Il ragazzo Valentino dice che si sente vecchio, perché lo spasso di correre in moto è diventato lavoro. Niente facili sarcasmi, per favore, sui tot miliardi all´anno che gli vanno in tasca: probabile che perfino lui, socialmente sensibile quanto può esserlo uno spensierato picaro di provincia, sappia benissimo che in acciaieria si suda di più e si guadagna niente. E´ interessante, invece, la piccola saudade che gli è presa, alla veneranda età di ventiquattro anni, per il paese abbandonato della sua infanzia iridata, quando vincere era appena un prolungamento dei sogni di strada, ancora dentro i confini del gioco. Il fascino di Rossi - e lui lo sa - sta proprio nella confusione (così italiana...) tra gioco e serietà, in perenne bilico tra il cialtronesco e il sublime. E poiché a lui è toccato il sublime (cinque titoli mondiali in età ancora quasi da brufoli), come può non temere di spezzare l´incanto che l´ha portato fin qui?
Se la Ferrari è l´icona ormai pluriconsacrata di un primato tecnologico italiano antico, laborioso e di altissimo profilo industriale, Rossi è invece l´espressione palpabile di quel talento naturale, di quella facilità del fare, destrezza del vivere che sono, crepi il luogo comune, prerogative altrettanto nazionali. Anche quel po´ di pesantemente goliardico che si porta addosso - le liti da osteria con Biaggi, l´avanspettacolo fuoripista - è la difesa a volte goffa di un mondo e di un modo, quelli paesani, estrosi, amatoriali, pre-professionali, che fanno capo a un´italianità importante, istintiva e scapigliata, una volta di casa nel motorismo e specie nelle due ruote, oggi un po´ spiazzata dall´amplomb del management, dalle responsabilità di marchio, dagli esorbitanti interessi pubblicitari e industriali che corrono sui circuiti.
Ieri, per radio, Luca di Montezemolo, a una domanda di un ascoltatore che si chiedeva come sarebbe Rossi su una Rossa, non ha glissato, non ha scherzato, e anzi ha fatto intendere che l´ipotesi é molto intrigante. Effettivamente, il volano sportivo e di immagine che una simile accoppiata provocherebbe è fantastico. Sarebbe come ricongiungere le due metà dell´eccellenza nazionale, quella del primato industriale nei prodotti d´alto profilo (per quelli di grande serie le cose vanno assai meno bene, vedi Fiat) e quella del talento esuberante e "naturale", del nato con la camicia, del figliolo lazzarone che si rivela un genio nel suo ramo.
I pochi chilometri che separano Maranello da Tavullia sono moltissimi se si comparano l´Emilia hi-tech, che è in affari con Torino e Milano e lavora alle foci dell´Autobrennero, e la Riviera rusticana e spaccona, ombelicale e dialettale... Colmarli non è cosa da niente, tanto è vero che in Ferrari si è celebrata la stagione più trionfale con un pilota tedesco, un direttore sportivo francese e un direttore tecnico inglese. Ma un arcitaliano come Valentino Rossi al volante di una Ferrari sarebbe una specie di ricongiunzione virtuosa tra la qualità industriale del paese e la sua misteriosa qualità umana, così indisponente quando esce di strada, così ineguagliabile quando indovina la curva.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>