Mantova, Modena, Pordenone, Trani, Venezia, Potenza, Lucera, Asti, Pescara, Como, Genova, Cuneo, Lecce, Piacenza, Lecco, Ravenna, Cagliari. Che cos’hanno in comune queste città? Non il clima, non l’impianto urbanistico, non il colore politico. Hanno in comune una storia semplice che condividono con molte altre. Questa storia può andare rubricata sotto un’etichetta molto in voga, che contiene declinazioni varie: festival. Un’etichetta sotto cui si cela, forse, un nuovo rapporto del pubblico italiano con la cultura.
Il fatto è questo: l’Italia, il Paese con uno dei più bassi indici di lettura in Europa, il Paese della crisi scolastica permanente, delle fragili strutture universitarie, della ricerca maltrattata, delle veline e delle velone, rivela da tempo fermenti diffusi, sensibilità, desideri, gusti, passioni culturali insospettabili. Ad ogni richiamo, anche il meno appetibile in apparenza, il pubblico accorre entusiasta. Insomma, se da un po' di tempo la parola festival non è più sinonimo di Sanremo ma anche di letteratura, di scienza e di filosofia, una ragione non del tutto effimera ci sarà. La prima conferma arriva dal filosofo Remo Bodei, direttore scientifico del Festivalfilosofia di Modena: "C’è un pubblico affamato di cultura letteraria, filosofica, scientifica non trasmessa in pillole. Il che dimostra da una parte che il fast food intellettuale ha saturato il cervello, dall’altra che le chiese intese in senso religioso, politico, ideologico non offrono più certezze granitiche sul senso della vita e del mondo". Uno studioso delle passioni e dell’identità, come Bodei, non può dimenticare un altro aspetto che spinge le persone a riunirsi nei "luoghi comuni" tradizionali della filosofia, piazze e strade: "La voglia di stare insieme, la festa, l’incontro con gli autori, che può essere anche una sorta di feticismo, è comunque un modo per far circolare le idee. Platone diceva che i maestri emanano delle scintille in modo che ognuno possa poi illuminarsi di luce propria, questi incontri sono una specie di semina". Ma non è tutto oro quel che luccica e non si può negare che questa corsa alla lezione in piazza finisce per compensare anche le gravi magagne istituzionali del nostro Paese. E qui si apre un capitolo doloroso, su cui insiste Gilberto Corbellini, professore di Storia della medicina alla Sapienza, oltre che consulente di un altro festival di successo, SpoletoScienze: "L’Italia ha uno dei tassi di alfabetizzazione scientifica più bassi d’Europa e una delle comunità scientifiche meno influenti. L’interesse del pubblico per le tematiche scientifiche sfrutta molto la superficie delle cose, perché in effetti, mancando gli strumenti, è difficile entrare in certe problematiche: un conto è sentir parlare della felicità o di altri temi filosofici legati alla vita, un altro conto è affrontare questioni di biologia o di biomedicina... Ma l’Italia è un paese che moralizza molto le scienze, quindi la dimensione etica è quella che attrae di più la curiosità del grande pubblico". Effetto compensazione? "Gli studenti che arrivano oggi in università, - dice Corbellini - sono drammaticamente in ritardo, carenti soprattutto sul piano filosofico, non riescono a pensare criticamente né a muoversi in un quadro interdisciplinare. La scuola si preoccupa dell’inglese e dell’informatica ma trascura gli strumenti critici, e l’università viene concepita in una chiave professionalizzante". Lo storico Franco Cardini non ignora che "se mettiamo in relazione il pubblico dei festival culturali con le manifestazioni sportive o con i numeri della televisione ci sono ancora differenze abissali". E parla però di "indizi molto interessanti": "Anche solo il fatto che si senta il bisogno di aggregarsi in nome di un evento culturale, è rilevante. Non tutti vanno allo stadio per consumare la solita guerriglia urbana. E bisognerebbe che i mezzi mediatici, che vivono nell’idolatria dell’audience, ne prendessero atto". Le ragioni di questa che si potrebbe chiamare una svolta nei rapporti con la cultura, Cardini le individua anche nella nuova composizione demografica della società italiana. "La vita si allunga e la società cambia rapidamente. Un settantenne di oggi ha la sensazione di essere passato dall’800 al XXI secolo inoltrato: ciò comporta dei traumi mentali molto forti che aumentano le domande sui grandi temi. Un italiano di media cultura, poi, ha nostalgia del liceo di una volta. Il successo del Dante di Sermonti rivela il bisogno di una identità forte". Da Fondamenta, la manifestazione diretta da Daniele Del Giudice, è arrivato lo scorso week end un altro segnale interessante. Pubblico numeroso per "lezioni magistrali" di alta cultura, dall’economia alle neuroscienze: "La cosa più semplice - dice del Giudice - è diventata la cosa più desiderata e la più sorprendente: c’è la richiesta di un rapporto diretto con le persone, non mediatico; non più la rappresentazione televisiva, dove vedi e ascolti tutto senza toccare ma l’esigenza di una relazione vis à vis con chi ti racconta la propria esperienza culturale". Un esempio per la politica: "Sì, sarebbe utile che l’apparato politico ne facesse tesoro. Non per niente, il centro-sinistra ha vinto quando Prodi e Veltroni si sono messi su un pullman e hanno girato il Paese. E’ un fenomeno che coinvolge la presenza, il corpo, l’ascolto diretto, che sono poi le cose più semplici della vita quotidiana". "Fame di cultura", la chiama il poeta Edoardo Sanguineti, che un mese fa al Parolario di Como ha riempito il Caffè letterario di Piazza Cavour parlando del Gruppo 63. "Indubbiamente il desiderio di conoscenza e il piacere della cultura oggi valicano i confini tradizionali, e raggiungono livelli che di solito sono tipici dello spettacolo, dello sport o della musica. Si sente un bisogno collettivo di punti di riferimento". Un desiderio che ha a che fare con la crisi delle ideologie? "C’è stata una propaganda tendenziosa sul crollo delle ideologie e probabilmente torna l’esigenza di pensare e costruire prospettive ideologiche. Se il divertimento è evasione, qui siamo sul versante opposto". Ma Sanguineti non nasconde le sue perplessità. O meglio, intravede alcuni rischi. Quali? "Che questa esigenza di verità venga recuperata dai soliti meccanismi mercificatori e pubblicitari che tendono a sponsorizzare tutto, anche i bisogni profondi". Altro rischio, secondo Sanguineti, è l’eccesso, la sovrapproduzione che paralizza: "Non si può correre da Como a Mantova, da Modena a Trani. Ci si sente come una specie di asino di Buridano che deve scegliere non tra due ma tra mille cose". Da qui il terzo rischio: "Che l’abbondanza di cibo spirituale serva a coprire la mancanza del pane: il disagio sociale, i problemi delle pensioni, degli anziani, della scuola pubblica, della sanità, eccetera". Tra gli scrittori più "richiesti" da festival e presentazioni c’è il quarantenne Tiziano Scarpa, che segnala un’altra iniziativa fortunata: le "Azioni InClementi" di Malo, in provincia di Vicenza, paese natale di Meneghello. Negli ultimi anni i "luoghi comuni" della letteratura si sono moltiplicati: non solo le librerie, ma teatri, scuole, ospizi, discoteche, tendoni per concerti, cinema, persino centri commerciali: "Mi mancano solo le carceri e i bagni diurni - sorride Scarpa, - Personalmente, non amo le presentazioni vecchio stile, preferisco quando la letteratura si teatralizza e c’è qualcosa che brucia sulla scena". La formula festival smentisce l’orizzontalità della rete, "il rapporto deresponsabilizzato con l’altro". Come si spiega? "Le conferenze dei festival prevedono la presenza di un guru che si assume la responsabilità di quel che dice, presentandosi con il suo corpo, il suo gesticolare, il suo ritmo. Non credo che si tratti di divismo: è un desiderio di vedere incarnato il logos". Magari in opposizione alla dialettica da talk show: "Continuiamo a vedere allenatori che balbettano mezze frasi per ore, chiacchierando sul nulla. Forse è arrivato il momento di rivalutare la retorica, scomparsa dal percorso formativo postmoderno. I festival letterari o filosofici smantellano l’ideologia televisiva e l’ideologia della rete, rivelano un desiderio di parola ex cathedra. Sono le nuove cattedrali". Cattedrali di carta o solide cattedrali di mattoni? Risponde Bodei: "E' chiaro che conta ciò che è permanente: e cioè la scuola. I festival sono un modo per consolidare la cultura democratica attraverso scambi e dibattiti, e di tutto ciò dovrebbe fare tesoro l’istituzione scolastica, cui spetta il compito di dare continuità a questa nuova cultura". Insomma, non sarebbe male che prima o poi dalle cattedrali in piazza si ritornasse tutti a scuola.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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