Brescia - In Lombardia, si sa, chi lavora non canta. I senegalesi invece cantano eccome. Persino qui, nella siderurgica Valtrompia, terra di lunghe fatiche e lunghi silenzi. Li senti da lontano quando vanno in fabbrica. Si calano dai villaggi battendo il tempo. Fanno: "Salimo bo ko dé tall / del moyu ngelaw, aye". Prima di dire che non capite, provate ad ascoltare le tribù camune. Suoni gutturali, monosillabi, "esse" aspirate, "u" alla tedesca, raffiche di consonanti. Un disastro. Il canto senegalese, invece, ha le vocali. E´ onomatopeico, come l´italiano. Roba retrogada? Neanche per sogno. E´ musica industriale doc. In lingua Wolof vuol dire: "Quando accendi la saldatrice / devi fare attenzione al vento, aye".
Aye aye, il segno dei tempi nuovi. Nelle plumbee valli del ferro dove la musica si era estinta da anni, nella Lombardia che aveva perso la voce, oggi risuona il canto del saldatore. I senegalesi se lo sono portato da casa, con tante altre canzoni, e l´hanno adattato ai padani. Parla del sol dell´avvenire, dice: "Il destino ha voluto che il Senegal / si svegliasse per progredire, aye". Un impiegato, davanti alla "Beretta" di Gardone, indica una pattuglia di africani ai cancelli e dice: "Li guardi. Perché mai non dovremmo assumerli? Vengono a lavorare contenti". Insomma: meno male che ci sono. Non portano solo manodopera. Riempiono anche un vuoto bestiale di allegria.
Chiedete a un industriale bresciano se esiste il lavoratore perfetto. Uno che ha il senso del dovere, devozione religiosa, gentilezza, altruismo, pulizia, efficienza, cultura media, senso della famiglia. E magari viene a lavorare cantando. Ti dirà: certo che esiste. E´ il senegalese. A Brescia gira la storiella che un reparto di soli senegalesi funziona meglio perché il caporeparto diventa capotribù. Qui dici "Senegal" e non pensi "vuccumprà". Pensi: operaio siderurgico, tornitore, addetto alle fonderie. E quando domandi ai bresciani se preferiscono un senegalese o un islamico, ti diranno senza esitare: "senegalese". Sì, come se il nero abitante del tropico non fosse pure lui musulmano. Il senegalese ha la sua moschea, ma non se accorge nessuno, nemmeno i leghisti.
Il Comune di Pontevico, che ospita il loro tempio, gli ha dedicato persino un giorno dell´anno, l´8 giugno. Un caso unico in Europa. E ogni sabato sera loro arrivano a migliaia da mezzo Nord Italia, sbucano con le loro tuniche colorate dalla bruma, si chiamano "fratelli" l´un l´altro, si genuflettono sotto un capannone comprato di tasca loro. Ma soprattutto chiacchierano, per non sentirsi soli. Sene Aly Fall, uno spilungone che lavora alla "Fondital" in Valsabbia, mi guida in mezzo alle loro donne, bellissime, tacchi alti, minimo un metro e ottanta, occhi ridenti nel semibuio e fiocchi strepitosi sulla testa. Trovo anche un bigamo, che vive con le mogli più cinque figli nello stesso alloggio popolare. "Moglie e convivente" sta scritto nel contratto d´affitto.
Paura dell´uomo nero? Ma quando mai. Quella è roba da paleo-fascisti. Oggi nelle valli del ferro l´uomo color caffé è rinomato, accettato, coccolato. "Oh, el me Burkinabe, oh el me africano, gongolano i bresciani a pensarlo in catena di montaggio", racconta Adriano Galletti, del centro di accoglienza della Valtrompia. "Ascolti me che sono nordafricano - ride il caporeparto siciliano di una fonderia d´alluminio - con i marocchini ho spesso problemi. Con i senegalesi mai". Nelle valli, oggi, chi fa paura è il cinese. Quello non è subalterno, sarà il concorrente del domani. E poi non canta, ti frega in silenzio. Gli africani no, sono come i nostri padri. Ci riempiono di musica.
"Te ne accorgi anche ai semafori - spiega l´etnomusicologo Paolo Vinati, che ha registrato e tradotto decine di motivi - dalle auto arrivano canzoni nuove. Il territorio ne è pieno, l´Africa ci è entrata in casa. I luoghi dei lumbard hanno cambiato voce. Ieri c´era la Bela Gigugin. Oggi c´è il canto del traffico Wolof. Fa così: andare piano / tamponare piano / andare forte / tamponare forte". Musicalmente, vince l´Africa in capannone. E´ ormai parte del folclore lumbard. "La Regione e la Comunità montana dovranno pure accorgersene" insiste Vinati.
La "Mim" fa ruote in lega leggera in Franciacorta e ha quasi metà dei lavoratori provenienti dall´estero. "I nostri - spiega il consigliere delegato Elisabetta Abrami - sono poco disponibili". Degli stranieri, i senegalesi sono al primo posto. Una Babele? "No, la Babele vera è la giungla legislativa in cui dobbiamo muoverci". Difficoltà di gestione? "Siamo cresciuti molto negli ultimi anni, come tante aziende. Prima, con gli stranieri, non sapevamo distinguere tra un mascalzone e un galantuomo. Ora abbiamo acquisito una quantità incredibile di esperienza".
"Oggi la fabbrica - spiega la sociologa Ottavia Schmidt dell´università di Trieste - ha le conoscenze di un´ambasciata e il capofabbrica è diventato un potente fattore di coagulo tra culture. Un vero community maker". Per esempio gli industriali hanno imparato che il Senegal ha un´etica del lavoro quasi tedesca. E sanno che questo dipende dal "muridismo", una filosofia che punta sullo spirito comunitario e l´"ora et labora", come i benedettini di mille anni fa. Diceva il profeta Ahmadou Bamba: lavora come se non dovessi vivere sempre, e prega come se dovessi morire domani. Meglio dei giapponesi.
E poi c´è la capacità di contatto umano. L´ipercinetico Idris, noto commentatore e intrattenitore tv, è un senegalese che incarna, esasperandole, le doti di comunicazione del suo popolo. Una sera lo incontro in città, dove - con gran dispetto della Destra - ha aperto un suo ristorante etnico in piazza della Loggia. Spiega che è arrivato qui da vent´anni, conosce a menadito i lumbard, e sa che con la sua gente c´è un feeling speciale. "Anche per noi il lavoro nobilita l´uomo. E poi dal mio Paese l´emigrante parte avendo già una preparazione industriale".
Abou Camara ha 43 anni, è in Italia da 15 e lavora nel reparto verniciatura di una fabbrica di componentistica per auto. E´ stimatissimo, un operaio modello. Abita a Montichiari con moglie e tre figli. Ogni giorno si sveglia ale quattro e si mette in colonna come tutti i lumbard per andare al lavoro, un´ora di macchina. Non ha avuto vita facile. Un anno fa ha perso il primogenito Mammadou, 14 anni, e quattro parenti stretti, nell´affondamento di una nave in Africa. Sogna di tornare, in Padania si sente un alieno, ha nostalgia di mamma papà e fratelli, vorrebbe comprarsi un trattore con la pensione accumulata e lavorare la terra di casa sua.
Ma ora andarsene è diventato impossibile. Con Berlusconi l´Inps non ti molla i contributi prima dell´età pensionabile e oggi, spiega cullando Abbas, l´ultimo nato, "all´età pensionabile si arriva da vecchi, col bastone". "Se me ne andavo due anni fa era meglio. Ora sono obbligato a restare, e per di più il clima è peggiorato per gli immigrati. Che faccio se mi fanno scadere il permesso di lavoro? Devo andarmene, e perdo tutto".
La sera all´imbocco della Valtrompia c´è musica al Residence Prealpino, un mega-condominio costruito per trecento persone ma abitato da settecento. Tutte senegalesi. E´ un pezzo d´Africa, in tutto. Negozietti, fotografo, moschea, barbiere, confraternite murid. Qui un senegalese può arrivare anche nel cuore della notte, troverà sempre un letto. Fortissimo il senso di comunità. Se sei appena sbarcato in Europa, i compaesani ti mantengono per un mese, finché non trovi lavoro.
"Il residence è un cardine per tutta la valle - spiega Francesco Valenti, dell´ufficio immigrazione del Comune capoluogo - ricrea perfettamente il villaggio, ma in verticale". Elemosine, mutuo soccorso, accoglienza. L´iper-individualismo europeo qui è sconosciuto. "Credo che progrediranno rapidamente - ammette Elisabetta Abrami - tra pochi anni questa gente diverrà imprenditrice. E il paesaggio del Nord cambierà totalmente".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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