» e Erfahrung, l´esperienza comune, quella che il soggetto divide con il contesto, col mondo. Diciamo, allargando il concetto, le nostre storie e la Storia.

Ma ci sono degli avvenimenti del corso del Tempo che si prestano a equivoco. Essi, per la loro rilevanza (eccezionalmente felice, ma di norma particolarmente tragica), inducono a identificare le nostre storie e la Storia col Tempo. Il contenuto diventa cioè il contenente. Tali momenti sono chiamati «date epocali». Questi avvenimenti, cioè, sembrano non essere creature nel Tempo, ma creature che hanno il potere di comandare il Tempo, di dirigerlo, di appropriarsene, di farlo loro. E´ come se con loro (o per loro) il Tempo si fosse rotto, e fosse necessario dunque rimetterlo in movimento, caricare di nuovo l´orologio. E qui arrivo alla seconda citazione con cui ho cominciato: quando accade l´inatteso. Che non è l´inevitabile. Perché, come dice Keynes, «L´inevitabile non accade mai, l´inatteso sempre». Forse che il mondo pagano si aspettava che nascesse il Cristo? Forse che l´Impero romano si aspettava che arrivassero i barbari? Forse che la Chiesa di Roma si aspettava che nascesse Lutero? Forse che Maria Antonietta si aspettava la presa della Bastiglia? Forse che lo Zar si aspettava l´assalto al Palazzo d´Inverno? Forse che la Spagna repubblicana si aspettava l´invasione marocchina del generale Franco? Forse che l´ombrello di Chamberlain usato come bastone da passeggio si aspettava la grandine nazista? Forse che gli Stati Uniti si aspettavano l´attacco di Pearl Harbour? E forse che i giapponesi si aspettavano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki? Forse che il professor Fukuyama si aspettava che crollasse il muro di Berlino? Forse che il presidente George W. Bush si aspettava che crollassero le due torri del World Trade Center? Come scriveva un umorista inglese, ciò che frega il giocatore di golf non è il prato, è la buca non prevista. E l´umorismo nero del gelido scrittore si può applicare alla Storia: ad un certo punto, tutti gli ignari «giocatori» che tranquillamente camminavano sul gazon della Storia convinti che il numero delle buche del gioco fossero quelle indicate nel regolamento, hanno trovato una buca inattesa. Non inevitabile, magari, se fossero stati più attenti ai segnali di allarme che pure giungevano loro. Ma si fidavano troppo del gazon. Il problema era nell´aria, come si dice. Solo che le buche stanno per terra. Nell´aria ci sta il Tempo, per terra la Storia.

Con lo spalancarsi improvviso della buca, sorge inevitabilmente un apposito segnalatore. E decreta che quella è la Buca Primordiale. Prima di essa nulla esisteva, tutto comincia ad esistere dopo quella buca, perché essa segna un Tempo speciale, l´annus mirabilis. Il professor Francis Fukuyama ebbe fretta, nel 1989, a decretare che la Storia era finita con il crollo di un muro. Negli ultimi tempi ha pronunciato qualche altra sentenza in affanno, ma ho l´impressione che possa pensionarsi, dopo il crollo delle Twin Towers (che crollo poi non è, perché è un infarto provocato da un embolo organizzato, e del resto anche il muro di Berlino non crollò da solo, a parte i pochi metri che le televisioni ci mostrarono, distrutto dalle persone, fu divelto pezzo per pezzo dalle ruspe della Repubblica federale tedesca). Oggi, di fronte a un´amministrazione americana che ha fatto capire con i fatti che il capolinea della Storia si è fermato all´11 settembre 2001, e da lì comincia una nuova Storia, il professore americano ci appare come un profeta che avesse annunciato l´era cristiana individuando come Cristo un suo cugino nato in Egitto qualche anno prima.

L´attentato terroristico che ha spazzato via in pochi minuti migliaia di vite umane in una nostra città, una delle città che più amiamo dell´Occidente a cui apparteniamo, una città per noi simbolo di una civiltà che non è solo nostra ma di tutto il mondo e di cui siamo orgogliosi perché in quel microcosmo urbano il mondo si è mescolato e riconosciuto uguale nelle sue differenze, portandovi le sue diverse favelle e credenze, e costumi e abbigliamenti e cibi e riti, ha avuto la funzione di un infarto, di un collasso. Ma non è un collasso endogeno, perché l´embolo proveniva da fuori, un fuori che tuttavia non è un altro pianeta, non è la presunta invasione dei marziani con cui Orson Welles terrorizzò l´America, ma il nostro corpo stesso, un killer umano che colpendo il cuore ha colpito tutti noi smentendo ancora una volta, se ce n´era bisogno, l´affermazione di Marx che la Storia si manifesta prima come tragedia e poi si ripete come farsa. La tragedia della Storia si manifesta sempre come tragedia, ed è sempre identica a se stessa: la vecchia tragedia.

Napoleone ha detto che quando si fa una rivoluzione bisogna dimenticare tutto (cito a memoria e dunque in modo impreciso, ma il concetto è questo). Questo «tutto» a cui si riferisce è naturalmente tutto ciò che precede Napoleone. Perché egli vuol dire che gli ideali della rivoluzione francese di cui si è appropriato e incoronato incaricandosi di portarli a forza nel mondo (la libertà imposta con la guerra) siano l´inizio di una nuova Era. A Napoleone non interessa tanto monumentalizzare se stesso (a questo scopo bastano gli scultori dell´epoca che si incaricano di collocare nelle piazze pubbliche la statua della sua effigie); egli intende soprattutto «monumentalizzare» il Tempo, trasformare il Tempo nella statua del «tempo di Napoleone».
Del resto la «monumentalizzazione» del Tempo, oltre al dominio della Parola, è la preoccupazione di ogni regime di qualsiasi ideologia nel corso della nostra Storia. Approfittarsene in termini di calendario così da fare del Tempo il «proprio tempo» è caratteristica che appartiene all´imperatore Costantino come ai giacobini, a Stalin come al Reich o a Mussolini o a Ceausescu. Nella genetica dei regimi c´è come l´impronta imprescindibile di un «Termidoro platonico», se così posso dire, una sorta di idea innata e basica: ricominciare da zero. L´unico sistema politico che non ha mai eretto statue al proprio tempo è la democrazia: non esistono «statue» del tempo democratico.

Ma ricominciare da zero significa per forza dimenticare il tempo precedente. Al Nuovo Assoluto è indispensabile la cancellazione del passato, o perlomeno dare a intendere che il passato non conta più. E la cancellazione del passato significa oblio. Per lo zero conta solo lo zero, cioè la data dalla quale si comincia da zero: il livello zero.
Ground zero, come è stato immediatamente definito dagli americani il terreno su cui sorgevano le torri gemelle, è una definizione curiosa. Essa ci comunica che in quel luogo si è verificato un avvenimento di tale portata che nulla di simile ci fu prima di lui; che quello è il grado zero di ciò che mai accadde nella storia degli uomini. Si è sentito qualcuno, dopo l´attentato, che ha sinistramente misurato questa tragedia ricorrendo a una computisteria delle vittime. E´ un atteggiamento che suscita nausea, perché il numero dei cadaveri non è un´unità di misura. Più freddamente, per chi è costretto a osservare questa gelida signora guidata dalla musa del Tempo, sarà più opportuno considerare la portata degli avvenimenti che quella falce capricciosa ha causato nel nostro secolo. E vedere eventualmente da quali e quanti ground zero saremmo potuti ripartire.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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